Bastano nove secondi a un gatto per associare una parola nuova a un’immagine. A un bambino ne servono il doppio: venti. Un nuovo studio pubblicato su Scientific Reports da un team di ricercatori giapponesi dell’Università di Azabu, e che viene riportato da Focus, ribalta una convinzione radicata: quella del gatto come animale impermeabile alla comunicazione umana. Lo studio, inoltre, apre una finestra inaspettata sull’intelligenza felina.
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L’esperimento: parole inventate e animazioni sul monitor
Il metodo scelto dai ricercatori non è casuale: è lo stesso normalmente usato per testare le capacità cognitive dei bambini piccoli. Trentuno gatti adulti sono stati messi davanti a uno schermo che mostrava due animazioni diverse, accompagnate dalla voce registrata del loro proprietario che pronunciava due parole di fantasia — “keraru” e “parumo” — scelte apposta per non evocare alcuna conoscenza pregressa.
Nella seconda fase del test, le immagini venivano mostrate di nuovo, ma nel cinquanta per cento dei casi abbinate alla parola sbagliata. La reazione dei gatti è stata eloquente: di fronte all’incongruenza, gli animali hanno fissato lo schermo più a lungo, mostrando segni di perplessità. Alcuni hanno addirittura dilatato le pupille, un segnale fisiologico associato a sorpresa e attenzione intensa. Per i ricercatori, questo comportamento dimostra che i gatti non si limitano a registrare passivamente i suoni, ma formano una mappa mentale che mette in relazione parole e immagini, e si accorgono quando quella mappa viene contraddetta.
Un filo di ricerche che si rincorrono da anni
Lo studio del team di Azabu non arriva dal nulla. Già nel 2013, uno studio dell’Università di Tokyo aveva evidenziato la capacità dei gatti di distinguere la voce del loro proprietario da altre voci umane: una scoperta che all’epoca sembrò quasi aneddotica, ma che poneva le prime basi scientifiche per indagare la relazione acustica tra felini e linguaggio umano.
Il passo successivo, e forse il più citato, arriva nel 2019. Un team dell’Università di Tokyo ha dimostrato che i gatti riconoscono il proprio nome e capiscono quando ci si sta rivolgendo a loro.
Se se non rispondono, non è perché non abbiano capito, ma perché hanno deciso di ignorare il richiamo. Lo studio, pubblicato anch’esso su Scientific Reports, ha coinvolto 78 gatti domestici e ha mostrato che i gatti erano in grado di distinguere il loro nome da parole che avevano la stessa lunghezza e lo stesso accento.
Tre anni dopo, nel 2022, lo stesso gruppo di ricerca ha alzato ulteriormente l’asticella. I gatti non solo riconoscono il proprio nome, ma anche quello degli altri mici di casa, senza che venga loro insegnato. Il metodo usato era già un precursore di quello impiegato nello studio più recente: ai gatti venivano mostrate immagini di altri gatti familiari accompagnate da nomi, ma in alcuni casi foto e nome non corrispondevano. Di fronte a tale incongruenza, i gatti domestici restavano perplessi e guardavano più a lungo il monitor, come se le loro aspettative venissero disattese.
Più veloci, non più “intelligenti”: cosa dice davvero lo studio
È importante non fraintendere la portata di questi risultati. Lo studio non attribuisce ai gatti capacità linguistiche paragonabili a quelle umane, ma suggerisce una forma di comprensione più attiva e strutturata del linguaggio umano di quanto si fosse finora ipotizzato.
La differenza rispetto ai bambini riguarda la velocità di apprendimento associativo, non la comprensione semantica profonda. I gatti non comprendono le parole nel modo in cui lo fanno gli esseri umani, ma possono imparare ad associare certi suoni a specifiche azioni o eventi. Quello che lo studio dimostra è che questo processo di associazione avviene in loro con una rapidità sorprendente — frutto, probabilmente, di millenni di convivenza con l’essere umano.
Il dottor Atsuko Saito, scienziato comportamentale della Sophia University di Tokyo, aveva già sottolineato come i gatti sembrino associare le parole a ricompense o punizioni, piuttosto che attribuire a esse un significato astratto come faremmo noi. Il nuovo studio va oltre: suggerisce che quell’associazione possa coinvolgere anche oggetti e immagini, non solo esperienze condizionate.
Il micio che ascolta (anche quando fa finta di no)
La ricerca ridisegna, almeno in parte, il profilo cognitivo di un animale che la cultura popolare ha a lungo considerato distante e imperscrutabile. I gatti sono capaci di seguire i segnali di puntamento umani per localizzare il cibo, dimostrando una forma di intelligenza sociale che richiede la comprensione delle intenzioni altrui. Questa capacità è il risultato di millenni di convivenza.
In altre parole, il gatto che vi fissa dal divano mentre parlate al telefono non sta soltanto aspettando la cena. Sta — con ogni probabilità — ascoltando. E imparando. Più in fretta di quanto abbiate mai immaginato.
FAQ – Curiosità
I gatti capiscono le parole umane?
I gatti non comprendono le parole in senso semantico come gli esseri umani, ma sono in grado di associare certi suoni a immagini, oggetti o situazioni. Uno studio pubblicato su Scientific Reports dimostra che questa capacità è più sviluppata e rapida di quanto si credesse finora.
Quante parole conosce un gatto?
Non esistono studi scientifici che stabiliscano con precisione quante parole un gatto possa apprendere. È certo però che i felini riconoscono il proprio nome, la voce del proprietario e alcuni suoni ricorrenti, associandoli a esperienze positive o negative della vita quotidiana.
I gatti imparano davvero più in fretta dei bambini?
In termini di apprendimento associativo tra parola e immagine, sì: i gatti impiegano in media 9 secondi contro i 20 necessari a un bambino piccolo. Questo non significa che i gatti siano “più intelligenti”, ma che in questo specifico tipo di compito mostrano una maggiore efficienza cognitiva.
Perché i gatti spesso ignorano quando li chiamiamo?
Secondo uno studio del 2019 dell’Università di Tokyo, i gatti riconoscono perfettamente il proprio nome e distinguono quando vengono chiamati. Se non rispondono, non è per incapacità: semplicemente scelgono deliberatamente di ignorare il richiamo, come confermato dai ricercatori.
Come fanno i ricercatori a studiare l’intelligenza dei gatti?
I ricercatori usano test mutuati dalla psicologia infantile, come il metodo assuefazione-disabituazione. Mostrano ai gatti immagini associate a parole e osservano le loro reazioni quando le associazioni vengono violate. La dilatazione delle pupille e il tempo di fissazione dello schermo sono indicatori chiave.
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Crediti fotografici
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