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Jonathan Parra

Jonathan Parra, il 27enne di Bogotà che vive come una pantera: il fenomeno delle identità transpecie

Teresa Pitrola 3 settimane fa 0

Cammina a quattro zampe per le strade della capitale colombiana, porta orecchie e coda nera di peluche, ha movenze feline e uno sguardo deciso. Jonathan Parra, 27 anni, studente di arti plastiche all’Università Antonio Nariño di Bogotà, non si considera un essere umano. O meglio: si considera una pantera. La sua storia, diventata virale dopo un’intervista al canale televisivo colombiano Noticias Uno circa un anno fa, ha fatto il giro del mondo e ha riacceso il dibattito su identità, libertà personale e i confini — sempre più sfumati  — di ciò che la società è disposta ad accettare.

Dalle strade di Bogotà al mondo: come è esplosa la storia

Jonathan percorre le strade di Bogotà camminando a quattro zampe, con orecchie, guanti e una coda nera di peluche. La sua non è una recita né un costume temporaneo: secondo lui, è un’espressione profonda della propria identità. L’intervista rilasciata a Noticias Uno ha fatto da detonatore mediatico, trasformando un ragazzo di quartiere in un caso internazionale discusso da Infobae a El Colombiano, passando per testate europee e ondate di commenti su TikTok e Instagram ancora oggi.

Il caso ha generato reazioni diverse sui social e nel suo ambiente universitario. Alcuni lo considerano una forma legittima di espressione identitaria, altri ne mettono in discussione le scelte. Jonathan, però, non sembra interessato a convincere nessuno: il suo obiettivo, dice, è vivere in modo autentico e in armonia con le proprie convinzioni.

L’amore per gli animali diventato identità

Jonathan racconta che la sua connessione con gli animali è cominciata da bambino, grazie ai valori e al rispetto che la sua famiglia gli ha trasmesso fin da piccolo. Quel legame si è trasformato col tempo in una riflessione più profonda sulla propria identità. La svolta, come la descrive lui stesso, è stata quasi un’illuminazione: “È stato un boom che mi è esploso nella testa e ho detto: gli animali sono incredibili, e sono sicuro di poter fare quello che fanno loro”.

Una consapevolezza che non si è tradotta in modifiche chirurgiche o interventi permanenti sul corpo. A differenza di altri casi nel mondo, Jonathan ha scelto finora una rappresentazione simbolica, emotiva e performativa della propria identità, senza ricorrere alla chirurgia estetica. Un confine preciso, che lui stesso rivendica con chiarezza.

La fidanzata è una fata: l’amore ai bordi del mondo reale

La storia di Jonathan si arricchisce di un dettaglio che ha colpito l’immaginario collettivo quanto la coda di peluche: la sua compagna si identifica come un’hada — una fata — dando vita a una relazione che sfida apertamente i modelli tradizionali di coppia. Per Jonathan, questo legame è la prova più concreta che sia possibile trovare connessioni autentiche anche vivendo al di fuori delle convenzioni. Una pantera e una fata, insieme, nel caos urbano di Bogotà.

Cosa dice la scienza: identità transespecie e Otherkin

La storia di Jonathan non è isolata, e la comunità scientifica comincia a guardare a questi fenomeni con attenzione crescente. La sua vicenda rientra in quello che viene definito “identità transespecie”: persone che si identificano come animali non umani, ancorando la propria identità a una o più specie. Questa forma di identificazione è spesso associata alla sensazione di sentirsi intrappolati in un corpo umano che non corrisponde alla propria percezione interiore.

Un termine affine è quello di “Otherkin”. Gli Otherkin si identificano, parzialmente o totalmente, come esseri non umani: possono essere creature mitologiche come elfi, draghi o fate, animali reali come lupi o pantere, o persino esseri extraterrestri. Non affermano di essere fisicamente queste creature, ma di sentire a livello spirituale, psicologico o energetico una connessione profonda con un’identità non umana. Il fenomeno ha radici nelle comunità online fin dagli anni Novanta, in particolare nei forum legati alla spiritualità, alla fantasia e al neopaganesimo.

