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Statua dorata seduta a gambe incrociate tra due lanterne di pietra, davanti a una parete di bambù, con il logo dei Carabinieri di Torino.

Dalla Val di Susa a tutta Italia, perché si entra in una setta e come funziona la trappola del “Maestro”: due milioni di italiani coinvolti

Bruno Antonio Malatesta, 59 anni, è stato arrestato con l’accusa di aver guidato una presunta setta ad Almese, tra abusi sessuali anche su minori e maltrattamenti. Come è stata scoperta, chi è il “Maestro” e quanto sono diffuse le sette in Italia.

Teresa Pitrola 1 settimana fa 0

È Bruno Antonio Malatesta, 59 anni, l’uomo arrestato dai carabinieri nell’ambito dell’operazione “Asmodeo” e considerato dagli investigatori al vertice di una setta in Val di Susa. L’arresto è scattato all’alba di giovedì 1 ottobre: nei suoi confronti il gip di Torino ha disposto la custodia cautelare in carcere, mentre tre suoi collaboratori, due donne e un uomo, sono indagati a piede libero.

L’inchiesta è stata condotta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Torino, coordinati dalla Procura diretta da Giovanni Bombardieri; il fascicolo è seguito dal sostituto procuratore Davide Pretti. Pesanti le accuse: riduzione in schiavitù, maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale aggravata e truffa aggravata ai danni dello Stato. Come sempre in questa fase, si tratta di ipotesi accusatorie che dovranno essere vagliate nel corso del procedimento.

Il “Maestro”

Malatesta non è affatto un volto sconosciuto. Negli anni aveva costruito una presenza anche sul web, promuovendo corsi di yoga, meditazione e difesa personale, e già nel 2018 un servizio della Rai si era occupato di lui. Si faceva chiamare “il Maestro” o “il Prescelto” e aveva costituito una comunità residenziale abitata da donne che lui definiva “monache” o “adepte”.

Secondo gli inquirenti, attorno alla propria figura aveva costruito un sistema di relazioni basato sulla promessa di un percorso spirituale e sulla presunta capacità di intervenire anche su problemi di salute. Sosteneva di essere in contatto con la “madre divina”, e più in generale avrebbe dichiarato di possedere poteri soprannaturali e capacità di guarigione. Formalmente, la comunità ruotava attorno alla Fondazione Fiore della Pace, dietro la quale, per gli investigatori, si nascondeva la setta in Val di Susa. Secondo una ex adepta, la fondazione dichiarava di raccogliere beni per i bambini indiani, ma i fondi sarebbero rimasti nelle mani di Malatesta.

Dal corso di yoga alla comunità

Il metodo di reclutamento, secondo l’accusa, partiva da attività apparentemente innocue. Attraverso corsi di yoga, meditazione e difesa personale, il 59enne avvicinava persone in condizioni di vulnerabilità per poi ospitarle in una comunità residenziale da lui gestita. Secondo la procura, le vittime erano spesso persone psicologicamente fragili a causa di lutti o problemi di salute.

La comunità sorgeva ad Almese: il 59enne aveva creato una vera e propria struttura residenziale a Milanere, frazione del paese. Gli adepti avrebbero vissuto in alcune villette a schiera intestate a società che, secondo gli accertamenti, sarebbero state indirettamente riconducibili a Malatesta. Della setta in Val di Susa farebbero parte una ventina di persone.

Voti, tuniche e controllo totale

All’interno vigevano regole ferree. Le adepte diventavano «monache», ricevevano un nuovo nome in sanscrito e pronunciavano voti di povertà, castità e obbedienza. Indossavano tuniche arancioni e si rasavano la testa. Sul voto di castità, ci sarebbe stata però un’eccezione, che riguardava proprio il “Maestro”.

Il controllo si estendeva a ogni aspetto della vita quotidiana: il “Maestro” decideva il lavoro e le scelte personali, imponeva una dieta, stabiliva dove vivere e pretendeva che anche per azioni comuni, perfino leggere un libro o fare una doccia, si chiedesse il suo permesso. Le regole erano accompagnate da punizioni corporali e, in alcuni casi, dall’obbligo di dormire per terra. Per ottenere obbedienza, avrebbe anche predetto malattie gravissime, dal cancro alla sclerosi multipla, disgrazie e persino la morte. Gli affiliati, inoltre, dovevano consegnargli i propri averi.

Gli abusi spacciati per “terapie”

Il capitolo più grave dell’inchiesta riguarda le violenze sessuali. Secondo la procura, Malatesta avrebbe abusato sessualmente anche di vittime minorenni, sottoponendole a ripetuti atti di violenza presentati come presunte “terapie purificatrici”. Il “Maestro” avrebbe esercitato un controllo totale sulle adepte attraverso la manipolazione psicologica, proponendo terapie sciamaniche o “rituali”.

Il racconto delle vittime restituisce un clima di umiliazione costante: alcune di loro hanno riferito che si sentivano sue schiave, e che lui le insultava chiamandole “streghe” o con epiteti volgari. Una di loro è stata ascoltata più volte dagli investigatori, perché ogni volta doveva interrompere il racconto per il forte turbamento emotivo.

Le complici e il ruolo della psicologa

Malatesta non avrebbe agito da solo. Due collaboratrici, una con il ruolo di “maestra” e l’altra psicologa professionista, il cui effettivo ruolo è ancora oggetto di approfondimento investigativo, gestivano la setta in Val di Susa sul piano logistico. È indagato anche un uomo. Inoltre, a Malatesta e a un altro indagato vengono contestate anche una presunta violenza sessuale e una truffa ai danni di una donna esterna alla comunità, tra settembre e ottobre 2024, in un capanno a Givoletto.

