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Un cebo barbuto (Sapajus libidinosus) nella savana brasiliana durante un comportamento di foraggiamento

Il consumo di carne nei primati e l’evoluzione umana: lo studio sui cebi barbuti

Teresa Pitrola 1 mese fa 0

Il consumo di carne è da sempre considerato un tassello fondamentale nella storia evolutiva della nostra specie, ma tra i primati non umani questa abitudine alimentare resta un fenomeno raro e poco documentato. Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Plos One, frutto di una collaborazione internazionale che coinvolge anche ricercatrici italiane, offre ora il quadro più completo mai raccolto sul consumo di piccoli vertebrati da parte di una scimmia sudamericana, aprendo nuove prospettive sull’origine della predazione nella linea evolutiva umana.

Una ricerca durata quasi quattro anni

Lo studio è stato condotto da un team di ricerca internazionale che comprende Elisabetta Visalberghi dell’ Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Istc), Noemi Spagnoletti, ex dottoranda dello stesso istituto oggi alla Sapienza Università di Roma, e Susana Carvalho, paleoantropologa e direttore scientifico del Gorongosa National Park, in Mozambico. Al centro della ricerca ci sono i cebi barbuti (Sapajus libidinosus), scimmie sudamericane note alla comunità scientifica per la loro capacità di utilizzare strumenti litici nella vita quotidiana. Il lavoro sul campo si è svolto nell’arco di 45 mesi, monitorando due gruppi selvatici di questi primati che vivono nella Fazenda Boa Vista, nello Stato brasiliano del Piauí, nel nord-est del Paese. Complessivamente sono state accumulate oltre 5.000 ore di osservazione diretta, durante le quali i ricercatori hanno documentato 446 episodi di consumo di vertebrati, per un tasso medio di 6,34 eventi di predazione ogni 100 ore di osservazione: si tratta del più esteso record mai pubblicato su questo comportamento nella specie.

Cosa mangiano i cebi barbuti

Le prede più frequentemente cacciate dai cebi sono risultate essere i rettili, in particolare lucertole, ma anche serpenti e iguane in misura minore. Al secondo posto figurano i mammiferi, soprattutto roditori, mentre completano l’elenco anche uccelli, pipistrelli e opossum. Una varietà di prede che testimonia una notevole flessibilità comportamentale e alimentare di questi animali. Come sottolinea Elisabetta Visalberghi, i risultati dimostrano che il consumo di mammiferi e sauri rappresenta ormai una componente stabile e abituale della dieta di questa popolazione di cebi, alla stregua dell’uso di pietre e incudini per rompere il guscio duro di noci di cocco e altri frutti, comportamento che ha reso celebre questa specie tra i primatologi. La ricercatrice evidenzia inoltre che l’attività predatoria risulta più frequente nei maschi rispetto alle femmine e negli individui adulti rispetto ai giovani. Un dato particolarmente significativo riguarda la stagionalità di questo comportamento: quando la disponibilità di frutta e insetti diminuisce, il consumo di piccoli vertebrati aumenta in maniera corrispondente. Questo pattern suggerisce che tali prede non costituiscano un semplice diversivo occasionale nella dieta dei cebi, ma rappresentino una vera e propria fonte energetica alternativa, sfruttata strategicamente nei periodi di scarsità.

Il modo di mangiare rivela una strategia precisa

Un altro aspetto interessante emerso dallo studio riguarda le modalità con cui i cebi consumano le proprie prede. Cervello e visceri vengono estratti e ingeriti per primi, prima di qualsiasi altra parte del corpo. Si tratta di tessuti particolarmente ricchi di nutrienti, che vengono masticati con grande rapidità, a differenza dei muscoli, la cui masticazione richiede tempi più lunghi. Secondo Visalberghi, questa velocità nell’acquisizione dell’energia rappresenterebbe un vantaggio evolutivo non trascurabile, soprattutto nei contesti in cui la preda viene condivisa con altri membri del gruppo, o quando esiste il rischio concreto che un altro individuo se ne appropri sottraendola al cacciatore originario.

