L’8 agosto di settant’anni fa, alle 8:10 del mattino, un errore di comunicazione tra il fondo di un pozzo minerario e la superficie trasformò un turno di lavoro qualunque in una delle pagine più nere della storia del lavoro europeo. Nella miniera di carbone del Bois du Cazier, alla periferia di Marcinelle, vicino a Charleroi, in Belgio, morirono 262 minatori. Centotrentasei di loro erano italiani: uomini partiti dalle campagne e dai paesi distrutti dalla guerra e che per guadagnarsi da vivere scendevano, ogni giorno, a oltre mille metri sottoterra.
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La dinamica dell’incidente
La tragedia fu causata da un fraintendimento tra gli operai che, dal fondo del pozzo, caricavano sul montacarichi i vagoncini carichi di carbone, e i manovratori che azionavano gli ascensori in superficie. Il montacarichi venne avviato nel momento sbagliato e urtò contro una trave d’acciaio, tranciando contemporaneamente un cavo dell’alta tensione, una conduttura dell’olio in pressione e un tubo dell’aria compressa. Le scintille del corto circuito incendiarono circa 800 litri di olio e le strutture in legno che sostenevano la galleria. Le fiamme, alimentate dalla ventilazione della miniera, si propagarono rapidamente verso l’alto, mentre il fumo e il monossido di carbonio invadevano i cunicoli a oltre mille metri di profondità, dove gli uomini erano ancora al lavoro.
Su 275 minatori presenti quel giorno, solo tredici riuscirono a mettersi in salvo. Per quindici giorni le squadre di soccorso tentarono di raggiungere il fondo del pozzo, mentre dalla bocca della miniera continuava a salire una fumata nera e acre. Fu solo il 22 agosto che un soccorritore, risalendo dalle viscere della terra, pronunciò la frase che chiuse ogni speranza: «Tutti cadaveri».
Il patto “uomini contro carbone”
Per capire perché tra le vittime ci fossero così tanti italiani bisogna tornare al 1946, quando Roma e Bruxelles firmarono un accordo bilaterale passato alla storia come il “protocollo uomini-carbone”. L’Italia usciva dalla guerra con due milioni di disoccupati e interi territori ridotti in miseria; il Belgio, al contrario, aveva bisogno urgente di manodopera per rilanciare l’estrazione del carbone necessario alla ricostruzione industriale del continente. Nacque così uno scambio durissimo: l’Italia si impegnava a inviare duemila lavoratori a settimana nelle miniere della Vallonia, e in cambio riceveva forniture quotidiane di carbone per ogni minatore inviato. Tra il 1946 e il 1956 varcarono le Alpi più di 140mila italiani, spesso giovanissimi, attratti da un lavoro che in patria non riuscivano a trovare ma l’integrazione con la popolazione locale restò a lungo difficile, segnata da diffidenza e ostilità, fino a quando la tragedia di Marcinelle non cambiò, di colpo, la percezione reciproca.
Da dove venivano i 136 minatori italiani
I 136 connazionali caduti nella miniera belga provenivano da tredici regioni italiane: Abruzzo, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Molise, Puglia, Sicilia, Toscana, Trentino-Alto Adige e Veneto.
Il tributo più pesante, in assoluto, lo pagò l’Abruzzo: 60 vittime provenivano dall’Abruzzo, 23 dal solo comune di Manoppello, in provincia di Pescara. Manoppello, è di fatto, la cosiddetta “Città Martire” di Marcinelle. Un’intera area interna della provincia di Pescara e Chieti, fatta di piccoli borghi agricoli, si trovò improvvisamente a piangere mariti, padri e fratelli tutti insieme.
Ma il dolore non risparmiò il resto del Paese. Anche la Puglia contò un numero elevato di vittime: 22 minatori.
Le altre vittime italiane erano originarie di Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Molise, Sicilia, Toscana, Trentino-Alto Adige e Veneto, a conferma che la tragedia non colpì una singola area del Paese, ma attraversò l’intera geografia dell’emigrazione italiana del dopoguerra, dal profondo Sud alle regioni del Nord-Est, passando per il Centro Italia.
Le indagini e la giustizia mancata
Dopo il disastro furono aperte diverse inchieste per ricostruire la dinamica dell’incidente e individuare le responsabilità. Il procedimento giudiziario, arrivato fino al 1964, si concluse con una sola condanna in appello: quella dell’ingegnere responsabile, identificato come Calicis, a sei mesi di reclusione con la condizionale. Una sanzione ritenuta da molti sproporzionata rispetto all’entità della tragedia, che alimentò per decenni un sentimento di giustizia mai davvero fatta, soprattutto tra le famiglie dei minatori italiani.
Una memoria che è diventata simbolo
Oggi il sito del Bois du Cazier è Patrimonio dell’Umanità Unesco, insieme ad altri quattro siti minerari vallone, e ospita il Monumento internazionale alle vittime del lavoro. Marcinelle resta, ancora oggi, il terzo incidente per numero di vittime italiane emigrate all’estero, dopo i disastri minerari di Monongah, negli Stati Uniti (1907), e di Dawson, nel Nuovo Messico (1913).
Al di là dei numeri, Marcinelle rappresenta soprattutto lo spartiacque che cambiò la percezione della comunità italiana in Belgio: dall’ostilità quotidiana raccontata da tanti figli di minatori — «Il nostro vicino, che non la smetteva mai di insultare mio padre, è entrato da noi piangendo», ricorda ancora oggi il figlio di uno dei caduti — al riconoscimento pubblico di un sacrificio pagato, letteralmente, con il sangue.
Come scrisse il giornalista Patrick Baragiola su Le Monde, la comunità italiana del Belgio ha pagato con il sangue il prezzo del suo riconoscimento. Un debito di memoria che l’Unione Europea ha scelto, in occasione del settantesimo anniversario, di rendere permanente, proponendo di dedicare proprio l’8 agosto una Giornata europea in memoria delle vittime degli incidenti sul lavoro.
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