Il pentobarbital Christa Pike è tornato al centro del dibattito internazionale dopo il fallimento dell’esecuzione, l’unica donna detenuta nel braccio della morte del Tennessee, condannata per l’omicidio di una compagna di studi nel 1995. Mercoledì 30 settembre il personale penitenziario le ha somministrato due dosi di pentobarbital Christa Pike, ma nessuna delle due l’ha uccisa: la donna stava ancora russando quando il microfono della camera dell’esecuzione è stato spento, oltre un’ora dopo l’inizio della procedura. È stata quindi trasportata in ambulanza in ospedale.
Se l’esecuzione fosse andata a buon fine, Pike sarebbe stata la prima donna giustiziata in Tennessee da oltre due secoli. Ma che cos’è questo farmaco, utilizzato anche in Svizzera per il suicidio assistito e, in passato, persino come “siero della verità”?
Un barbiturico ad azione rapida
«Il pentobarbital è un barbiturico ad azione breve (short-acting), altamente liposolubile, che attraversa rapidamente la barriera emato-encefalica provocando un’induzione anestetica quasi immediata, ma ha anche una rapida ridistribuzione nei tessuti periferici, che ne interrompe l’effetto sul sistema nervoso centrale dopo qualche ora. Utilizzato come pre-anestetico in anestesia generale, è ora ampiamente soppiantato da altri farmaci», spiega a LaSalute di LaPresse Marco Marano, responsabile del Centro antiveleni dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma e componente della Società Italiana di Tossicologia (Sitox).
L’impiego in anestesia
Il punto chiave, sottolinea il tossicologo, è il dosaggio. «Oltre un certo dosaggio c’è un interessamento oltre che neurologico, anche cardiocircolatorio, quindi viene utilizzato a dosaggio previsto e controllato», chiarisce Marano. A dosi elevate, dunque, l’azione del farmaco non si limita al sistema nervoso ma coinvolge anche cuore e circolazione.
Un’altra caratteristica fondamentale è l’assenza di proprietà antidolorifiche. In anestesia generale il pentobarbital «viene impiegato per indurre l’addormentamento, ma non ha un effetto antidolorifico. Per questo viene associato ad altri farmaci come gli analgesici, per poter eseguire una procedura chirurgica». In altre parole, induce il sonno ma non impedisce di per sé la percezione del dolore.
Un farmaco in declino
Il suo ruolo in medicina si è ridotto nel tempo. «Oggi il pentobarbital, un tempo molto diffuso, è stato superato da altri prodotti e viene impiegato in casi più limitati. Dal punto di vista farmacologico l’effetto è legato al dosaggio. Si tratta di un medicinale a breve emivita, che funziona dunque per un lasso di tempo ridotto», precisa Marano.
Il “siero della verità”
Il pentobarbital ha avuto anche un impiego storico, legato al mondo degli interrogatori e dello spionaggio, come cosiddetto siero della verità. «Il pentobarbital tende a ridurre il controllo neurologico e l’effetto inibitorio», spiega Marano, ribadendo che l’effetto dipende in larga misura dalla dose. A basso dosaggio, quindi, la persona diventa meno inibita e tende a rispondere in modo più spontaneo alle domande. Un effetto che, però, non garantisce affatto che quanto dichiarato corrisponda al vero.
Dalle esecuzioni al suicidio assistito
Oltre agli usi clinici, il pentobarbital è impiegato in Svizzera nell’ambito del suicidio assistito e negli Stati Uniti per eseguire le condanne a morte tramite iniezione letale. In Oklahoma e in Tennessee sono stati utilizzati il pentobarbital o il tiopentale sodico, un altro barbiturico ad azione rapida. Il Tennessee ha adottato un protocollo a farmaco unico, che prevede esclusivamente il pentobarbital.
Proprio questo protocollo era finito nel mirino dei legali di Pike già prima dell’esecuzione. Nel ricorso presentato a inizio anno, la difesa sosteneva che il metodo fosse afflitto dagli stessi problemi che da decenni caratterizzano le esecuzioni fallite. Non è un precedente isolato: un’indagine indipendente aveva in passato accertato che nessuno dei farmaci preparati per i sette detenuti giustiziati in Tennessee dal 2018 era stato sottoposto a test completi.
Pentobarbital Christa Pike: dove si trova ora e cosa succede adesso
Christa Pike è viva, ma in condizioni critiche. «Christa è viva in questo momento», ha dichiarato giovedì l’avvocato Randy Spivey dell’Ufficio del difensore post-condanna del Tennessee. La difesa ha spiegato di non avere ancora un quadro sulla prognosi, ma che la donna sta ricevendo cure salvavita. Il nome dell’ospedale non è stato reso noto: un atto depositato dal procuratore generale Jonathan Skrmetti si limita a confermare il ricovero, senza dettagli sulle condizioni né sulla struttura. I legali hanno inoltre riferito di non aver potuto né vederla né parlarle dal momento del ricovero.
Durissimo il commento della difesa subito dopo i fatti: i timori sollevati in tribunale, hanno detto, si sono rivelati fondati, dalle difficoltà di accesso venoso alle vene cedute, fino al pentobarbital degradato e all’assenza di assistenza medica d’emergenza, il tutto sotto un protocollo avvolto nel segreto.
Sul fronte politico, il governatore Bill Lee ha definito l’accaduto «profondamente inquietante». Ha sospeso tutte le esecuzioni per il resto del 2026 e ordinato una revisione indipendente su quanto avvenuto, dicendosi «molto deluso». Per i legali di Pike non basta: la donna ha trascorso oltre vent’anni in isolamento, e ora chiedono al governatore di commutare immediatamente la condanna in ergastolo. Lo Stato non ha ancora risposto alla domanda se verrà fissata una nuova data per l’esecuzione. C’è però un precedente recente: quando all’inizio dell’anno fallì l’esecuzione di Tony Carruthers, Lee gli concesse una sospensione di un anno.
Per ora la difesa attende che Pike si riprenda prima di decidere le prossime mosse legali. Secondo Robin Maher, direttrice esecutiva del Death Penalty Information Center, quanto accaduto è un caso senza precedenti, perché la condannata è sopravvissuta abbastanza a lungo da essere trasferita in ospedale. Un caso destinato a pesare sul futuro della pena capitale in Tennessee e sul dibattito nazionale sull’iniezione letale.
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