Quando la prima torre del World Trade Center crolla l’11 settembre 2001, alle 9:59 ora di New York, in Italia sono le 15:59. In Giappone è già notte fonda. A Sydney l’alba del 12 settembre è a poche ore di distanza. Per una volta nella storia del giornalismo, il mondo intero guarda la stessa diretta nello stesso istante, ma ognuno la racconta con i propri strumenti, i propri pregiudizi e, spesso, i propri equivoci. Vent’anni e passa dopo, rileggere le prime pagine e i lanci d’agenzia di quelle ore è un esercizio che dice più sul giornalismo che sull’attentato stesso.
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“Siamo tutti americani”: l’Europa si scopre bersaglio
La reazione più immediata dei quotidiani europei fu quella di cancellare la distanza atlantica. Il “Corriere della Sera” uscì con un editoriale di Ferruccio De Bortoli intitolato “Siamo tutti americani”, che riprendeva volutamente il celebre “Ich bin ein Berliner” di John Fitzgerald Kennedy per dire che l’attacco non colpiva solo gli Stati Uniti ma, come scrisse, l’intera civiltà occidentale. Non fu un caso isolato: nelle redazioni di Londra, Parigi, Madrid e Berlino la metafora bellica e apocalittica dominò i titoli, insieme a un riflesso quasi automatico che cercava precedenti storici a cui aggrapparsi, da Pearl Harbor in poi, per dare un senso a immagini che sembravano uscite da un film catastrofico più che da un notiziario.
Dall’altra parte del mondo: Asia e Oceania tra fusi orari e fonti di fortuna
Più ci si allontanava da New York, più la cronaca dovette fare i conti con la distanza fisica e con i fusi orari. In Cina, “China Daily” adottò rapidamente l’espressione “9.11 Incident” per riferirsi agli attacchi, mentre a Hong Kong il “South China Morning Post” scelse titoli a piena pagina come “Day of terror rocks America”. In Australia, il quotidiano di Perth “The West Australian” costruì il proprio racconto, intitolato semplicemente “America attacked”, mettendo insieme le testimonianze telefoniche di sette persone che si trovavano a New York per lavoro o in vacanza: non giornalisti di professione, ma cittadini comuni trasformati per una notte in inviati speciali. Un dettaglio che racconta bene come, prima ancora dei social network, la cronaca in tempo reale avesse già cominciato ad appoggiarsi a testimoni improvvisati.
Il giorno della confusione e degli errori dei media
Le ore tra le 9 e le 11 di quella mattina newyorkese furono un cortocircuito informativo che oggi, a mente fredda, ha quasi il sapore del paradosso. Radio e televisioni di tutto il mondo rilanciarono a raffica notizie non confermate che poi si rivelarono false. La più diffusa fu quella di un’autobomba esplosa davanti al Dipartimento di Stato, a Washington: un allarme che tenne con il fiato sospeso mezzo pianeta per almeno un’ora prima di rivelarsi infondato. Poco dopo l’attacco al Pentagono, diverse emittenti – inclusa la CNN – riferirono anche di un incendio scoppiato al National Mall, la grande spianata simbolo della capitale americana: anche questa una notizia mai confermata.
Non finisce qui. L’Associated Press diffuse per errore la notizia che un volo Delta Air Lines, il numero 1989, fosse stato dirottato da altri terroristi: l’aereo era in realtà stato dirottato verso un atterraggio d’emergenza per un sospetto legato al possibile coinvolgimento nell’attacco, ma la notizia rimbalzò per ore come un quinto dirottamento mai avvenuto. Tra le 10:30 e le 10:40 arrivarono poi segnalazioni di “altri aerei dirottati in avvicinamento a Washington”, anch’esse rivelatesi infondate. In un giorno in cui la realtà superava già ogni immaginazione, il confine tra fatto verificato e voce di corridoio si fece sottilissimo.
