Il sonno è un paradosso evolutivo. È indispensabile per la memoria, il sistema immunitario, l’attenzione e la salute in generale, eppure espone chi dorme a un rischio enorme: un animale addormentato non può fuggire da un predatore, non può cacciare, non può cercare un partner.
Il sonno, tuttavia, nel corso dell’evoluzione è sopravvissuto — e nella nostra specie – si è persino ridotto, invece di scomparire. È da qui che parte la ricerca dell’antropologo evoluzionista David Samson, dell’Università di Toronto Mississauga, che ha dedicato anni di lavoro sul campo — comprese notti passate letteralmente dentro ai nidi degli scimpanzé, a dieci metri d’altezza, nella riserva di Toro-Semliki, in Uganda — a capire perché gli esseri umani siano, tra tutti i primati, quelli che dormono di meno.
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Il paradosso del sonno umano
I numeri parlano chiaro. Gli scimpanzé dormono in media circa nove ore e mezza su ventiquattro. I tamarini dalla testa di cotone arrivano a tredici ore. Le aotus, piccole scimmie notturne sudamericane, sfiorano le diciassette ore di sonno al giorno. Gli esseri umani, invece, si accontentano di molto meno: gli studi condotti nelle società non industriali — quelle che più si avvicinano al contesto in cui si è evoluta la nostra specie — mostrano una media inferiore alle sette ore per notte. Samson definisce questo scarto “il paradosso del sonno umano”: come è possibile che proprio la nostra specie, la più vulnerabile durante il riposo per assenza di artigli, pelliccia spessa o forza fisica paragonabile a quella di altri primati, abbia finito per dormire meno di tutti gli altri?
Dagli alberi al suolo: un cambio di rischio
La risposta, secondo Samson, comincia con un evento chiave della nostra storia evolutiva: l’abbandono della vita arboricola. Gli altri grandi primati — scimpanzé, gorilla, oranghi — costruiscono ogni sera nidi tra i rami, strutture sorprendentemente elaborate, elastiche e stabili, che li isolano dai predatori terrestri e dalle intemperie. I nostri antenati, invece, a un certo punto hanno cominciato a dormire a terra. È stato un salto nel vuoto dal punto di vista della sicurezza: niente più altezza a fare da barriera contro leoni o iene.
Per compensare questo rischio, sostiene Samson, si sarebbe rafforzata una strategia diversa, non più basata sulla distanza fisica dal pericolo ma sulla protezione collettiva: dormire vicini gli uni agli altri, mantenere una sorveglianza a turno all’interno del gruppo, usare il fuoco, costruire ripari più sicuri. È quella che lo studioso chiama “ipotesi del sonno sociale”, presentata nel 2021 sulla rivista Annual Review of Anthropology: il sonno umano si sarebbe evoluto non tanto come fenomeno individuale, ma come comportamento condiviso, capace di ridurre il tempo necessario di riposo proprio perché la vigilanza veniva distribuita tra più individui.
Meno ore ma sonno più intenso
Non è cambiata solo la quantità di sonno, ma anche la sua architettura interna. Il sonno si articola in fasi non-REM, dedicate soprattutto al recupero fisico dei tessuti, e in fasi REM, quelle dei sogni vividi, cruciali per il consolidamento della memoria e l’elaborazione emotiva. Secondo un’analisi pubblicata da Samson nel 2018, l’evoluzione umana avrebbe “tagliato” soprattutto le ore di sonno non-REM, lasciando pressoché intatta — anzi, proporzionalmente più ampia — la quota di sonno REM. In altre parole: dormiamo meno, ma sognamo di più, in proporzione, rispetto agli altri primati. È un dato che apre uno scenario affascinante: se gli altri primati sognano in modo simile al nostro, il tempo che gli umani dedicano al sogno rispetto al totale delle ore di sonno sarebbe più alto che in qualunque altra specie di scimmia.
Il tempo risparmiato viene reinvestito altrove
Questa riorganizzazione non sarebbe stata un semplice sottoprodotto casuale, ma avrebbe avuto un valore adattivo preciso. Le ore sottratte al sonno sono ore restituite alla vita da svegli: alla fabbricazione di strumenti, all’interazione sociale, all’esplorazione di nuovi territori durante le grandi migrazioni della nostra specie fuori dall’Africa. Samson lo racconta nel suo libro The Sleepless Ape: The Story of Sleep in Human Evolution, pubblicato quest’anno da Princeton University Press: un sonno più breve, più profondo e più flessibile avrebbe offerto un vantaggio evolutivo concreto, liberando tempo ed energie per le attività che hanno reso possibile il successo della nostra specie, dalla costruzione di legami sociali complessi allo sviluppo cognitivo.
Il concetto di “paleosonno”: tornare a dormire come i nostri antenati?
Da questa ricostruzione nasce una domanda pratica, che riguarda da vicino chi oggi lotta con insonnia, risvegli notturni o sonno frammentato: dovremmo puntare a un “paleosonno”, cioè provare a replicare le abitudini di riposo dei cacciatori-raccoglitori e delle società non industriali studiate dagli antropologi? L’idea, per certi versi affine ad altre mode “paleo” (dall’alimentazione all’attività fisica), suggerisce di eliminare le luci artificiali serali, dormire in gruppo o comunque non isolati, seguire rigidamente i ritmi naturali di luce e buio, e accettare risvegli notturni brevi come fisiologici piuttosto che patologici, dato che diverse popolazioni tradizionali studiate non dormono in un blocco unico ma con interruzioni.
Samson stesso, tuttavia, invita alla cautela: il paleosonno non va inteso come un ritorno letterale e integrale alle condizioni ancestrali, impraticabile nella vita contemporanea, quanto come una cassetta degli attrezzi da cui recuperare singoli principi utili: l’esposizione alla luce naturale al mattino, la protezione dalla luce blu degli schermi dopo il tramonto, la socialità come parte del rituale del sonno. Non un dogma da seguire alla lettera, insomma, ma una lente evolutiva per capire perché il nostro sonno moderno, isolato, illuminato artificialmente e spesso privato di rituali condivisi, risulti così spesso fragile rispetto a quello per cui il nostro corpo si è realmente evoluto.
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Crediti fotografici
- Paleosonno: © cosedellaltromondo.it | AI Generated - Free to Use
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