Oggi, 13 aprile, durante un panel all’Università di San Francisco, Nicole Kidman ha detto una cosa che di solito nessuno dice ad alta voce: vuole imparare ad assistere le persone mentre muoiono. Non come infermiera, non come medico. Come doula della morte. L’idea le è venuta dopo la scomparsa della madre nel 2024: “Mia madre era sola prima di morire — ha spiegato — e la famiglia ha potuto fare qualcosa solo fino a un certo punto”. Da quel momento, qualcosa ha preso forma.
La notizia ha fatto il giro del web in poche ore, trascinando con sé una domanda che pochissimi si erano mai posti prima: cos’è esattamente una doula della morte?
In questo articolo
Una parola antica per un lavoro che stiamo riscoprendo
Il termine “doula” viene dal greco antico δοῦλα, che indicava la donna di servizio più vicina alla padrona di casa — quella presente nei momenti di passaggio, di fragilità, di grande cambiamento. Nell’ uso moderno, “doula” descrive una figura maschile o femminile che offre assistenza professionale ed emotiva durante i momenti di grande vulnerabilità, come la nascita o il fine vita.
La birth doula (doula della nascita) — quella che assiste le madri durante la gravidanza e il parto — è già abbastanza nota. La doula della morte fa lo stesso, ma all’altro capo della vita.
La Doula della Morte è una figura professionale, emotiva e spirituale molto diffusa in Regno Unito, Stati Uniti e Canada che accompagna tanto i morenti quanto i dolenti nel difficile percorso di accettazione della morte. Per la sua formazione, è in grado di occuparsi sia degli aspetti spirituali sia delle incombenze pratiche che investono ogni famiglia alla fine della vita.
Questo non significa che entri in corsia con una siringa. Non prescrive nulla, non sostituisce nessuno del personale medico.
Cosa fa concretamente una doula della morte
La domanda più naturale è: ma nella pratica, cosa fa? La risposta sorprende, perché tocca cose che la medicina moderna ha smesso di fare — o non ha mai fatto.
La doula della morte aiuta a pianificare gli ultimi giorni secondo i desideri della persona che sta morendo, creando un ambiente confortevole e familiare e, soprattutto, offrendo una presenza costante che allevia la solitudine di quei momenti.
In concreto:
- Ascolta il morente senza giudicarlo, senza cercare di cambiarne le emozioni
- Aiuta a scrivere lettere, registrare messaggi vocali o video per chi resterà
- Crea rituali personalizzati per facilitare il distacco
- Gestisce le incombenze pratiche burocratiche, lasciando liberi i familiari di stare presenti emotivamente
- Rimane in contatto con la famiglia anche nelle settimane successive alla morte
Se la vita fosse facile, forse lo sarebbe anche morire. Ma nasciamo complessi e viviamo in maniera ancora più complessa, spesso incapaci di capire le nostre emozioni. Tutti questi nodi vengono ingigantiti sul tramonto della vita, per cui da un lato diventa difficile lasciar andare la vita, perché si sente di non avere sistemato le cose più importanti.
La doula della morte non risolve quei nodi. Li accompagna.
Il perché dietro la scelta di Kidman e cosa ci dice di noi
Nicole Kidman, 58 anni, ha spiegato che tra lei e sua sorella c’erano tanti figli — rispettivamente 4 e 6 — e poi le carriere e il lavoro, e tuttavia entrambe volevano prendersi cura della madre, perché il padre non c’era più. “È così che mi sono detta: vorrei che ci fossero persone in questo mondo in grado semplicemente di offrire conforto e assistenza. Questa consapevolezza è parte della mia crescita”.
La storia di Kidman fotografa qualcosa di sistemico: le famiglie moderne sono frammentate, geograficamente disperse, strette tra lavoro e figli. Quando un genitore anziano si avvicina alla fine, il tempo e lo spazio emotivo per stargli accanto scarseggiano. La death doula nasce anche per colmare questo spazio.
| Chi assiste oggi il morente | Limite del ruolo |
|---|---|
| Medici e infermieri | Presenza limitata alle cure fisiche |
| Psicologi e assistenti sociali | Interventi saltuari, non continui |
| Familiari | Spesso sopraffatti dal dolore e dalle incombenze |
| Volontari dell’hospice | Formazione variabile, non professionale |
| Doula della morte | Presenza continuativa, emotiva e pratica, non medica |
Nota editoriale: in Italia solo il 33% dei pazienti che ne avrebbero bisogno accede a cure palliative adeguate (dato SICP/FCP, maggio 2025). La doula della morte non sostituisce quelle cure, ma può integrare ciò che manca sul piano umano.
