Menu
Neuroni e contatto visivo

Scoperti neuroni che si attivano solo quando guardiamo qualcuno negli occhi: cosa significa

Cose dell'Altro Mondo 2 mesi fa 0

Ogni volta che incrociamo lo sguardo di un’altra persona, nel cervello accade qualcosa che non si ripete in nessun’altra circostanza visiva. Non è una metafora. Uno studio pubblicato il 10 maggio 2022 sulla rivista scientifica Neuron ha documentato l’esistenza di popolazioni di neuroni nella corteccia prefrontale e nell’amigdala che si attivano in modo selettivo durante il contatto visivo reciproco tra due individui, e non in risposta a sguardi su oggetti, volti statici o immagini pre-registrate. La ricerca, condotta da Olga Dal Monte, Siqi Fan e colleghi sotto la direzione di Steve W. C. Chang alla Yale University, ridisegna la comprensione di un gesto che ripetiamo decine di volte al giorno senza pensarci.

Cosa ha fatto il team di Yale — e perché è diverso dagli studi precedenti

Il nodo metodologico è importante per capire la portata del risultato. La quasi totalità delle ricerche precedenti sulla percezione sociale aveva studiato il cervello di un solo individuo mentre venivano mostrate fotografie o filmati di volti — una condizione artificiale, priva di reciprocità. Il laboratorio di Chang ha adottato un approccio radicalmente diverso: ha monitorato in simultanea l’attività neuronale di due macachi rhesus mentre interagivano spontaneamente, con registrazioni in tempo reale della posizione degli occhi di entrambi gli animali.

Questo ha permesso di misurare cosa succede nel cervello non quando si guarda uno sguardo, ma quando si scambia uno sguardo. La differenza non è sottile.

Sono stati analizzati neuroni in quattro aree: la corteccia orbitofrontale (OFC), la corteccia prefrontale dorsomediale (dmPFC), la corteccia cingolata anteriore (ACCg) e l’amigdala basolaterale (BLA). I risultati hanno mostrato tre funzioni distinte in neuroni distribuiti su tutte e quattro le regioni.


Funzione neuronale identificataAree coinvolteCaratteristica distintiva
Discriminabilità socialeOFC, dmPFC, ACCg, BLAIl neurone distingue se si guarda un conspecifico o un oggetto, con preferenza per il conspecifico
Monitoraggio dello sguardoOFC, dmPFC, ACCg, BLAIl neurone traccia la direzione dello sguardo — proprio e altrui — in modo parametrico e continuo
Codifica del contatto visivo reciprocoOFC, dmPFC, ACCg, BLAIl neurone si attiva solo durante il contatto oculare bidirezionale, in modo specifico per l’agente

La terza funzione è quella più rilevante. Alcuni neuroni codificano il contatto visivo reciproco in modo “agente-specifico”: si attivano diversamente a seconda che sia il soggetto a iniziare lo sguardo o a riceverlo. Questo implica che il cervello non registra soltanto l’evento visivo, ma ne calcola il ruolo sociale.

Come il cervello distingue chi guarda da chi è guardato

Uno dei risultati più articolati riguarda la asimmetria temporale e funzionale dell’elaborazione. Un gruppo di neuroni si attivava quando il soggetto iniziava il contatto visivo, ma non quando seguiva lo sguardo dell’altro; un altro gruppo era attivo nella fase in cui il soggetto stava decidendo se completare o meno il contatto visivo avviato dall’interlocutore. Alcuni neuroni, infine, codificavano la distanza dagli occhi dell’altro quando si fissava lo sguardo su di lui; altri ancora segnalavano la vicinanza dell’altro quando era il soggetto a ricevere uno sguardo.

Questa granularità è rilevante. Il cervello non tratta il contatto visivo come un evento binario (c’è / non c’è), ma lo scompone in una sequenza di micro-eventi sociali — iniziativa, risposta, valutazione, prossimità — ciascuno affidato a sottoinsiemi neurali distinti. Le aree del cervello coinvolte nell’elaborazione del contatto visivo includono la corteccia prefrontale, sede di apprendimento e decisione di ordine superiore, e l’amigdala, centro dell’emozione e della valutazione.

Questa combinazione non era attesa. La corteccia prefrontale è l’area che matura per ultima nel corso dello sviluppo e governa funzioni come il controllo degli impulsi e il ragionamento complesso. Trovarla impegnata nella lettura di uno sguardo suggerisce che il cervello considera il contatto visivo un atto cognitivo di alto livello, non una risposta riflessa.

