Marius Borg Høiby, figlio della principessa Mette-Marit di Norvegia, è stato condannato a quattro anni di reclusione per due capi d’accusa di stupro nei confronti di donne diverse e violenze domestiche contro la sua ex ragazza, Nora Haukland.
Scagionato da altre due accuse di stupro, è stato però condannato anche per uso di sostanze stupefacenti. La procura aveva richiesto una pena di sette anni, mentre la difesa aveva proposto una soluzione più lieve. Alla fine, la condanna si è attestata a quattro anni di reclusione. Høiby ha rigettato tutte le accuse più gravi e, tramite i suoi avvocati, ha già annunciato l’intenzione di ricorrere in appello.
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Il processo e gli oltre quaranta capi d’imputazione
Il procedimento riguardava complessivamente circa 38–40 capi d’imputazione, tra cui quattro accuse di stupro, maltrattamenti nei confronti dell’ex fidanzata Nora Haukland, violazioni di divieti restrittivi e reati legati alla droga e alla circolazione stradale. Il procedimento giudiziario che ha coinvolto Marius Borg Høiby era tra i più delicati mai affrontati dalla casa reale sul piano mediatico. In Norvegia è stato ribattezzato il “processo del secolo”, e non senza ragione: il caso ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica globale e ha tenuto banco per settimane sulla stampa scandinava.
Incastrato dai suoi stessi video
A fare la differenza in aula sono stati i contenuti trovati sui dispositivi sequestrati all’imputato. Per il primo caso di stupro, avvenuto nel 2018 nella residenza reale di Skaugum, il giudice Jon Sverdrup Efjestad ha sottolineato che la vittima non era consapevole di quanto stesse accadendo, e che questo era confermato dalla sua stessa reazione quando le era stata mostrata la registrazione: ha dichiarato di non essersi resa conto di nulla.
Per il secondo caso, la corte ha esaminato un video girato dallo stesso Høiby, che ha mostrato inizialmente la vittima in modo attivo, per poi riprenderla del tutto passiva, senza movimenti né reazioni, mentre l’imputato compiva l’atto sessuale e la filmava contemporaneamente.
Negati gli arresti domiciliari
La richiesta di arresti domiciliari per Høiby è stata nuovamente rigettata. Hoiby, in custodia cautelare dall’1 febbraio, ha seguito il procedimento in videoconferenza dal carcere per motivi di salute. I suoi legali hanno confermato che presenteranno appello contro la sentenza.
Chi è Marius Borg Høiby: il figlio “scomodo” della corona
Høiby ha 29 anni e ufficialmente non fa parte della famiglia reale.
Nacque da una precedente relazione sentimentale di Mette-Marit quattro anni prima che lei si sposasse con il principe ereditario Haakon nel 2001. Il principe Haakon è l’unico figlio maschio del re Harald V ed è l’erede al trono di Norvegia.
Il giovane Marius è cresciuto a stretto contatto con la famiglia reale, frequentandone le residenze — una delle quali, come accertato in giudizio, è stata teatro di uno degli stupri contestati — e godendo di un accesso privilegiato agli ambienti di corte che ha reso il processo ancor più imbarazzante per la monarchia.
Il profilo criminologico: bisogno di riconoscimento, droga e controllo
Ciò che emerge dagli atti processuali e dalle stesse dichiarazioni dell’imputato è il ritratto di un uomo cresciuto nell’ombra di un nome illustre, incapace di costruirsi un’identità autonoma.
Nel secondo giorno del processo, Marius Borg Høiby ha dichiarato: “Sono conosciuto principalmente come il figlio di mia madre, non per altro. Quindi ho sempre avuto un fortissimo bisogno di riconoscimento. Questo si è tradotto in molto sesso, molta droga e molto alcol”.
Una confessione quasi clinica, che descrive un pattern comportamentale tipico di chi trasforma il vuoto identitario in dominio sull’altro. Una parte dell’accusa ha descritto il suo comportamento come quello di una persona convinta di poter agire senza limiti, mentre la difesa ha sostenuto che il giovane fosse stato fortemente condizionato dalla pressione mediatica.
Høiby aveva già ammesso pubblicamente la sua dipendenza dalla cocaina, affermando di essersi già sottoposto a trattamento. Tra i reati minori di cui si è dichiarato colpevole figurano anche il trasporto di 3,5 chili di marijuana, aggressioni fisiche e minacce. Il quadro complessivo è quello di un soggetto con fragilità narcisistiche strutturali, abuso cronico di sostanze e una concezione del corpo femminile come strumento di affermazione personale, filmato, controllato, posseduto.
Una condanna che pesa sulla corona e su Mette gravemente malata
Il caso ha messo in imbarazzo la monarchia norvegese e ha contribuito a indebolire il sostegno pubblico, che tuttavia rimane relativamente alto. Ma l’aspetto più lacerante non è quello istituzionale: è quello umano.
Accanto alla vicenda giudiziaria si intreccia una crisi familiare altrettanto profonda che coinvolge la madre di Marius, la principessa Mette-Marit, in condizioni di salute particolarmente fragili a causa di una grave malattia polmonare cronica. La tensione attorno alla famiglia reale ha coinvolto anche Haakon di Norvegia, costretto ad anticipare il rientro da un viaggio di Stato per stare vicino alla moglie. Affetta da fibrosi polmonare progressiva, le condizioni di salute della principessa sono peggiorate ed è in lista per un trapianto.
Per lei, questa condanna non è solo uno scandalo da gestire: è una ferita che si apre mentre il tempo stringe. Lo scandalo si aggiunge ad altri che hanno colpito la famiglia, in particolare alle recenti rivelazioni sulla fitta corrispondenza tra Mette-Marit e Jeffrey Epstein tra il 2011 e il 2014, periodo in cui il finanziere americano era già stato condannato per sfruttamento della prostituzione minorile. Una monarchia che sembrava granitica nella sua immagine nordica di trasparenza e modernità si trova ora a fare i conti con le sue ombre più difficili da nascondere.
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Crediti fotografici
- Marius Borg Hoiby: © cosedellaltromondo.it | CC0 1.0 Universal
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