Il neuropsichiatra colombiano José Fernando Muñoz considera che alcuni casi possano essere associati a stati di suggestione intensa, precisando però che i rapporti psichiatrici seri su questo fenomeno sono ancora scarsi. Secondo lui, si tratta di esperienze affettive e comportamentali che emergono in contesti culturali specifici, il che le rende parzialmente condivise e accettate in certi ambienti.

L’ American Psychological Association, pur non affrontando direttamente il termine “transespecie”, osserva che gli ostacoli sociali — come la mancanza di accettazione, la discriminazione e le esperienze di aggressione — possono portare a vissuti di ansia e depressione con maggiore frequenza rispetto alla popolazione generale. L’identità transespecie rimane poco comune, scarsamente documentata e non riconosciuta formalmente in censimenti o indagini demografiche.

Jonathan non è il solo: gli altri volti del fenomeno nel mondo

Jonathan non è una figura isolata nel panorama globale. Casi simili si moltiplicano da anni, ognuno con le proprie peculiarità. Tom Peters, britannico noto come “Spot”, si identifica come un cane dalmata ed è apparso in diversi documentari internazionali. Tiamat Legion Medusa, persona transgender statunitense, si identifica come un drago e ha subito modifiche corporee estreme: biforcazione della lingua, rimozione dei padiglioni auricolari, tatuaggi su quasi tutto il corpo. Jonathan rappresenta il caso più visibile in America Latina di questa tendenza globale, che solleva domande complesse sui limiti dell’identità, la libertà personale e le reazioni della società di fronte a ciò che non comprende.

La risposta di Jonathan alle critiche: “Finché la mia libertà non travalica la tua”

Di fronte alle reazioni — spesso dure, talvolta denigratorie — che la sua storia ha suscitato, Jonathan risponde con una logica lineare e quasi disarmante. “Non ho mai fatto del male a nessuno e non ho intenzione di farlo. Non posso sfuggire alla mia natura. Finché la mia libertà non travalica la tua, va tutto bene”, ha dichiarato a Noticias Uno. Una posizione filosoficamente coerente, ispirata a quel principio liberale elementare secondo cui la libertà individuale trova il suo unico limite nel non ledere quella altrui.

Non cerca consenso. Vuole semplicemente attraversare Bogotà a modo suo, con la sua coda nera, il suo passo felino e la sua identità fuori dagli schemi.

Una storia che divide, e che ci pone domande

La vicenda di Jonathan Parra non si esaurisce nella curiosità virale o nel dettaglio stravagante. Tocca qualcosa di più profondo: i confini di ciò che la società chiama “normale”, la libertà di costruire la propria identità al di fuori delle categorie esistenti, e la difficoltà — tutta umana — di fare i conti con ciò che non rientra negli schemi consueti. Che lo si guardi con simpatia, con scetticismo o con semplice meraviglia, Jonathan Parra costringe a porsi una domanda scomoda: fino a dove arriva il diritto di essere sé stessi?

Cosa significa identità transespecie?

L’identità transespecie indica persone che si percepiscono come animali non umani, ancorandosi a una o più specie. Chi vive questa esperienza spesso sente una discrepanza profonda tra il proprio corpo umano e la propria percezione interiore. È un fenomeno scarsamente documentato e non riconosciuto formalmente da censimenti o indagini demografiche ufficiali.

Cosa sono gli Otherkin?

Gli Otherkin sono persone che si identificano, parzialmente o totalmente, come esseri non umani: animali reali, creature mitologiche come elfi o draghi, o persino extraterrestri. Non affermano di esserlo fisicamente, ma di sentire a livello spirituale o psicologico una connessione profonda con tale identità. Il fenomeno affonda le radici nelle comunità online degli anni Novanta.

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