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Scisma

Mezzo milione di fedeli contro Roma: perché i lefebvriani rifiutano internet e la messa in italiano

Teresa Pitrola 2 settimane fa 0

I lefebvriani non hanno arretrato. A Écône, in Svizzera, sono stati consacrati questa mattina quattro nuovi vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, senza che l’appello di Papa Leone XIV a fermarsi sia stato recepito. Un gesto che comporta la scomunica automatica latae sententiae, secondo il diritto canonico — e che di conseguenza sancisce lo scisma dalla Chiesa cattolica. 

La comunicazione formale del Vaticano potrebbe arrivare già in giornata, o comunque nel giro di pochi giorni.

Il primo atto della cerimonia è stata l’imposizione delle mani sul capo dei nuovi vescovi da parte del celebrante, monsignor Alfonso de Galarreta, affiancato dal co-consacrante monsignor Bernard Fellay. Seguiranno gli altri gesti liturgici previsti dal rito antico.

Inascoltato, dunque, l’appello che il Pontefice aveva rivolto nei giorni scorsi al superiore della Fraternità, don Davide Pagliarani: “Vi prego con il cuore, tornate indietro, lacerare la tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità. Il Signore illumini le vostre coscienze e risvegli i vostri cuori”.

Chi sono i lefebvriani: nascita, numeri e differenze dal cattolicesimo post-conciliare

I lefebvriani prendono il nome da Marcel Lefebvre, arcivescovo francese, missionario, già delegato apostolico nell’Africa francofona e poi superiore generale dei Padri dello Spirito Santo, che il 1° novembre 1970, a 65 anni e con alle spalle un lungo servizio alla Chiesa cattolica, fondò la Fraternità Sacerdotale San Pio X per rispondere alla richiesta di alcuni giovani che chiedevano una formazione sacerdotale tradizionale. Gli inizi furono modesti — undici giovani seminaristi sotto la guida diretta di Lefebvre nel nuovo seminario di Écône — ma la crescita fu rapida: nuovi seminari si aprirono presto in Germania, Stati Uniti, Argentina e Australia, e già nel 1987 la Fraternità aveva esteso il proprio apostolato a tutti i continenti.

Il nodo della frattura con Roma sta nel rifiuto delle riforme del Concilio Vaticano II. Il primo pilastro della battaglia lefebvriana è l’opposizione totale alla riforma liturgica del 1969 voluta da Paolo VI: la Fraternità rigetta la messa in lingua nazionale, ritenendola troppo vicina alla teologia protestante, e considera l’unica vera espressione del culto cattolico la messa tridentina in latino secondo il messale di San Pio V, con il sacerdote rivolto verso l’altare anziché verso i fedeli. Accanto alla questione liturgica, i lefebvriani respingono con fermezza la dichiarazione conciliare Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa, ritenendo che lo Stato abbia il dovere morale di riconoscere il cattolicesimo come unica vera religione.

Quanto ai numeri, oggi la Fraternità conta, secondo dati recenti, circa 733 sacerdoti, 2 vescovi, 145 fratelli professi, 250 suore oblate, 268 seminaristi e all’incirca mezzo milione di fedeli nel mondo  distribuiti in circa 700 chiese. Una minoranza, se paragonata a oltre un miliardo di cattolici nel mondo, ma tutt’altro che marginale: la maggior parte dei lefebvriani è concentrata in paesi fortemente secolarizzati dove l’adesione alla Chiesa cattolica è da anni in crisi — Francia, Germania e Svizzera in testa — con una comunità significativa anche negli Stati Uniti. Curiosamente, la disciplina interna della Fraternità resta rigidissima: ai sacerdoti e ai seminaristi è vietato l’uso di internet o di qualunque strumento possa “contaminarli” culturalmente, e lo studio della filosofia deve restare strettamente ancorato al pensiero di San Tommaso d’Aquino, escludendo ogni contatto con le filosofie moderne.

Il precedente di 38 anni fa

La cerimonia di oggi ha preso il via poco dopo le 8.30, in rito antico e in latino, e ha riguardato don Pascal Schreiber (svizzero, 52 anni), don Michael Goldade (statunitense, 46 anni), don Michel Poinsinet de Sivry (francese, 42 anni) e don Marc Hanappier (francese, 36 anni, dal 2020 docente al seminario di Dillwyn, in Virginia). Secondo gli organizzatori, erano presenti oltre 17mila fedeli.

Non è la prima volta che accade. Esattamente 38 anni fa, il 30 giugno 1988, lo stesso Marcel Lefebvre consacrò quattro vescovi senza l’autorizzazione di Giovanni Paolo II: Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard N. Williamson e Alfonso de Galarreta, con il vescovo brasiliano Antonio de Castro Mayer come co-consacrante. Il 2 luglio 1988, con la lettera apostolica Ecclesia Dei, Giovanni Paolo II constatò la nascita di un vero e proprio scisma, parlando di “un atto di disobbedienza” qualificato come “atto scismatico”. È significativo che due dei protagonisti di allora — Fellay e de Galarreta — siano gli stessi che oggi, decenni dopo, hanno guidato la nuova consacrazione: un filo diretto tra i due strappi, separati da quasi quattro decenni ma uniti dallo stesso gesto liturgico e dalla stessa conseguenza canonica.

I tentativi di evitare la rottura odierna 

Negli anni successivi ci furono tentativi di riavvicinamento: nel 2007 Benedetto XVI liberalizzò con un motu proprio la messa preconciliare, un gesto letto come apertura verso gli ultra-tradizionalisti, e nel 2009 revocò la scomunica ai quattro vescovi del 1988, pur mantenendone la sospensione a divinis fino all’accettazione delle riforme del Concilio. Papa Francesco proseguì su questa linea, concedendo nel 2016 ai sacerdoti lefebvriani la facoltà di confessare validamente e nel 2017 di celebrare matrimoni. Un percorso di distensione che, evidentemente, non è bastato a evitare la rottura odierna.

I lefebvriani: “Vogliamo cucire la tunica di Cristo”

Alla lettera di Leone XIV, datata 29 giugno — solennità dei santi Pietro e Paolo, ma diffusa il giorno successivo — in cui il Pontefice scriveva “colmo di affetto cristiano, vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi!”, la Fraternità aveva già risposto nei giorni precedenti con toni fermi ma non ostili: “Paradossalmente, nel contesto odierno, ci sembra proprio di dovere fare tutto il possibile per cucire la tunica di Cristo, lacerata da forze e pressioni incompatibili con un autentico spirito cattolico. […] Lungi da noi l’idea di separarci dalla Chiesa romana; al contrario desideriamo servirla in modo straordinario”.

Oggi, nell’omelia della messa a Écône, il superiore generale don Davide Pagliarani ha ribadito la posizione della Fraternità con parole nette: “Siamo accusati di non amare il Papa, siamo accusati di non rispettarlo, ma è proprio perché amiamo il Papa come Vicario di Cristo che non vogliamo più vedere il Papa umiliato, messo sullo stesso piano dai falsi pastori”.

E ha aggiunto: “Perché non veniamo capiti? Il problema è che parliamo due lingue diverse: noi parliamo la lingua della fede, il linguaggio della tradizione, e davanti a noi troviamo un linguaggio che parla di altre cose, il linguaggio dell’inclusione, del dialogo, dell’accompagnamento. Noi invece vogliamo la fede”.

Oggi, con la consacrazione di quattro nuovi vescovi, lo scisma si consuma per la seconda volta in meno di quarant’anni.

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