In Italia esiste? Sì, ma è quasi una notizia
Per anni la risposta è stata: solo come volontariato. Fino al 2024, l’unico modo per svolgere questo ruolo nel nostro Paese era il volontariato, attraverso la rete delle cure palliative e delle associazioni che assistono i malati a domicilio e negli hospice. Poi qualcosa è iniziato a cambiare: in dicembre è nata la prima associazione di doule della morte in Italia.
Sul piano giuridico, in Italia questa figura professionale non sanitaria può esercitare grazie alla legge 4/2013, quella che regola le professioni non organizzate. Non occorre una laurea in medicina: occorre una formazione specifica. A Genova, il Centro Studi Edoardo Vitale di SO.CREM ha attivato un corso biennale di alta formazione per End of Life Doula, con crediti ECM per i professionisti dell’area socio-sanitaria. È probabilmente il percorso più strutturato oggi disponibile in Italia.
In Italia l’accesso alle cure palliative e l’assistenza alle persone affette da patologie croniche e inguaribili, pur con un trend in crescita, è ancora ben al di sotto dei livelli di sufficienza, attestandosi al 33% come media nazionale, con forti disparità territoriali. In questo contesto, la doula dlla morte non è un lusso esotico importato dagli Stati Uniti: è una risposta a una lacuna reale.
La morte come tabù che stiamo imparando a guardare in faccia
C’è qualcosa di paradossale in tutto questo: la morte è l’unica certezza della vita, eppure è il tema di cui parliamo meno. Medicalizzata, istituzionalizzata, silenziata nelle corsie d’ospedale, è diventata qualcosa che “succede” invece di qualcosa che si vive.
Alua Arthur, death doula statunitense che svolge questo ruolo dal 2012, ha raccontato: «Essere a contatto con la morte mi ha reso più onesta. Le parole che non diciamo ci soffocano mentre moriamo. Le persone pensano di avere più tempo e quando realizzano di non averne, rimpiangono le cose non dette».
Nicole Kidman che decide di imparare a stare accanto ai morenti — lei, con quattro film nominati all’Oscar, una carriera da 30 anni, i riflettori puntati addosso da tutta la vita — dice qualcosa di semplice: che alcune cose contano più della fama. E che la morte, se la guardi senza scappare, ti cambia.
La doula della morte non è qui per farti sentire meglio. È qui perché tu non debba essere solo.
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Quanto guadagna una doula della morte?
Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove la figura è più consolidata, le tariffe oscillano tra i 25 e i 150 dollari/sterline l’ora, con pacchetti completi che possono superare i 1.000 dollari. In Italia, dove la professione è ancora agli esordi, non esiste ancora un tariffario di riferimento. Molte operano su donazione o in accordo con hospice e strutture palliative.
Per diventare doula della morte serve una laurea?
No. In Italia la professione rientra nelle professioni non organizzate regolate dalla Legge 4/2013, che non richiede un titolo accademico specifico. È tuttavia fortemente consigliata una formazione strutturata: il corso biennale di SO.CREM Genova è tra i percorsi più completi attualmente disponibili, con crediti ECM per i professionisti sanitari.
La doula della morte è la stessa cosa dell’assistente palliativo?
No. L’assistente palliativo è una figura sanitaria che lavora su prescrizione medica e può somministrare terapie. La death doula non ha competenze mediche né farmacologiche: il suo intervento è esclusivamente emotivo, spirituale e pratico. Le due figure possono lavorare in parallelo, non si sovrappongono.
In quali paesi la doula della morte è una professione riconosciuta?
Negli Stati Uniti e in Canada esiste l’International End-of-Life Doula Association (INELDA), che offre formazione e certificazione. Nel Regno Unito la figura è integrata in molti hospice. In Italia e in gran parte dell’Europa continentale è ancora in fase di affermazione culturale e professionale, senza un albo ufficiale.
Esiste qualcosa di simile nella tradizione italiana?
Sì. In Sardegna, la figura dell’accabadora — nella tradizione popolare — era la donna chiamata a impartire la “buona morte” ai malati terminali. Era una figura di confine, temuta e rispettata, che agiva quando la comunità riconosceva che il tempo era venuto. La death doula moderna non ha quell’accezione estrema, ma condivide l’idea di fondo: che il momento della morte meriti una presenza umana dedicata.
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Crediti fotografici
- Nicole Kidman: © cosedellaltromondo.it | CC0 1.0 Universal
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