Era il dicembre del 1995, John F. Kennedy Jr. e la principessa Diana si incontrarono per circa un’ora al Carlyle Hotel di New York City: lui aveva una proposta importante da farle, e lei aveva già deciso di dirgli no.
L’incontro era stato architettato con una cura degna di un’operazione di intelligence. Era stato organizzato in modo così silenzioso che Patrick Jephson, segretario privato di Diana, lo avrebbe in seguito descritto come una manovra «da servizi segreti».
Era stata scelta la fascia oraria di mezzogiorno, quando l’hotel avrebbe avuto meno movimento. Diana si trovava già a New York per ritirare un riconoscimento umanitario alla cerimonia annuale degli United Cerebral Palsy Awards.
Il motivo ufficiale della visita era editoriale: Kennedy sperava di convincere Diana a posare per la copertina della sua nuova rivista, George, che tentava di colmare il divario tra vita politica e cultura pop. Ma la principessa aveva già preso la sua decisione ancor prima che lui aprisse bocca.
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«Si trasformavano in gelatina»
L’atmosfera nella suite, raccontano i testimoni, fu tutt’altro che formale. Secondo Jephson l’incontro «non fu eccessivamente flirtatious, ma fu amichevole». Diana era in abito da cerimonia, pronta per un impegno ufficiale nel pomeriggio, e il suo charme funzionava come sempre. «Per otto anni ho visto persone che si ritenevano importanti trasformarsi in gelatina quando venivano presentate alla principessa», ha dichiarato Jephson a People.
«Era rispettosa nei confronti di lui. Lei lo mise subito a suo agio. Ebbero una conversazione piacevole e informale».
John non era immune al fascino di Diana. Nel 1988 People lo aveva incoronato «Sexiest Man Alive», eppure anche lui cercava rassicurazioni. «Avevo percepito in lui una certa vulnerabilità», ha ricordato Jephson. Un amico di Kennedy, Sasha Chermayeff, ha raccontato che lui stesso disse che l’incontro era stato «più divertente del previsto», e che «la principessa era più autentica del previsto». «Penso che lei gli piacesse, diciamola così».
Un no elegante ma con una promessa
La risposta di Diana alla proposta di copertina fu cortese ma definitiva. «Beh, sai, è tutto molto carino, John», disse. «Grazie. Ma spero che tu mi perdoni se questa volta non accetto l’invito; mi piacerebbe magari per il vostro cinquantesimo numero, o per il centesimo». Un rifiuto avvolto in un sorriso, da donna abituata a gestire le aspettative altrui con grazia disarmante.
George avrebbe chiuso i battenti nel 2001. Al momento dell’ultimo numero, sia Diana che Kennedy erano già morti: lei in un incidente stradale a Parigi nel 1997, a 36 anni; lui in uno schianto aereo nel 1999, a soli 38 anni. L’unico incontro tra i due, quel caffè al Carlyle, rimase tale. Non si sarebbero rivisti mai più.
Eppure Diana aveva mantenuto un rapporto di cordialità con John e sua moglie Carolyn Bessette-Kennedy. Nel febbraio del 1997, pochi mesi prima di morire, aveva scritto loro per esprimere solidarietà per le pressioni mediatiche: «Spero che i media vi stiano lasciando in pace, sia te che Carolyn. So quanto sia difficile, ma credetemi, i paparazzi peggiori sono qui in Europa». Una lettera che oggi suona come una profezia.
Due dinastie, uno stesso specchio
A riaprire il capitolo ci pensa adesso un libro destinato a fare rumore. In The Kennedys and the Windsors: The Story of Two Dynasties, One Born, One Made, la giornalista Caroline Hallemann — direttrice digitale di Town & Country — ricostruisce per la prima volta in modo sistematico le ‘leggi’ profonde che legano queste due famiglie, attraverso ricerche d’archivio e interviste inedite a testimoni su entrambe le sponde dell’Atlantico. I parallelismi che emergono sono sorprendenti. Hallemann affianca le icone di stile Diana e Carolyn Bessette-Kennedy, entrambe scomparse prematuramente; le «seconde sorelle» frustrate, Margaret e Lee Radziwill; le generazioni segnate dagli scandali, con Robert F. Kennedy Jr. e il principe Andrea; e la generazione attuale, alle prese con il significato di una monarchia — reale o immaginata — nel ventunesimo secolo.
Il parallelo più suggestivo riguarda due figli ribelli: John Jr. e il principe Harry. Entrambi hanno tentato di costruirsi un’identità autonoma al di fuori delle aspettative dinastiche: il primo con la rivista George, il secondo con la rottura clamorosa dalla famiglia reale e il trasferimento in California. Il filo che li unisce è la fatica di essere eredi di un mito più grande di loro.
La cultura pop li ha consacrati
Il fascino che queste famiglie continuano a esercitare è testimoniato anche dall’attenzione che Hollywood riserva loro. Il libro è stato pensato anche per i fan della nuova serie limitata di Ryan Murphy su FX, Love Story, dedicata alla storia d’amore tra John e Carolyn, mentre Netflix sta sviluppando un dramma sui Kennedy costruito sullo stile narrativo di The Crown.
Due famiglie separate dall’Oceano, unite da tragedie, carisma e una capacità quasi soprannaturale di incarnare le speranze e le paure del proprio tempo. Quel caffè al Carlyle, tra due persone bellissime e condannate a una vita breve, ne è forse l’istantanea più perfetta.
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