Esiste un solo materiale al mondo capace di contenerlo senza essere distrutto: il Teflon. Tutto il resto, oro compreso, si dissolve al contatto. Si chiama acido fluoroantimonico ed è la sostanza più acida mai prodotta.
Non tutti gli acidi sono uguali
La parola acido copre una gamma molto più ampia di quanto suggerisca l’uso comune.
Al livello più basso ci sono quelli che finiscono in cucina. Gli agrumi e l’ aceto sono alimenti acidi, ma il rischio che comportano è minimo.
Un gradino sopra si trovano i prodotti per la pulizia domestica, come i detergenti per i sanitari. Sono acidi deboli, eppure richiedono già precauzioni d’uso.
Poi arrivano gli acidi forti: solforico, cloridrico, nitrico, perclorico. Maneggiarli è rischioso, perché possono provocare ustioni chimiche e gravi irritazioni delle vie respiratorie.
All’ultimo livello ci sono i superacidi. Dissolvono vetro e metallo in una frazione di secondo.
Cos’è un acido, secondo tre definizioni
Sul concetto di acido la chimica ha elaborato definizioni progressivamente più ampie.
La più immediata descrive l’acido come una specie chimica capace di liberare ioni idrogeno quando viene disciolta in acqua.
Brönsted e Lowry hanno proposto una formulazione diversa: un acido è una sostanza capace di cedere un protone a una base.
Gilbert Newton Lewis è andato oltre, con una definizione ancora più generale. Per lui un acido è un’entità in grado di accettare un doppietto di elettroni, anche quando è priva di protone.
I numeri che misurano la forza
Il potenziale di acidità si esprime attraverso una costante, e la scala procede verso il basso.
Per l’acido cloridrico il valore è superiore a 1.
Per l’acido nitrico scende a meno 2.
Per l’acido solforico arriva a meno 9.
Per l’acido più potente del mondo si colloca tra meno 25 e meno 30.
Cosa fa già l’acido solforico
Prima di salire all’ultimo gradino, conviene fermarsi su quello precedente.
L’acido solforico è tra gli acidi più potenti in circolazione e si trova, tra l’altro, nelle batterie delle automobili.
Un semplice contatto con la pelle provoca un’ustione chimica grave, in grado di danneggiare i tessuti in modo duraturo.
Rispetto al fluoroantimonico, però, è poca cosa: quest’ultimo risulta un miliardo di volte più acido.
Da cosa nasce il fluoroantimonico
La formula è HSbF6 e non si trova in natura.
Si ottiene dalla miscela di due composti: l’acido fluorosolforico, con formula HSO3F, e il pentafluoruro di antimonio, SbF5.
Cosa non gli resiste
L’elenco dei materiali che sopravvivono al contatto è cortissimo.
Non lo sono l’oro, il vetro e nemmeno l’acqua. Tantomeno un essere umano.
L’unico contenitore possibile è il Teflon, il polimero conosciuto ai più come rivestimento antiaderente delle padelle.
A cosa serve davvero
Una sostanza che distrugge quasi tutto sembrerebbe inservibile. Non è così.
L’acido fluoroantimonico è sempre più impiegato negli esperimenti di scienza dei materiali, di sintesi chimica e di catalisi.
Le sue proprietà lo rendono un candidato per la sintesi di molecole complesse. Viene studiato anche per la carbonazione, perché è in grado di protonare gli idrocarburi.
C’è infine una funzione che nessun altro può svolgere. Riesce a catalizzare reazioni chimiche nei casi in cui gli altri acidi non hanno alcun effetto.
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