La sincronizzazione tra cervelli: cosa aggiunge il paradigma hyperscanning

Uno studio complementare, pubblicato su eNeuro nel 2019 dal gruppo di Norihiro Sadato (National Institute for Physiological Sciences, Giappone), ha adottato la tecnica dell’hyperscanning fMRI — la risonanza magnetica applicata simultaneamente a due individui — per osservare cosa accade in entrambi i cervelli durante il contatto visivo in tempo reale. La condizione di contatto visivo dal vivo era associata a una sincronizzazione reciproca dei batter di ciglia tra i partner, a una maggiore attivazione del cervelletto e a una connettività aumentata all’interno del sistema mirror limbico, che comprende la corteccia cingolata anteriore e la corteccia insulare anteriore — entrambe rilevanti per la consapevolezza di sé.

Il dato delle palpebre è inatteso ma logicamente coerente: il battito degli occhi funge da finestra attentiva sull’interlocutore. Quando due persone si guardano davvero — non con ritardo, non attraverso un’immagine registrata — i loro ritmi neurali tendono ad allinearsi in modo che non si osserva in nessuna altra condizione di interazione.

Questa sincronizzazione non è un effetto collaterale dello sguardo: è parte integrante di quello che lo rende sociale.

Che cosa si sapeva già: neuroni selettivi per gli occhi nei primati

La scoperta del team di Yale non nasce dal nulla. Studi elettrofisiologici condotti negli anni Ottanta e Novanta su macachi avevano già identificato cellule selettive per i volti e cellule selettive per gli occhi, collocate principalmente nella corteccia temporale inferiore e nel solco temporale superiore (STS). Queste cellule sembrano far parte di una rete neurale più ampia specializzata nelle interazioni sociali. È interessante notare che le cellule selettive per gli occhi non rispondono — o rispondono in misura minima — agli occhi presentati nel contesto di un volto, il che riflette l’impatto diretto della configurazione facciale sulla risposta neuronale.

Il lavoro di Chang aggiunge uno strato radicalmente nuovo: quelle cellule venivano studiate in condizioni passive, mostrando immagini. La novità consiste nell’aver dimostrato che esistono neuroni che si attivano non per la percezione degli occhi, ma per l’interazione con essi. È la differenza tra riconoscere uno sguardo e parteciparvi.

Cosa cambia per la comprensione dell’autismo

Le aree dei network prefrontale-amigdala che si attivano durante l’elaborazione dell’interazione visiva sociale sono anche quelle che risultano alterate nei casi di condizioni sociali atipiche, come l’autismo. Questa non è una correlazione marginale.

Il Disturbo dello Spettro Autistico (DSA) si caratterizza, tra l’altro, per la difficoltà nel mantenere e stabilire il contatto visivo. Per decenni questa difficoltà è stata interpretata principalmente in chiave comportamentale o come segno di disinteresse sociale. I dati neurali ora disponibili suggeriscono un’interpretazione diversa: non disinteresse, ma un sistema neuronale che elabora diversamente il carico informativo e sensoriale dello sguardo reciproco.

Per una persona autistica, elaborare l’insieme dei segnali contenuti nel volto dell’interlocutore — espressioni, micro-movimenti, segnali emotivi, aspettative implicite — in tempo reale può richiedere uno sforzo cognitivo e sensoriale molto elevato. Questo eccesso di input può generare disagio, ansia, affaticamento o persino una sensazione di minaccia o confusione.

La mappatura precisa dei circuiti neurali coinvolti nel contatto visivo reciproco apre la possibilità di obiettivi terapeutici più mirati. Non “allenare il contatto visivo” come comportamento esterno, ma comprendere quali nodi del circuito prefrontale-amigdala non rispondono come atteso — e intervenire di conseguenza.

Il problema delle videoconferenze: quando lo sguardo non è reciproco

C’è un’applicazione di questo insieme di conoscenze che riguarda milioni di persone ogni giorno: le riunioni in videoconferenza. Secondo l’American Psychological Association, il contatto visivo prolungato non è mai un gesto casuale: riflette stati emotivi, livelli di fiducia e processi mentali interni, elementi che aiutano a interpretare le intenzioni dietro uno sguardo. Nell’attuale contesto digitale caratterizzato da videoconferenze e comunicazioni online, mantenere elementi di linguaggio non verbale come il contatto visivo rappresenta una sfida.

Le ragioni neurali di questa difficoltà sono ora più chiare. In una videochiamata, il contatto visivo non è mai davvero reciproco: per guardare negli occhi l’interlocutore occorre fissare la fotocamera, perdendo di vista il suo volto. La sincronizzazione neurale bidirezionale documentata negli studi di hyperscanning non si produce, o si produce in misura ridotta. Il cervello registra qualcosa di simile allo sguardo reale, ma non identico — e la differenza è percepita, anche se raramente verbalizzata.