Un ponte verso l’evoluzione umana

L’aspetto più rilevante dello studio, dal punto di vista antropologico, riguarda proprio le implicazioni per la comprensione della nostra storia evolutiva. Noemi Spagnoletti, co-autrice della ricerca, spiega che osservare come i cebi integrano i piccoli vertebrati nella propria dieta può aiutare gli studiosi a comprendere meglio alcune tappe fondamentali dell’ evoluzione della predazione umana, offrendo nuovi elementi per ricostruire le strategie di sussistenza adottate dai primi esseri umani. Gli autori dello studio ipotizzano che, prima dell’emergere del cosiddetto “human predatory pattern” — cioè lo sfruttamento sistematico di animali di dimensioni pari o superiori a quelle del predatore stesso — i piccoli vertebrati possano aver rappresentato per gli ominini una fonte nutritiva importante, specialmente nei periodi di scarsità di altre risorse alimentari. Cacciare e consumare prede di piccole dimensioni risulta infatti molto più semplice, meno rischioso e meno dispendioso in termini energetici rispetto alla caccia di animali più grandi: per questo motivo, è plausibile che questo tipo di sfruttamento abbia preceduto e accompagnato, in una fase successiva, la caccia a prede di maggiori dimensioni. Sulla base di queste conclusioni, i ricercatori invitano la comunità scientifica a prestare maggiore attenzione alle tracce di consumo di piccoli vertebrati rinvenute negli assemblaggi faunistici fossili, un elemento che finora è stato spesso trascurato ma che potrebbe rivelarsi cruciale per valutare correttamente il ruolo di queste risorse nelle prime fasi dell’evoluzione della predazione nella nostra specie.

Il valore della ricerca sul campo di lunga durata

Lo studio sottolinea anche un punto metodologico di rilievo: l’importanza delle ricerche sul campo condotte nel lungo periodo per comprendere realmente le strategie alimentari di specie longeve e comportamentalmente flessibili come i cebi barbuti. Solo un’osservazione prolungata negli anni, infatti, ha permesso di cogliere pattern stagionali e differenze legate a sesso ed età che sarebbero rimasti invisibili in studi di più breve durata. La collaborazione internazionale che ha reso possibile questa ricerca ha coinvolto, oltre alla Sapienza Università di Roma e al Consiglio nazionale delle ricerche, anche il Gorongosa National Park in Mozambico, l’Universidade de São Paulo in Brasile, le università portoghesi di Porto, Algarve e Coimbra, l’University of Oxford nel Regno Unito e la Pontificia Universidad Católica de Chile.

Domande frequenti

Cosa sono i cebi barbuti?

Sono scimmie sudamericane (Sapajus libidinosus) note per l’uso abituale di pietre e incudini per aprire noci di cocco e altri frutti dal guscio duro.

Cosa ha scoperto lo studio pubblicato su Plos One?

Ha documentato 446 episodi di consumo di piccoli vertebrati in 45 mesi di osservazione, il più esteso record mai raccolto su questo comportamento nella specie.

Quali animali cacciano i cebi barbuti?

Soprattutto rettili come lucertole, serpenti e iguane, seguiti da mammiferi come i roditori, oltre a uccelli, pipistrelli e opossum.

Perché questo studio è importante per l’evoluzione umana?

Perché suggerisce che i piccoli vertebrati possano aver rappresentato una fonte nutritiva chiave per gli ominini prima dello sviluppo della caccia a prede più grandi.

Chi ha condotto la ricerca?

Un team internazionale guidato da Elisabetta Visalberghi (Cnr-Istc), Noemi Spagnoletti (Sapienza Università di Roma) e Susana Carvalho (Gorongosa National Park, Mozambico).

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