Anche sul fronte della rivendicazione ci fu un cortocircuito clamoroso: poco prima delle 10, un’emittente televisiva di Abu Dhabi ricevette una telefonata in cui alcuni esponenti del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina si attribuivano la responsabilità degli attacchi in corso. La rivendicazione fu smentita nel giro di pochissimo dallo stesso gruppo, ma non prima di essere rilanciata da diverse testate internazionali come prima pista concreta. I sospetti su al-Qaida e su Osama Bin Laden, che pure emersero già nel pomeriggio di quello stesso giorno, richiesero comunque settimane per trasformarsi in certezza giudiziaria.
Le prime ipotesi, tra pista interna e sospetti sbagliati
Nella confusione delle prime ore, prima che il nome di al-Qaida diventasse l’unica chiave di lettura, circolarono anche piste alternative oggi quasi dimenticate. Alcuni analisti richiamarono da subito il precedente dell’attentato di Oklahoma City del 1995, opera di un terrorista interno, Timothy McVeigh, insinuando il dubbio che si potesse trattare di un attacco di matrice non islamica. Altri organi di stampa, nell’incertezza generale su quanti aerei fossero stati effettivamente dirottati e su quanti attacchi fossero ancora in corso, ipotizzarono per alcune ore scenari di guerra su vasta scala, arrivando a paventare ulteriori obiettivi mai colpiti davvero, dalla Casa Bianca a Camp David. Era il prezzo di un evento che si consumava in diretta, senza il tempo necessario per la verifica incrociata delle fonti: un problema che il giornalismo di allora, abituato a tempi di chiusura più lenti, non aveva ancora gli strumenti concettuali per gestire.
Il rovescio della medaglia: quando l’informazione diventa terreno di scontro
C’è un ultimo capitolo di questa storia che riguarda non il 2001, ma gli anni successivi, ed è quello del negazionismo e del complottismo attorno all’11 settembre. Da subito, e ancora oggi soprattutto online, circolano tesi secondo cui la versione ufficiale sarebbe falsa: dagli aerei “sostituiti” da missili al crollo delle Torri causato da esplosivi controllati, fino alla teoria più radicale, quella del cosiddetto “autoattentato”, secondo cui sarebbero stati gli stessi Stati Uniti a organizzare la strage per giustificare le guerre in Medio Oriente. Un sondaggio realizzato a sei anni dagli attacchi rilevò che circa un americano su tre riteneva plausibile un qualche coinvolgimento del proprio governo: una percentuale poi calata negli anni, ma mai azzerata.
Queste teorie proliferano per ragioni che gli psicologi sociali conoscono bene: eventi enormi, con conseguenze geopolitiche sproporzionate rispetto alla banalità apparente dei mezzi usati – taglierini e biglietti aerei -, generano un disagio cognitivo che il complotto aiuta a risolvere, restituendo un ordine e un’intenzionalità più rassicuranti del semplice caso o della semplice efferatezza umana.
A questo si aggiunge un elemento tecnico: le immagini dell’epoca, di qualità modesta rispetto agli standard di oggi, si prestarono a interpretazioni suggestive che analisi più accurate hanno smontato una a una, dai presunti frammenti di metallo “anomalo” alle incongruenze nei racconti dei testimoni al Pentagono, spiegabili con la normale variabilità della memoria umana sotto shock. Internet, che nel 2001 muoveva i primi passi come mezzo di massa, offrì a queste narrazioni una cassa di risonanza che i canali tradizionali non avrebbero mai concesso loro, e i social network degli anni successivi hanno fatto il resto, permettendo a chi diffida delle fonti ufficiali di trovare online una comunità pronta a confermare ogni dubbio, vero o presunto che sia.
Una rassegna delle prime pagine mondiali è nell’ archivio della Biblioteca del Senato; il quadro degli attentati resta anche su Wikipedia. Sul tema delle notizie che viaggiano più veloci della verifica abbiamo raccontato anche The Hum, il ronzio misterioso che continua a far discutere.
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