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Atomica 1945

Dentro la prima atomica si nascondeva un cristallo sconosciuto: la scoperta italiana dopo 80 anni

Teresa Pitrola 4 settimane fa 0

Un team internazionale guidato dall’italiano Luca Bindi, docente di Mineralogia dell’Università di Firenze, ha scoperto un nuovo materiale cristallino mai osservato prima studiando i resti della prima esplosione nucleare della storia. 

Lo studio, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), ha un titolo che è già di per sé un programma: “Extreme non-equilibrium synthesis of a Ca–Cu–Si clathrate during the Trinity nuclear test”. 

Per decenni la trinitite era stata studiata come curiosità radiologica, reperto storico, oggetto da collezione. Poi, a partire dal 2021, lo stesso campione ha iniziato a restituire qualcosa di decisamente inaspettato: strutture cristalline che la chimica convenzionale non aveva mai prodotto, formate in condizioni termodinamiche irriproducibili in qualsiasi laboratorio tradizionale.

Cos’è esattamente questo materiale

Si tratta di un clatrato di tipo I a base di calcio, rame e silicio, una struttura cristallina “a gabbia” in cui alcune molecole restano intrappolate all’interno. La struttura cristallina si è originata nelle condizioni estreme generate dalla detonazione del test Trinity del 1945: temperature elevatissime, pressioni intense e un rapidissimo raffreddamento del materiale fuso nei secondi successivi. Queste condizioni avrebbero permesso la formazione del clatrato Ca–Cu–Si individuato dai ricercatori.

Nel grande corpus dei clatrati già noti alla scienza, il reticolo ospitante è tipicamente fatto di silicio, germanio o stagno, mentre gli ospiti intrappolati sono quasi sempre atomi alcalini o alcalino-terrosi, come sodio, potassio, bario e stronzio. Il clatrato Ca–Cu–Si della trinitite è però anomalo già nella sua composizione: calcio e rame come elementi nel sito ospite, all’interno di un reticolo di silicio, non corrisponde a nessuna famiglia sintetica nota. La struttura è stata confermata attraverso la diffrazione di elettroni su singolo cristallo, una tecnica particolarmente adatta per fasi cristalline di dimensioni nanometriche. Non un clatrato qualunque, dunque, ma un tipo di composto chimicamente inedito nella sua architettura atomica.

Non è la prima sorpresa nascosta nella trinitite

Bindi non è nuovo a simili colpi di scena. Il professore è già noto per la scoperta dei quasicristalli naturali. Si tratta di un minerale che non si riteneva potesse esistere, che Bindi aveva trovato prima in un frammento di meteorite di origine extraterrestre, poi nei resti dell’esplosione del Trinity Test del 1945. Un argomento che ha trattato anche in un libro pubblicato nel 2025, Le ceneri di Trinity (Tab edizioni). La scoperta attuale è ancora più interessante proprio perché nello stesso evento si era già formato quel quasicristallo ricco di silicio, documentato dallo stesso team pochi anni fa. La trinitite si sta rivelando dunque una specie di archivio chimico straordinario: ogni frammento, un documento dell’istante in cui il mondo atomico fu forzato oltre i propri limiti.

Come si forma la trinitite e cosa la rende speciale

Il 16 luglio 1945, gli americani fecero detonare la prima bomba atomica della storia nel deserto del Nuovo Messico, ad Alamogordo. Trinity era una bomba atomica al plutonio, dello stesso tipo di quella che sarebbe stata sganciata dalle forze armate statunitensi sulla città giapponese di Nagasaki il 9 agosto dello stesso anno. 

La trinitite si è formata quando l’esplosione fuse sabbia, rame e altri materiali presenti nell’area del test nucleare, trasformandoli in un vetro verdastro disseminato attorno al punto della detonazione. La cosiddetta trinitite rossa è molto più rara: si forma nelle immediate vicinanze dell’epicentro, dove le temperature raggiunte nel breve istante dell’esplosione superano ampiamente i 10.000 gradi Kelvin, e il materiale fuso viene a contatto diretto con i componenti metallici della torre di detonazione, in primis il rame dei cavi elettrici. È proprio in quella mescolanza violenta e brevissima che si è formata la struttura cristallina mai vista prima.

Le potenziali applicazioni: dall’energia alla transizione verde

La domanda che sorge spontanea è: a cosa serve, concretamente, questa scoperta? I clatrati sono materiali caratterizzati da una struttura a gabbia, capace di intrappolare atomi e molecole al proprio interno. Questa proprietà li rende particolarmente interessanti per molte applicazioni innovative, soprattutto nel campo dell’energia e dei materiali avanzati. Studiare queste strutture può portare allo sviluppo di sistemi termoelettrici per trasformare il calore in elettricità, nuovi semiconduttori e soluzioni avanzate per lo stoccaggio di gas e idrogeno, elemento chiave per la transizione energetica.

In un’epoca in cui la ricerca di materiali efficienti per accumulare e convertire energia è considerata una delle frontiere più strategiche della tecnologia, scoprire un clatrato con una composizione chimica inedita amplia il catalogo di possibilità a disposizione dei ricercatori. Il fatto che esista — anche se formato in condizioni irriproducibili — dimostra che quella struttura è fisicamente realizzabile. Il passo successivo è capire se e come si potrebbe replicare artificialmente.

Il significato per la scienza: i disastri come laboratori 

“Capire il legame tra queste strutture aiuta gli scienziati a comprendere meglio come si organizzano gli atomi in condizioni estreme e ad ampliare le possibilità di progettazione di nuovi materiali avanzati”, spiega il professor Bindi. 

I ricercatori aggiungono: “Eventi come esplosioni nucleari, fulmini o impatti meteoritici funzionano come veri laboratori naturali, permettono di osservare forme di materia che non riusciamo a riprodurre facilmente in laboratorio”.

La ricerca dimostra come eventi catastrofici possano generare risultati scientifici sorprendenti, trasformando ciò che sembrava un residuo di guerra in una preziosa fonte di conoscenza. C’è qualcosa di profondamente paradossale — e al tempo stesso illuminante — nell’idea che il momento più distruttivo della storia umana stia ancora consegnando alla scienza informazioni nuove, quasi ottant’anni dopo. La trinitite non è solo una reliquia della Guerra Fredda: è, a tutti gli effetti, un laboratorio naturale che continua a parlare.

Un italiano al centro della scoperta

Vale la pena sottolineare il ruolo di Luca Bindi, che con questo studio consolida una posizione di assoluto rilievo internazionale nel campo della mineralogia e della scienza dei materiali estremi. La scoperta più recente è pubblicata con la partecipazione, tra gli altri, di Paul J. Steinhardt di Princeton, uno dei più autorevoli fisici teorici viventi, già co-autore con Bindi della scoperta dei quasicristalli naturali. La collaborazione tra Firenze e Princeton, nata attorno a un frammento di vetro radioattivo del deserto del New Mexico, è diventata una delle partnership scientifiche più fertili degli ultimi anni nel campo dei materiali inusuali. E, a giudicare dai risultati, non ha ancora esaurito le sorprese.

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