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Madonna col bambino

Un “3” scambiato per un “8”, l’Italia perde un capolavoro del Trecento: la figuraccia del Ministero della Cultura

Teresa Pitrola 1 mese fa 0

L’Italia, la patria per eccellenza dell’arte, fa l’ennesima figuraccia, dimostrandosi non all’altezza della sua reputazione nel mondo. La storia che vi raccontiamo, finita su tutti i giornali, ha inizio nel febbraio del 2019, quando una “Madonna col Bambino” su tavola compare sul mercato in una casa d’aste di Firenze, battuta con offerta libera. 

Ad aggiudicarsi l’opera è una società svizzera per una cifra vicina ai 38.000 euro. 

Nella documentazione presentata, il dipinto viene classificato come opera di “Scuola italiana – Stile bizantino” del XIX secolo. Sul retro della tavola compare un’iscrizione che sembra attribuire l’opera a un tale Alfonso Martorelli Fiori di Bologna, con l’anno 1850.

Nel marzo del 2020 la società con sede a Lugano chiede al Ministero della Cultura il rilascio dell’attestato di libera circolazione, il documento indispensabile per esportare legalmente un’opera fuori dall’Italia. La commissione dell’Ufficio esportazione esamina il dipinto e non ravvisa alcuna anomalia. Con verbale del 3 luglio 2020, i funzionari mettono nero su bianco la loro valutazione: si tratta di un’opera di modesto interesse devozionale locale, senza particolari pregi artistici. Il nulla osta viene rilasciato e la tavola parte per la Svizzera.

Il restauro che cambia tutto

La svolta arriva nel 2022, quando durante un restauro effettuato in Svizzera, emerge una realtà completamente diversa. La data riportata sul retro dell’opera non era 1850, bensì 1350. Sul retro dell’opera era presente un’iscrizione con un “3” malmesso e consumato, che i funzionari addetti all’Ufficio esportazione avevano letto frettolosamente come un “8”. Cinquecento anni di differenza, condensati in un tratto d’inchiostro consumato dal tempo.

Le operazioni di pulitura e analisi portano a una scoperta ancora più eclatante: il dipinto viene attribuito al cosiddetto “Maestro del 1302”, noto anche come Maestro del Battistero di Parma, artista anonimo attivo nella prima metà del XIV secolo e autore di importanti opere conservate proprio nel Battistero parmense. Da modesta tempera ottocentesca di stile storicista, la tavola si rivela un autentico documento della pittura emiliana medievale. Christie’s, prima di inserire l’opera nella “Old Masters Evening Sale”, stima un valore compreso tra le 400.000 e le 500.000 sterline. Più di dieci volte la cifra pagata a Firenze.

Lo Stato tenta di rimediare ma è ormai troppo tardi

Quando la notizia dell’attribuzione e della messa all’asta da Christie’s raggiunge Roma, il Ministero tenta di correre ai ripari. Il 16 marzo 2023, a due anni e mezzo di distanza dal rilascio dell’attestato, il ministero lo annulla ricorrendo allo strumento dell’autotutela, formalizzando l’accusa contro la società svizzera di aver fornito “false e non veritiere indicazioni”.

La mossa ha un effetto immediato e parziale: si ottiene la sospensione dell’asta da Christie’s. Ma la contromossa della società elvetica non si fa attendere: ricorso al TAR del Lazio, che nel 2025 dà ragione agli acquirenti. Lo Stato non può revocare il permesso perché non ha dimostrato che i dati forniti fossero falsi, e il Ministero si era fidato delle informazioni scritte.

Il Ministero impugna la sentenza e il caso arriva al Consiglio di Stato. A maggio 2026 il Consiglio conferma la decisione del TAR. Il nodo è esclusivamente procedurale: la sentenza tiene conto della pronuncia della Corte Costituzionale che ha fissato in dodici mesi il termine entro il quale può essere revocato in autotutela un attestato di libera circolazione di un’opera d’arte. Nel caso della “Madonna con Bambino”, il ministero è intervenuto quando quel limite era ormai superato. La tavola trecentesca non tornerà in Italia.

