Per decenni il corpo di Sylvester Stallone è stato parte integrante dei suoi personaggi, quasi un costume di scena. Oggi, a 80 anni, l’attore ha deciso di raccontare cosa si nascondeva dietro quei muscoli. Lo fa in “The Steps”, il libro di memorie uscito martedì 29 settembre per William Morrow, marchio di HarperCollins. Il titolo richiama la celebre corsa di Rocky Balboa sulla scalinata del Philadelphia Museum of Art, cinquant’anni dopo l’uscita del film. Il volume si concentra soprattutto sugli anni tra l’arrivo di Sylvester Stallone a New York, nel 1969, e la vittoria di “Rocky” come miglior film agli Oscar del 1977, ma torna anche all’infanzia e guarda avanti, a ciò che la scalata gli è costata.
In vista dell’uscita, Sylvester Stallone si è raccontato alla giornalista Lulu Garcia-Navarro per il podcast del New York Times “The Interview”. Ha parlato apertamente di bulimia, steroidi, farmaci, interventi chirurgici e attacchi d’ansia: l’attore non si è sottratto a nessuna domanda.
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Sylvester Stallone: il corpo come “armatura”, da Rocky a Rambo
La trasformazione fisica, racconta Sylvester Stallone, è cominciata con i due personaggi che lo hanno reso un’icona. Per lui la muscolatura era una vera e propria “armatura”. Rocky, all’inizio, doveva avere l’aspetto di un uomo comune, un pugile di periferia senza nulla di patinato. Con i sequel, però, il personaggio è diventato sempre più attento alla propria immagine, e con lui il corpo del suo interprete. Per Rambo l’obiettivo era completamente diverso. Il veterano di guerra richiedeva un aspetto più “animalesco”, e Sylvester Stallone scelse di ispirarsi a un felino: non la massa imponente associata ad Arnold Schwarzenegger, ma il corpo di un giaguaro o di un gatto. Voleva una struttura “più selvaggia, aggressiva, molto agile e atletica”.
L’ossessione durante la realizzazione di Rocky III
Quella ricerca della perfezione fisica si è presto trasformata in qualcosa di molto più pericoloso. “Poi è diventata un’ossessione. Davvero brutta”, racconta l’attore, ammettendo che a un certo punto aveva sviluppato la bulimia. Durante le riprese di “Rocky III”, uscito nel 1982, era arrivato a portare la propria massa grassa al 2,6%, un valore estremo. Anche il rapporto con il cibo era compromesso: “Non riuscivo a tenere giù niente. O meglio, non volevo farlo”, ricorda. Sylvester Stallone descrive quella fase come una sorta di culto ossessivo del proprio corpo, in cui la forma fisica aveva preso il sopravvento su tutto il resto.
“Certo che devi usare gli steroidi”
Alla domanda sull’uso di anabolizzanti, l’attore risponde senza esitazioni: “Certo che devi usare gli steroidi”. Racconta di averli assunti periodicamente, in cicli di circa sei settimane alternati ad altrettante settimane di pausa, e precisa che anche questa pratica ha avuto conseguenze pesanti sul suo organismo. Secondo Sylvester Stallone, con metodi esclusivamente naturali certi risultati sono impossibili da raggiungere, “a meno che tu non sia uno scherzo della natura”. Una confessione che pesa, considerando quanto il suo fisico abbia influenzato l’immaginario di intere generazioni di spettatori e appassionati di palestra. Guardandosi indietro, il bilancio è netto e drammatico: “Un costo terribile, emotivo e fisico”.
Nove operazioni alla schiena: “Sto insieme col fil di ferro”
Il punto di svolta arrivò nel 1997 con “Cop Land”, il film di James Mangold in cui Sylvester Stallone interpretava uno sceriffo in sovrappeso e sordo da un orecchio, un ruolo lontanissimo dagli eroi muscolosi degli anni Ottanta. A quel punto, però, il suo corpo aveva già subito danni importanti. L’attore ammette di averlo sottoposto a uno stress eccessivo e fa l’elenco degli interventi: nove operazioni alla schiena, due alle spalle e tre fusioni cervicali. Per descrivere le sue condizioni attuali sceglie un’immagine diretta: “Sto insieme col fil di ferro”.
Ogni giorno deve prendere “un sacco di pillole per andare avanti”, eppure si considera ancora “abbastanza in forma” e non ha intenzione di smettere di allenarsi. “Ho abusato del mio corpo”, ammette, ricordando anche la sua abitudine di girare personalmente molte delle scene d’azione più rischiose.
