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Aeroporto di Francoforte

Malaria all’aeroporto di Francoforte, sei contagiati, un morto: la malattia si può prevenire?

Teresa Pitrola 3 settimane fa 0

Il portavoce dell’aeroporto di Francoforte (Fraport), Andreas Schopf, ha confermato che sei dipendenti dello scalo hanno contratto la malaria e che uno di loro è morto. Ha espresso le più sentite condoglianze alla famiglia del defunto, precisando che gli altri dipendenti colpiti stanno ricevendo cure mediche. Il bilancio si è aggravato progressivamente: a metà luglio Fraport aveva comunicato quattro casi, saliti poi a sei. Secondo il Robert Koch Institute, l’infezione potrebbe essersi verificata tra il 4 e il 6 luglio, quando alcuni addetti al carico e allo scarico delle merci avrebbero contratto la malattia.

Il dipendente deceduto

Le fonti disponibili, sia tedesche sia internazionali, non hanno reso pubblica l’identità della persona deceduta, né dettagli sulla sua età, mansione specifica o le circostanze cliniche del decesso: Fraport e le autorità sanitarie si sono limitate a confermare il caso e a esprimere cordoglio. Si tratta comunque di un dipendente dello scalo, non di un passeggero, coerentemente con l’ipotesi che il contagio sia avvenuto tra il personale impiegato nelle aree di carico e scarico merci, dove il contatto con le stive degli aerei provenienti da zone endemiche è più frequente.

Come si spiega un contagio del genere: la “Airport Malaria”

Il fenomeno alla base del caso di Francoforte ha un nome tecnico preciso, “airport malaria” o malaria aeroportuale: si tratta della malaria contratta in prossimità di un aeroporto attraverso la puntura di una zanzara anofele tropicale infetta, da parte di una persona che non ha mai viaggiato in zone dove questi insetti vivono naturalmente. A differenza della maggior parte dei casi di malaria “importata”, che riguardano persone infette che viaggiano, qui è l’insetto stesso a spostarsi, nascosto nella stiva o nei bagagli di un volo intercontinentale.

Le autorità sanitarie tedesche hanno voluto sgomberare il campo da equivoci sul rischio di diffusione: la trasmissione da persona a persona non ha alcun ruolo in questi casi, dal momento che il contagio avviene esclusivamente attraverso la puntura di una zanzara. Non si tratta quindi di un’epidemia in senso proprio, ma di un evento circoscritto e non trasmissibile tra esseri umani.

Il fenomeno, per quanto raro, non è nuovo né isolato: uno studio che ha censito i casi di malaria aeroportuale e da bagaglio in Europa tra il 1969 e il 2024 ne ha individuati complessivamente 145, di cui nove in Germania. Proprio Francoforte, il più trafficato scalo tedesco e uno dei principali hub europei per il traffico cargo intercontinentale, risulta il luogo con la maggiore concentrazione di episodi. L’ultimo caso registrato dal Robert Koch Institute prima di questo risaliva al 2023, sempre a Francoforte.

Le misure adottate dallo scalo

Fraport ha attivato un protocollo di contenimento e monitoraggio. Nello scalo sono state posizionate trappole per zanzare, e alcuni esemplari già catturati saranno analizzati in laboratorio per verificare la presenza del parassita responsabile della malattia. 

Parallelamente, l’azienda ha invitato tutti i dipendenti a rivolgersi a un medico in presenza di sintomi compatibili, segnalando esplicitamente di lavorare in aeroporto, così da permettere test diagnostici mirati; una comunicazione informativa è stata inviata anche a tutti i titolari di un tesserino di accesso allo scalo. Il Robert Koch Institut ha inoltre informato i medici della regione del Reno-Meno sui casi registrati tra luglio e agosto, la cui insorgenza risulta probabilmente collegata all’attività lavorativa in aeroporto.

Sintomi e pericolosità della malattia

La malaria può essere letale e, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, i suoi sintomi comprendono febbre, mal di testa, difficoltà respiratorie e convulsioni. Nei casi più gravi, soprattutto quelli causati da Plasmodium falciparum (la specie più pericolosa e diffusa in Africa), la malattia può portare a complicazioni cerebrali, insufficienza d’organo e morte, specialmente se la diagnosi arriva in ritardo. Si tratta di un rischio concreto in un contesto come quello europeo, dove i medici non sono abituati a considerare la malaria tra le prime ipotesi diagnostiche in assenza di un viaggio recente in zone a rischio.

