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Jill Price

La donna che non dimentica nulla: la sindrome che sembra un superpotere ma non lo è

Teresa Pitrola 3 settimane fa 0

Immaginate di ricordare ogni singolo giorno della vostra vita. Non le grandi svolte — il primo bacio, la laurea, la morte di un genitore — ma ogni martedì mattina, ogni lite banale, ogni giornata grigia trascorsa davanti alla televisione. 

Immaginate che quei ricordi tornino in modo incontrollabile, come un film che non si può spegnere. A molti suonerebbe come un dono straordinario. Per chi ci vive, è tutt’altro.

Cos’è l’HSAM: ricordare tutto senza scegliere niente

La memoria autobiografica superiore altamente sviluppata — in inglese Highly Superior Autobiographical Memory, acronimo HSAM — è una capacità in cui gli individui riescono a richiamare con altissima precisione eventi della loro vita personale, inclusi i giorni e le date in cui si sono verificati. Non si tratta di un talento allenato né di un trucco mnemonico: a differenza dei cosiddetti “mnemonisti” — persone che memorizzano cifre, mappe o sequenze attraverso tecniche acquisite — chi ha l’HSAM compie il recupero autobiografico senza fare ricorso apparente ad alcuna strategia.

Stimoli interni o esterni, comprese le date del proprio arco di vita, possono innescare negli individui con HSAM l’accesso a ricordi specifici di quasi ogni giornata del loro passato. La capacità include anche un’abilità straordinaria nel collocare i ricordi nel tempo: le persone interessate riescono a riferire con esattezza e sicurezza i dettagli temporali — il giorno della settimana, per esempio — di eventi sia personali che di cronaca di cui abbiano avuto notizia in prima persona.

La condizione, originariamente denominata “sindrome ipertimesica” (dal greco thymesis, ricordare), è distinta da qualsiasi altra forma di memoria eccezionale conosciuta. Il punto cruciale è uno solo: non è una scelta. I ricordi arrivano, che si voglia o no.

Jill Price, la prima donna che non riusciva a smettere di ricordare

La storia dell’HSAM come oggetto di indagine scientifica inizia con una lettera. Nel 2000, una donna di trentaquattro anni di Los Angeles scrisse al professor James McGaugh dell’Università della California di Irvine per descrivere la propria condizione. Si chiamava Jill Price, e nella comunità scientifica sarebbe diventata nota con la sigla “AJ”.

Nella lettera descrisse la sua capacità come qualcosa di “ininterrotto, incontrollabile e totalmente estenuante”. Sei anni dopo, nel 2006, McGaugh e i suoi colleghi pubblicarono il primo studio su di lei, coniando il termine “iperthymesia” e aprendo un campo di ricerca del tutto nuovo.

Fornita a Jill qualsiasi data a partire dal 1974 — anno in cui la sua memoria cominciò a diventare sistematica — lei sapeva quasi istantaneamente che giorno della settimana fosse, cosa aveva fatto quel giorno, e qualsiasi evento rilevante di cronaca o cultura che avesse appreso in quella data. 

I suoi ricordi erano come sequenze di filmati casalinghi, in riproduzione costante nella sua mente, avanti e indietro nel tempo: non solo non faceva alcuno sforzo per richiamarli, ma non riusciva a fermarli.

La sua esperienza è stata narrata da Jill Price in prima persona nel libro The Woman Who Can’t Forget (“La donna che non riesce a dimenticare”). Ha spiegato che la sua memoria aveva cominciato a essere completa intorno al 1974, quando aveva otto anni, ed era diventata perfetta dal 1980. Crescendo e accumulando sempre più ricordi, era diventata progressivamente prigioniera di sé stessa, con uno stress emotivo crescente perché non riusciva a spiegare con esattezza cosa stesse succedendo nella sua testa.

Quando la memoria diventa una prigione

L’immagine romantica di chi ricorda tutto si scontra rapidamente con la realtà di chi quella condizione la vive. Il problema non è tanto la quantità di informazioni quanto la loro natura emotiva: non si tratta solo di ricordare i momenti belli, ma anche quelli devastanti, con la stessa intensità insistente e vívida. Emerge così il ruolo vitale di quello che gli studiosi definiscono “oblio motivato”: è la capacità della mente di attenuare i ricordi dolorosi per costruire una narrazione di vita funzionale e capace di proiettarsi in avanti. Le persone con HSAM ne sono private.