Gli attacchi d’ansia, dal set al “Today Show”
Nel libro e nell’intervista Sylvester Stallone affronta anche un tema meno noto: gli attacchi d’ansia. Il primo episodio intenso risale a quando aveva 36 anni, mentre guardava alcune immagini non ancora montate di un film. Ricorda di essersi alzato all’improvviso, di aver sentito i peli sul collo rizzarsi e una forte ondata di calore: in quel momento era convinto di stare morendo. Episodi simili si sono ripetuti più volte, prima di sparire per circa cinque anni. L’ansia è poi tornata, anche nei momenti più pubblici.
Con ironia, l’attore racconta che a volte gli capitava un attacco poco prima di andare in onda al “Today Show”, quando era ormai troppo tardi per prendere uno Xanax: non restava che resistere, aggrappato a una sedia. Il problema non è mai scomparso del tutto, e ancora oggi sente il bisogno di allontanarsi dagli ambienti troppo affollati.
L’errore più grande: le acrobazie
Ripensando alla carriera, c’è una cosa che Sylvester Stallone farebbe diversamente: lasciare ad altri le scene più pericolose. “Direi: lascia che sia qualcun altro a portare la bandiera, non fare tu le acrobazie”, spiega. Riconosce di essersi fatto male ripetutamente, senza sempre capire il perché di quelle conseguenze. “Ero davvero molto masochista”, conclude ridendo, a proposito della sua tendenza a spingere il corpo oltre ogni limite.
Dall’infanzia difficile alla scalata verso “Rocky”
“The Steps” non racconta soltanto gli anni della fama. Il libro parte dall’infanzia, compreso il problema che ha segnato per sempre il modo di parlare dell’attore. Da bambino, racconta, pronunciava male le parole e tendeva a “mormorare”, conseguenza di una nascita complicata: i medici usarono il forcipe, provocandogli una parziale paralisi del volto. Nelle memorie Sylvester Stallone si descrive come un bambino non pianificato e non voluto, che ha affrontato scoraggiamenti continui fino alla lavorazione di “Rocky”, quando temeva ogni giorno di essere licenziato dal set.
Prima del successo, a New York ha dormito su scatole di pizza, ha pulito le gabbie dei leoni allo zoo di Central Park e ha dovuto vendere il suo cane perché non riusciva a sfamarlo. Poi ha scritto la sceneggiatura che gli ha cambiato la vita, rifiutandosi di venderla se non fosse stato lui il protagonista. I produttori arrivarono a offrirgli fino a 360mila dollari pur di affidare il ruolo di Rocky a un altro attore, ma lui rifiutò.
La perseveranza come filo conduttore
Secondo Sylvester Stallone, il vero tema del libro è la perseveranza. La vita, spiega, è un continuo alternarsi di momenti positivi e periodi difficili, e quando ci si trova “a valle” bisogna ricordare che quella fase non durerà per sempre. La sua conclusione è semplice: andare avanti, perché non esiste un’alternativa. Una filosofia che sembra uscita direttamente da un film di Rocky, e che l’attore stesso lega a quel “piccolo miracolo” del 1976 da cui tutto è cominciato.
Il racconto della sua vita, del resto, tornerà presto anche al cinema: a meno di due mesi dall’uscita del libro arriverà nelle sale “I Play Rocky”, versione romanzata e semi-autorizzata della sua storia diretta da Peter Farrelly, con Anthony Ippolito nel ruolo del protagonista.
L’amore arrivato tardi
A 80 anni Sylvester Stallone riflette anche sulla sua vita sentimentale e sul rapporto con Jennifer Flavin, sua moglie da quasi trent’anni, che definisce “la più grande donna di sempre”. L’attore confessa di aver capito molto tardi cosa fosse per lui l’amore autentico: “Non ho letteralmente capito il vero, autentico amore fino a quando non ho compiuto 70 anni”. Un sentimento fatto di abbandono totale e di disponibilità a rischiare tutto per un’altra persona, che considera una conquista tardiva. E proprio per questo, ammette, è un peccato averci messo così tanto.
Il messaggio contro la solitudine
Guardando alla propria esistenza e all’età raggiunta, Stallone lega la vecchiaia non solo alla cura del corpo, ma anche alla necessità di non isolarsi. “Non sei mai troppo vecchio per essere innamorato, mai troppo vecchio per ballare con i grandi ricordi che hai avuto e per non sguazzare nella palude peggiore di tutte, che è la palude della solitudine”, dice. Lasciarsi sprofondare nell’isolamento, per l’attore, equivale a una sorta di “sepoltura prematura”. Un messaggio inatteso da chi per decenni è stato il simbolo della forza fisica, e che forse rappresenta la lezione più importante delle sue memorie: la vera resistenza non si misura in muscoli.
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