Menu

Quando Sanremo sfondò la Cortina di ferro: la sera in cui l’URSS scoprì Toto Cutugno

Cose dell'Altro Mondo 1 settimana fa 0 32

All’inizio degli anni ’80 l’Unione Sovietica manteneva una linea rigidissima sulla cultura occidentale. Gran parte della musica e del cinema provenienti da Ovest erano bloccati: Elvis Presley, i Beatles, perfino Julio Iglesias veniva considerato espressione di un mondo ideologicamente ostile. La censura era capillare e sistematica, ma la popolazione mostrava segni crescenti di insofferenza.

Nelle case sovietiche, soprattutto tra i giovani, si moltiplicavano gli stratagemmi per ascoltare di nascosto musica straniera. Le copie clandestine circolavano sottobanco, alimentando un desiderio di apertura che la politica non poteva più ignorare. I vertici del Partito Comunista compresero che un muro culturale totale rischiava di diventare controproducente. Serviva un compromesso.

Le condizioni furono due e precise: le canzoni dovevano essere apolitiche e non in lingua inglese, ritenuta troppo direttamente legata all’influenza anglosassone. L’obiettivo era aprire uno spiraglio senza compromettere l’equilibrio ideologico. La scelta cadde così sulla musica leggera italiana, in particolare sulle canzoni del Festival di Sanremo.

Nel 1983 il segretario generale del Partito Comunista sovietico, Juri Andropov, autorizzò la trasmissione del Festival della canzone italiana. Fu la prima vera apertura culturale verso l’Occidente. Per la prima volta, le abitazioni di circa 300 milioni di persone nel blocco sovietico furono attraversate dalle note di artisti stranieri: Pupo, Matia Bazar, Ricchi e Poveri.

E soprattutto Toto Cutugno.

Proprio nel 1983 Cutugno portò sul palco quella che sarebbe diventata la canzone italiana più celebre nell’Europa dell’Est: L’italiano. In realtà il brano era nato due anni prima, nel 1981. Durante un concerto a Toronto, il cantautore rimase colpito dall’emozione degli emigrati italiani presenti in platea. Dopo lo spettacolo si fermò a cena al ristorante “Mamma Rosa”, chiese una chitarra e scrisse di getto una canzone che fosse una sorta di cartolina dell’Italia.

Erano anni difficili: la strage di Bologna, l’attentato al Papa, il caso Vermicino, lo scandalo P2 avevano segnato profondamente il Paese. Cutugno scelse di raccontare pregi e difetti italiani con leggerezza e orgoglio, componendo un brano che oscillava tra ironia e identità nazionale.

A Sanremo L’italiano si classificò quinto. Ma il risultato in classifica non anticipava ciò che sarebbe accaduto oltre la Cortina di ferro. Nell’Est europeo Toto Cutugno divenne una vera icona popolare. La sua canzone fu adottata come simbolo di un’idea di Occidente sorridente, colorato, vitale.

Ancora oggi milioni di persone nei Paesi dell’ex blocco sovietico conoscono a memoria quel ritornello. Perché, al di là della sua natura di “cartolina”, L’italiano rappresentò per intere generazioni qualcosa di più profondo: un’immagine di felicità e spensieratezza, forse idealizzata, forse persino esagerata, ma proprio per questo capace di risultare credibile e desiderabile.

In un’epoca di muri e diffidenze, fu una canzone a incrinare il silenzio. E Sanremo, per una notte, diventò il ponte inatteso tra due mondi contrapposti.

Fonte: Reddit.


Scopri di più da Cose dell'Altro Mondo

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento

Rispondi