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Persona in lutto seduta da sola, espressione di dolore e stress fisico

Attacco di lutto: la scienza scopre perché il dolore può sembrare un infarto

Teresa Pitrola 4 settimane fa 0

Un episodio improvviso, quasi violento nella sua intensità: sudorazione, tachicardia, un senso di soffocamento che spinge molte persone a temere un infarto. È quello che gli studiosi chiamano oggi “ grief attack “, o attacco di lutto, e che la ricerca scientifica sta finalmente iniziando a inquadrare come un fenomeno reale e misurabile, non un semplice picco emotivo passeggero.

Quando il dolore diventa fisico

Sherman Lee, professore associato di psicologia alla Christopher Newport University, in Virginia, studia da anni le emozioni negative legate al lutto e all’ansia. Secondo Lee, l’attacco di lutto si verifica quando una persona viene investita da più esperienze intense quasi nello stesso momento: da un lato reazioni fisiche tipiche del panico – sudorazione, formicolii, vertigini – dall’altro un’ondata emotiva fatta di tristezza travolgente, pianto incontrollabile e un desiderio quasi fisico che la persona amata torni. La combinazione dei due piani è ciò che rende l’esperienza così destabilizzante: chi la vive spesso non riconosce nel dolore la causa di sintomi che sembrano, in tutto e per tutto, un malore cardiaco grave.

Una condizione più diffusa di quanto si pensasse

Per anni il fenomeno è rimasto ai margini della letteratura scientifica, relegato ad aneddoti clinici. Le cose sono cambiate quando Lee, insieme al collega Jamison Bottomley, ha condotto uno studio su 314 adulti in lutto, scoprendo che gli attacchi di panico legati al lutto – definiti tecnicamente “grief-related panic attacks” – riguardavano oltre la metà del campione. Un dato che ha sorpreso la comunità scientifica e ha spinto ad approfondire quali fattori aumentino il rischio di svilupparli. Lo studio ha individuato nella sensibilità all’ansia, cioè nella tendenza a interpretare in modo catastrofico le proprie sensazioni corporee, il principale predittore della frequenza e della gravità di questi episodi, indipendentemente da tratti di personalità come il nevroticismo o dall’intensità generale del lutto.

Uno strumento clinico per riconoscerli

Il passo più significativo è arrivato con la creazione di un questionario dedicato, il Grief Attack Questionnaire (GAQ), sviluppato da Lee insieme al ricercatore Robert Neimeyer, tra i massimi esperti mondiali di elaborazione del lutto. Lo strumento, pubblicato a novembre 2025 sulla rivista scientifica Death Studies insieme ai dati raccolti su un ampio campione di persone in lutto, permette ai terapeuti di individuare e classificare questi episodi per costruire percorsi di trattamento personalizzati. Una conferma ulteriore della solidità del modello è arrivata nel 2026 da un nuovo studio, condotto su 303 adulti in lutto e pubblicato sul Journal of Clinical and Basic Psychosomatics, che ha confermato statisticamente la struttura a due componenti del fenomeno – quella da panico e quella propriamente legata al lutto.

Il messaggio per chi lo vive

Le testimonianze raccolte confermano quanto l’esperienza possa essere isolante: c’è chi, nei primi mesi dopo la perdita, non riesce quasi a uscire di casa, evita ogni contatto sociale e si sveglia di notte sudando, convinto di avere un problema cardiaco. Per questo motivo, secondo Lee, il primo passo è proprio il riconoscimento: sapere che si tratta di un attacco di lutto, e non di un’emergenza medica, permette di gestirlo con più consapevolezza. Gli episodi, spiega lo psicologo, possono non scomparire mai del tutto, ma con il supporto di un professionista qualificato possono essere affrontati e progressivamente contenuti, in un percorso che accompagna la persona verso l’elaborazione del lutto.

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