Non è la prima volta: il caso Vasari

La vicenda non è purtroppo isolata. Pochi mesi prima, si era conclusa un’analoga controversia riguardante un dipinto attribuito a Giorgio Vasari venduto nel 2015 da un architetto veronese che lo aveva ceduto per 65.000 euro dopo aver ottenuto il nulla osta alla libera circolazione dal Ministero della Cultura. All’epoca né il proprietario né gli organi competenti avevano riconosciuto il reale valore del quadro, attribuito genericamente alla scuola italiana del XVI secolo.

Solo nel 2021 il Ministero scopre che l’opera, esposta alla prestigiosa London Gallery, è in realtà una seconda “Allegoria della pazienza” di Giorgio Vasari, laddove la prima è esposta a Palazzo Pitti a Firenze. Entrambe fanno parte dell’immenso lascito dei Medici. Il Ministero ritira il nulla osta di libera circolazione, ma il venditore, che aveva già ceduto il dipinto, non solo è impossibilitato a recuperare il quadro ma rischia pesanti sanzioni. Il Consiglio di Stato, anche in quel caso, ha dichiarato tardivo e quindi illegittimo l’intervento ministeriale.

La dinamica si ripete con inquietante regolarità: scoperta tardiva, autotutela invocata fuori tempo massimo, ricorso al giudice amministrativo, sconfitta dello Stato.

Le reazioni: indignazione politica, allarme tra gli esperti

La notizia, rilanciata dal Corriere della Sera e ripresa da tutte le principali testate, ha suscitato reazioni immediate. Dal fronte politico, la senatrice del Movimento 5 Stelle Vincenza Aloisio ha definito la situazione “inaccettabile: non solo abbiamo perso un’opera d’arte di inestimabile valore, ma abbiamo anche assistito a una gestione inefficace e disordinata da parte delle autorità competenti. La Commissione del ministero, che ha autorizzato l’esportazione senza un’adeguata verifica, dimostra ancora una volta la propria incapacità di proteggere il nostro patrimonio”. L’esponente pentastellata ha chiesto al governo Meloni di adottare misure concrete per evitare il ripetersi di simili episodi.

Sul versante degli esperti, il caso ha riacceso il dibattito su una lacuna strutturale del sistema italiano. Il caso evidenzia la mancanza di protocolli nazionali ufficiali per l’attribuzione delle opere d’arte, che potrebbe proteggere da errori di questo tipo. Il Ministero della Cultura ha accettato senza approfondire le informazioni dei privati, limitandosi a controlli superficiali. Una critica che torna con forza: nel sistema attuale, i funzionari degli uffici di esportazione si affidano in larga misura alla documentazione presentata dal richiedente, senza disporre sempre degli strumenti e del tempo necessari per una perizia scientifica indipendente.

Cosa succede adesso

Sul piano pratico, la sentenza del Consiglio di Stato chiude definitivamente la partita sul piano giuridico: il dipinto resterà all’estero e potrà essere liberamente commercializzato sul mercato internazionale. L’asta da Christie’s, sospesa nel 2023, potrà ora procedere.

Sul piano normativo, il caso si inserisce in un contesto già in movimento. Per chi vende, acquista o esporta opere d’arte e oggetti d’antiquariato, è in atto la riforma più significativa degli ultimi vent’anni in materia di circolazione dei beni culturali, introdotta con la circolare n. 23 del 9 aprile 2026 del Ministero della Cultura. La direzione dichiarata è quella di una maggiore certezza dei tempi e di procedure più trasparenti, ma la vicenda della Madonna trecentesca dimostra che il problema più urgente non è la burocrazia in sé, bensì la qualità dei controlli tecnici che precedono ogni autorizzazione.

Resta aperta una domanda scomoda: quante altre opere simili hanno attraversato le dogane italiane senza che nessuno ne riconoscesse il reale valore? Come evidenziato dal Corriere della Sera, potrebbero esistere altri casi analoghi mai emersi pubblicamente. La risposta, purtroppo, potrebbe arrivare solo da qualche futuro restauro condotto all’estero.

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Crediti fotografici


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