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Isola sudcoreana di Jeju

Isola degli innamorati o isola della morte? Il giallo di Jeju che sconvolge la Corea

Teresa Pitrola 2 settimane fa 0

Tra il 22 e il 24 agosto, l’isola sudcoreana di Jeju — meta turistica da oltre 13 milioni di visitatori soltanto l’anno scorso, soprannominata “l’isola degli innamorati” per essere la destinazione di nozze più ambita del Paese — è stata scossa dal ritrovamento in rapida successione dei corpi di quattro persone che risultavano scomparse. L’ultimo cadavere identificato è quello di Jang Mi-ran, 37 anni, ritrovato in una piantagione di palme il 24 agosto: la donna, che viveva sull’isola da circa dieci anni con il compagno nell’area occidentale di Hallim, era sparita il 15 maggio scorso. A questo caso si è aggiunto, nello stesso arco di tempo, quello di un sessantenne di Jeju City, scomparso il 28 giugno e il cui corpo è stato recuperato pochi giorni fa. Al momento le autorità non hanno accertato collegamenti diretti tra le quattro morti, ma la coincidenza temporale e geografica ha acceso un caso nazionale.

Il poliziotto arrestato e le accuse di falsificazione

Al centro dello scandalo c’è un agente della polizia locale, identificato con il cognome Bu, trentacinque anni, in servizio nella squadra dedicata alle persone scomparse della stazione di Jeju Seobu. L’uomo è stato arrestato con l’accusa di aver mentito ai familiari delle vittime sullo stato delle indagini e di aver archiviato prematuramente almeno due dei fascicoli, chiudendo i casi senza verificare a fondo le condizioni delle persone scomparse. Emblematica la testimonianza del figlio di una delle vittime, che ha raccontato ai media locali di aver atteso fiducioso per 51 giorni prima che gli venisse restituito solo il corpo del proprio caro. 

La magistratura sta ora verificando se Bu sia coinvolto anche nel ritrovamento degli altri due cadaveri, scoperti in villaggi costieri dell’isola.

Quasi 300 fascicoli sotto la lente, riesame nazionale su 310.000 casi

Le conseguenze dello scandalo si stanno allargando rapidamente. La polizia ha istituito una squadra speciale per riesaminare con urgenza tutti i fascicoli gestiti dall’agente Bu: si tratta di quasi 300 denunce di scomparsa. Quattro ufficiali della catena di comando della stazione di Jeju Seobu — compreso l’attuale capo della stazione, il capo del dipartimento investigativo e il responsabile della squadra scomparsi — sono stati sospesi dal servizio, mentre si indaga su eventuali negligenze nella supervisione. La vicenda ha assunto però una dimensione ben più ampia: secondo l’agenzia Yonhap, l’intero corpo di polizia sudcoreano riesaminerà circa 310.000 casi di persone scomparse archiviati negli ultimi tre anni, per verificare se prassi simili a quelle contestate a Bu si siano ripetute altrove nel Paese.

Perché le indagini erano state trattate con superficialità

Diversi esperti interpellati dalla stampa sudcoreana collegano la gestione approssimativa dei casi a un fattore strutturale: il bassissimo tasso di criminalità violenta di Jeju e, più in generale, della Corea del Sud. Lee Yung-hyeock, docente di scienze della polizia alla Konkuk University, ha spiegato a Yonhap che gli agenti tendono per prassi ad assumere che ogni sparizione sia un allontanamento volontario, dato che il 99% dei circa 70.000 casi annuali di adulti scomparsi si risolve entro un mese. Un automatismo che, nel caso di Jang Mi-ran e degli altri scomparsi, si è rivelato fatale.

La reazione del governo e la riforma della polizia

Il caso ha raggiunto i vertici dello Stato. Il presidente Lee Jae-myung ha ordinato un’indagine approfondita sul trattamento riservato alla scomparsa di Jang Mi-ran e ha chiesto al governo l’istituzione di un’agenzia dedicata alla riforma delle forze dell’ordine, denunciando un “declino della disciplina” e una “mancanza di responsabilità nel garantire la sicurezza pubblica”; si tratta di un problema che secondo il presidente diventa ancora più urgente alla luce dei maggiori poteri investigativi che la polizia si appresta ad acquisire nel sistema giudiziario penale. Il Partito Democratico di Corea, al governo, ha annunciato l’intenzione di rafforzare i meccanismi di controllo interno, puntando su maggiore trasparenza e responsabilità delle forze dell’ordine.

Perché Jeju è conosciuta come “l’isola degli innamorati”

Jeju, patrimonio Unesco dominato dal monte Halla (1.950 metri, la vetta più alta del Paese) e collocata strategicamente tra la penisola coreana, il Giappone e la Cina, è da decenni la meta di nozze per eccellenza dei coreani: spiagge di sabbia nera e acque cristalline, un ricco patrimonio naturalistico e una fitta mitologia fatta di sciamani, fantasmi e leggende sulla morte le hanno valso l’appellativo di “isola degli innamorati” o “Hawaii della Corea del Sud”. Negli ultimi dieci anni, tuttavia, l’economia turistica dell’isola ha attraversato fasi altalenanti, passando da una fortissima dipendenza dai flussi cinesi — poi ridimensionatasi — a una faticosa fase di ripresa, alimentata negli ultimi mesi anche dal ritorno dei visitatori dalla Cina. È in questo equilibrio già fragile che lo scandalo delle scomparse rischia ora di inserirsi come un nuovo elemento di instabilità per l’immagine internazionale della destinazione.

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