Dagli studi a cui è stata sottoposta, sono emerse testimonianze in cui la sindrome mostra molti lati negativi: dalla difficoltà di concentrazione fino a un flusso incontrollabile di ricordi che non permette di vivere con serenità. Jill non può controllare la propria memoria, quindi non può scegliere se rivivere momenti brutti o belli, perché le tornano in mente in modo casuale.

C’è poi una dimensione relazionale: vivere con una persona con HSAM significa confrontarsi con qualcuno che “non perdona e dimentica”, perché il secondo passaggio è semplicemente impossibile. Ogni conflitto, ogni parola fuori posto, resta inciso con la stessa nitidezza del primo giorno. La memoria, in questi casi, non è una risorsa ma un peso.

Un fenomeno ancora rarissimo

L’HSAM non è soltanto una condizione insolita: è eccezionalmente rara. Fino al 2024 risultavano documentati a livello globale appena 62 casi accertati, il che rende l’HSAM uno dei fenomeni cognitivi e neurologici più rari mai studiati in modo sistematico.

La rarità del fenomeno ha reso la letteratura scientifica esistente molto eterogenea nei metodi utilizzati, rendendo difficile ogni comparazione tra gli studi. Per questa ragione, nel febbraio 2024, un gruppo di ricercatori delle università La Sapienza di Roma, Brunel University London e Università di Parma ha pubblicato la prima revisione sistematica sull’argomento sulla rivista Neuropsychology Review, raccogliendo e analizzando per la prima volta in modo organico tutti i dati comportamentali, neuroanatomici e funzionali disponibili. Comprendere come i meccanismi neurocognitivi supportino una memoria eccezionale potrebbe portare benefici sia in ambito clinico — dove la memoria ha un ruolo centrale — che in campo legale, in particolare per quanto riguarda le testimonianze oculari.

Le ricerche neurologiche: un cervello che non sa smettere di ricordare 

Cosa succede, nel cervello di queste persone? Le neuroimmagini hanno cominciato a rispondere, almeno in parte. Gli studi di neuroimaging funzionale hanno mostrato che il recupero mnemonico nell’HSAM è caratterizzato da una intensa iperattivazione della normale rete della memoria autobiografica, incluse le aree visive posteriori come il precuneo. Le differenze neuroanatomiche strutturali non sembrano invece caratterizzare l’HSAM, ma è stata comunemente osservata un’alterata connettività a riposo dell’ippocampo.

L’amigdala, l’ippocampo e la circonvoluzione frontale inferiore hanno mostrato una durata di attivazione più prolungata nella condizione di recupero autobiografico, ma non in quella semantica. Questo ha portato alla teoria secondo cui la memoria autobiografica è collegata principalmente ad aree frontotemporali quando si tratta di ricordi personali passati.

Un dato particolarmente interessante riguarda la relazione con il disturbo ossessivo-compulsivo: la ricerca ha identificato un legame tra il DOC e l’HSAM, una connessione che i ricercatori ritengono significativa dal punto di vista neurobiologico. Questo suggerisce che la compulsione al ricordo — incontrollabile, ripetitiva, invasiva — possa condividere alcuni meccanismi cerebrali con i comportamenti ossessivi. Non un talento, dunque, ma una forma di ruminazione neurologica.

Perché non è il superpotere che sembra

L’immaginario collettivo tende a rappresentare chi ricorda tutto come una risorsa, quasi un archivio vivente. La realtà scientifica e umana racconta altro.

Chi ha l’HSAM non è un genio enciclopedico: la condizione è strettamente autobiografica. È distinta da altri tipi di memoria superiore: chi la possiede non usa abilità mnemoniche e non eccelle necessariamente nella memorizzazione di informazioni neutre, come testi o cifre. In altre parole, Jill Price non ricorderebbe meglio di chiunque altro una poesia imparata a scuola o i paragrafi di un manuale. Ricorda solo sé stessa, ogni versione di sé stessa, ogni giorno, senza possibilità di selezione.

La revisione sistematica del 2024 ha rilevato che i ricordi dell’HSAM sono rapidamente recuperabili, dettagliati e accurati, e che la condizione sembra evitare il normale processo di invecchiamento della memoria. Questo significa che i ricordi non sbiadiscono con il tempo come accade nella maggior parte delle persone: restano nitidi, e con loro restano nitide tutte le emozioni che contenevano, anche quelle spiacevoli. 

Il dimenticare, che di solito viene vissuto come un limite, si rivela in questa prospettiva una funzione adattiva preziosa: ci permette di andare avanti, di fare spazio, di costruire un’identità non schiacciata dal peso di ogni singolo giorno vissuto. Chi non può farlo non è dotato di un superpotere. È, al contrario, intrappolato in un passato che non finisce mai.

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