Questo non significa che le videoconferenze siano inutili per la connessione sociale. Significa che esiste un deficit misurabile, non solo percepito, nella qualità dell’interazione.


Condizione di interazioneContatto visivo reciprocoSincronizzazione neurale inter-cerebraleAttivazione sistema limbico mirror
Face-to-face in presenza✓ CompletoAlta (documentata da fNIRS e EEG)Elevata
Videochiamata (sguardo a schermo)✗ Parziale/assenteRidottaIntermedia
Immagine statica o video registrato✗ AssenteNon rilevabileMinima
Persona con DSA (condizione atipica)VariabileAlterata in alcune aree chiaveProfilo diverso

La colonna “Sincronizzazione neurale inter-cerebrale” si riferisce a studi di hyperscanning, non al singolo individuo. I valori sono qualitativi e si basano sui risultati aggregati degli studi citati in metodologia.

I neuroni della connessione sociale hanno impiegato milioni di anni di evoluzione per affinarsi. Che lo sguardo reciproco li attivi in modo esclusivo e distribuito — attraverso corteccia prefrontale, cingolata e amigdala, non in un solo punto — dice qualcosa di preciso su quanto sia complessa, e quanto sia radicata biologicamente, la necessità umana di essere davvero visti.

Questi risultati sono stati replicati anche negli esseri umani?

Lo studio di Yale del 2022 è stato condotto su macachi rhesus, i cui circuiti prefrontale-amigdala sono omologhi a quelli umani. Gli studi di hyperscanning fMRI su coppie umane, come quello di Sadato pubblicato su eNeuro, confermano pattern compatibili nella corteccia cingolata anteriore e nell’insula, ma le registrazioni a singola cellula negli esseri umani rimangono metodologicamente complesse. I risultati convergono, ma la replica su larga scala nella specie umana è ancora in corso.

Perché lo studio è stato fatto su primati non umani e non su persone?

Registrare l’attività di singoli neuroni in tempo reale in individui che interagiscono liberamente richiede tecniche di elettrofisiologia invasiva non applicabili agli esseri umani. I macachi rhesus condividono con l’uomo strutture prefrontali e limbiche comparabili e producono comportamenti di sguardo sociale analoghi. La scelta metodologica ha permesso di misurare l’attività a livello di singola cellula durante interazioni spontanee, un dettaglio irraggiungibile con fMRI o EEG.

Cosa si intende esattamente per “sistema mirror limbico” nel contesto del contatto visivo?

Il sistema mirror limbico comprende la corteccia cingolata anteriore e la corteccia insulare anteriore. A differenza del sistema mirror parietofrontale, che gestisce il riconoscimento di comportamenti volontari, quello limbico è deputato al riconoscimento del comportamento affettivo. Durante il contatto visivo reciproco, la sua attivazione indica che il cervello tratta lo scambio di sguardi come un evento emotivo bidirezionale, non solo come percezione visiva.

Esiste una differenza misurabile nel contatto visivo tra culture diverse?

Sì, ma riguarda la norma sociale attorno allo sguardo, non il meccanismo neuronale. Ricerche citate dall’American Psychological Association indicano che negli Stati Uniti il contatto visivo diretto è associato ad attenzione e sincerità, mentre in alcune culture dell’Asia orientale può essere percepito come eccessivo. Il substrato neuronale descritto dallo studio Yale è biologicamente condiviso; ciò che varia è il significato culturale attribuito alla sua espressione comportamentale.

I bambini con autismo non fanno contatto visivo perché non vogliono interagire?

No, questa interpretazione non è supportata dalle neuroscienze attuali. La difficoltà di contatto visivo nel DSA è legata all’elevato carico sensoriale e cognitivo dello sguardo reciproco: il volto dell’altro contiene una densità di informazioni sociali — espressioni, micro-movimenti, aspettative — difficile da elaborare simultaneamente. Distogliere lo sguardo riduce il sovraccarico e consente di concentrarsi sul contenuto della conversazione. Non è disinteresse; è una strategia di regolazione neurologica.

Ti è piaciuto? Votalo!

🌍 Le notizie di Cose dell'Altro Mondo direttamente sul tuo telefono

Iscriviti al nostro canale WhatsApp o Telegram — gratis, senza spam, puoi uscire quando vuoi.

Crediti fotografici


Scopri di più da Cose dell'Altro Mondo

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Scritto da

La redazione di Cose dell'Altro Mondo è il collettivo di voci dietro il magazine. Giornalisti, redattori e appassionati uniti da una convinzione: che ogni giorno ci sia almeno una storia capace di sorprendere. La cerchiamo, la verifichiamo e la raccontiamo.

Lascia un commento

Rispondi