Un po’ di storia: una malattia antica quanto l’umanità

La malaria accompagna la storia dell’uomo da millenni: tracce della malattia sono state trovate in resti egizi risalenti a più di 3000 anni fa, e già Ippocrate, nel V secolo a.C., ne descriveva i sintomi tipici legati alle febbri periodiche. Il nome stesso, “mal aria”, nasce nel Medioevo italiano dalla convinzione, errata, che la malattia fosse causata dai miasmi delle paludi. Solo alla fine dell’Ottocento gli scienziati Charles Louis Alphonse Laveran e Ronald Ross identificarono rispettivamente il parassita responsabile (un protozoo del genere Plasmodium) e il ruolo delle zanzare del genere Anopheles come vettore di trasmissione, aprendo la strada alla moderna lotta alla malattia. 

Nel corso del Novecento, campagne massicce di bonifica e uso di insetticidi come il DDT hanno permesso l’eliminazione della malaria in gran parte d’Europa e Nord America, mentre la malattia è rimasta endemica soprattutto nelle regioni tropicali e subtropicali.

I vaccini: una svolta recente ma parziale

Per decenni la prevenzione della malaria si è basata quasi esclusivamente su zanzariere trattate con insetticida, spray residui negli ambienti domestici e farmaci antimalarici, sia terapeutici sia profilattici per i viaggiatori. La vera novità degli ultimi anni è arrivata sul fronte vaccinale. Nell’ottobre 2021 l’OMS ha raccomandato per la prima volta un vaccino contro la malaria, l’RTS,S/AS01 (nome commerciale Mosquirix), per la prevenzione della malaria da Plasmodium falciparum nei bambini tra i 5 e i 17 mesi che vivono in aree a trasmissione da moderata ad alta, con un’efficacia contro la malattia clinica pari a circa il 56% nel primo anno dopo tre dosi.

Nel 2023 è arrivato un secondo vaccino, l’R21/Matrix-M, sviluppato dall’Università di Oxford: in aree con trasmissione fortemente stagionale, il vaccino ha ridotto i casi sintomatici di malaria del 75% nei dodici mesi successivi al ciclo di tre dosi, mantenendo l’efficacia anche dopo una quarta dose somministrata un anno più tardi. Il vaccino ha inoltre il vantaggio di un costo contenuto, tra i 2 e i 4 dollari a dose, che ne facilita la distribuzione su larga scala nei paesi a basso reddito. Va precisato che entrambi i vaccini sono indicati per la prevenzione pediatrica nelle aree endemiche africane e non hanno alcuna applicazione nei casi sporadici di malaria aeroportuale in Europa, dove la risposta resta affidata a diagnosi tempestiva e trattamento farmacologico.

I numeri della malattia nel mondo

Nonostante i progressi degli ultimi 25 anni, la malaria resta una delle malattie infettive più letali. pianeta. Nel 2024 si sono registrati a livello globale circa 282 milioni di casi e 610.000 decessi, quasi 9 milioni di casi in più rispetto all’anno precedente. Circa il 95% dei decessi avviene nella regione africana dell’OMS, dove larga parte della popolazione a rischio non ha ancora accesso ai servizi necessari per prevenire, diagnosticare e curare la malattia.

A livello di singoli paesi, il peso della malattia è fortemente concentrato: i cinque paesi con il carico di casi più alto nel 2023 erano Nigeria (26% dei casi globali), Repubblica Democratica del Congo (13%), Uganda (5%), Etiopia (4%) e Mozambico (4%). La regione africana dell’OMS continua a sostenere il carico maggiore della malattia, con undici paesi che da soli rappresentano circa i due terzi dei casi e dei decessi globali.

C’è comunque un dato incoraggiante: dall’inizio del secolo la mobilitazione internazionale ha prodotto risultati concreti. Tra il 2000 e il 2024 sono stati evitati, a livello globale, circa 2,3 miliardi di casi e 14 milioni di decessi; solo nel 2024 sono stati scongiurati oltre 170 milioni di casi e un milione di morti. Trentasette paesi hanno registrato meno di mille casi nel 2024, contro i tredici del 2000, e l’OMS ha certificato come “malaria-free” 47 paesi e un territorio, tra gli ultimi in ordine di tempo Georgia, Suriname e Timor Est. Un episodio come quello di Francoforte, per quanto isolato e non indicativo di un rischio diffuso in Europa, ricorda comunque quanto la malattia resti, su scala globale, tutt’altro che sconfitta.

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