Il finto invalido e la truffa all’Inps

C’è poi un aspetto quasi paradossale. Mentre guidava la comunità e insegnava arti marziali, il “Maestro” avrebbe simulato davanti alle istituzioni una totale incapacità di camminare. Secondo i carabinieri sarebbe riuscito a ingannare la commissione medica dell’Inps, ottenendo una pensione di invalidità. La cifra contestata ammonta a 86.143 euro. Un dettaglio emblematico: il 21 febbraio 2024, quando gli fu notificato il divieto di detenzione di armi, si presentò in caserma con le stampelle.

Come è stata scoperta la setta in Val di Susa e da quanto operava

All’origine dell’inchiesta c’è la determinazione di una persona in particolare. Dietro l’indagine ci sono la tenacia e l’ostinazione dell’ex marito di una delle vittime, che nel 2018 aveva presentato un esposto. Anche l’ex moglie, il 13 luglio 2023, si decise a sporgere querela. Un contributo decisivo è arrivato anche da una ex adepta, che ha consegnato agli investigatori un hard disk con le registrazioni delle lezioni.

Le segnalazioni, dunque, andavano avanti da anni: le prime denunce risalirebbero al 2017, mentre l’inchiesta che ha portato all’arresto è stata avviata nel marzo 2024. Complessivamente sono stati riuniti 4 fascicoli, aperti tra il 2018 e il 2024. Nel corso del 2024 gli investigatori hanno fatto ricorso a pedinamenti e intercettazioni: con un captatore informatico sono stati intercettati i telefoni di Malatesta e di un altro indagato, e dopo l’informativa dei carabinieri del 2 luglio 2024 la procura ha aperto un nuovo fascicolo il 5 luglio.

La comunità era quindi attiva da prima del 2018, ma la durata esatta delle attività illecite deve essere chiarita dalle indagini.

I carabinieri: “Le vittime si facciano avanti”

L’indagine non è conclusa. L’inchiesta prosegue sotto il coordinamento della procura, e gli investigatori ritengono che il numero delle persone coinvolte possa essere più ampio di quanto emerso finora. Per questo i carabinieri hanno rivolto un appello a chiunque ritenga di essere stato vittima del presunto sistema di abusi: l’invito è a rivolgersi alle stazioni dell’Arma per raccontare eventuali altri episodi.

Un appello che tiene conto di quanto sia difficile, per chi è uscito da realtà di questo tipo, trovare la forza di denunciare. Come sottolineano gli esperti, per finire sotto il controllo di un “Maestro” non servono ingenuità o scarsa intelligenza: la dipendenza psicologica si costruisce gradualmente, ed è proprio questa lentezza a renderla così difficile da riconoscere, anche per chi la vive.

Perché si entra in una setta e quanto è diffuso il fenomeno

La setta in Val di Susa rispecchia un copione che gli esperti conoscono bene. Si entra in una setta quasi mai per scelta consapevole, ma attraverso una porta che appare innocua: un corso, un gruppo di meditazione, una promessa di benessere o di guarigione, spesso in un momento di fragilità come un lutto, una malattia, una separazione o la solitudine. Il gruppo offre all’inizio accoglienza, ascolto e risposte semplici a domande dolorose; poi, gradualmente, arrivano le regole, l’idealizzazione del leader, la rottura dei legami esterni e la dipendenza.

Isolamento, frequentazione esclusiva del gruppo, idealizzazione del capo e cambiamenti di abitudini, anche alimentari, sono i segnali d’allarme indicati da chi si occupa del fenomeno. E nessuno può dirsi immune: le vittime appartengono soprattutto al ceto medio, ma non mancano persone di ceto alto e basso. Non è un caso che oltre la metà dei gruppi settari, secondo stime riportate in Francia, operi proprio nel campo della salute e del benessere, in particolare della medicina alternativa.

Misurare la diffusione delle sette è difficile, perché mancano dati ufficiali aggiornati e molte realtà restano sommerse. In Italia, secondo il Codacons, le sette “ufficiali” censite sarebbero circa 500, a cui si aggiungono numerose organizzazioni segrete, per un totale stimato di circa 2 milioni di persone coinvolte in modo costante o saltuario.

Le più diffuse sarebbero le “psicosette”, circa il 40% del totale, che si presentano come gruppi di studio per potenziare la mente; seguono i gruppi dediti a satanismo e spiritismo (30%) e quelli pseudo-religiosi (15%). L’associazione ritiene il fenomeno in crescita, alimentato prima dalla crisi del 2008 e poi dalla pandemia del 2020.

Dal 2002 la Comunità Papa Giovanni XXIII gestisce il numero verde nazionale antisette 800 228866 e collabora dal 2006 con la Squadra Anti Sette della Polizia di Stato.

Sul piano internazionale, l’International Cultic Studies Association stima che circa l’1% della popolazione statunitense, tre milioni di persone, sia passato almeno una volta nella vita da un gruppo settario, con percentuali simili nell’Europa occidentale. La stessa associazione ha raccolto segnalazioni su oltre 4.000 gruppi, anche se precisa che non è possibile stabilire quanti di questi siano davvero sette. Numeri da maneggiare con cautela, ma che restituiscono la dimensione di un fenomeno tutt’altro che marginale, e che proprio per la sua natura nascosta, come dimostra la setta in Val di Susa, può restare invisibile per anni.

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