Per capire la portata della sfida, bisogna prima fare la conoscenza con il protagonista estinto. Il moa gigante dell’Isola del Sud (Dinornis robustus) era una delle creature più imponenti che abbiano mai calcato la Terra: un uccello incapace di volare che raggiungeva quasi tre metri di altezza e superava i duecento chilogrammi di peso, almeno nelle femmine, mentre i maschi erano più piccoli. Viveva nelle foreste e nelle pianure della Nuova Zelanda meridionale, nutrendosi di foglie, ramoscelli e frutti, e aveva un unico nemico degno di questo nome: l’Aquila di Haast, un rapace di dimensioni colossali, oggi anch’esso scomparso. Le uova del moa erano grandi quanto un pallone da rugby, circa ottanta volte il volume di un uovo di gallina e otto volte quello di un uovo di emù.
La specie si estinse dopo l’arrivo dei primi polinesiani Māori in Nuova Zelanda, principalmente a causa della caccia, che ne decimò le popolazioni tra il XIII e il XV secolo. Un’estinzione indotta dall’uomo, dunque, che oggi riaccende interrogativi sulla responsabilità della nostra specie, e sulla possibilità di rimediare.
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L’annuncio: pulcini nati da un uovo artificiale
Il 19 maggio 2026, Colossal Biosciences — che si autodefinisce la prima azienda di de-estinzione al mondo — ha annunciato di aver fatto nascere pulcini vivi da un uovo completamente artificiale, una piattaforma di incubazione inedita capace di sostenere lo sviluppo completo di embrioni di uccelli al di fuori di un guscio biologico, dalla fase embrionale iniziale fino alla schiusa, senza apporto supplementare di ossigeno.
L’uovo artificiale è una struttura stampata in 3D, composta da un guscio reticolare e da una membrana trasparente in silicone progettata per replicare il funzionamento di un vero uovo. La finestra trasparente nella parte superiore permette ai ricercatori di seguire in tempo reale lo sviluppo dell’embrione, inclusi gli effetti di eventuali modifiche genetiche mirate a ricreare tratti caratteristici di specie estinte, come la forma del becco.
Gli embrioni vengono trasferiti nel dispositivo circa 36-40 ore dopo la deposizione. Il test è andato bene: dalla prima infornata di uova artificiali sono nati 26 pulcini vivi. Non galline, ovviamente, ma un banco di prova indispensabile prima di affrontare il vero obiettivo.
Perché un uovo artificiale?
La logica dell’uovo artificiale è semplice: non esiste alcun uccello vivente abbastanza grande da fare da madre surrogata per un moa. Poiché nessun uccello vivente è abbastanza grande da ospitare le uova del moa, Colossal ha dovuto trovare una soluzione esogena, che prevedesse lo sviluppo embrionale al di fuori di un uovo naturale.
L’uovo artificiale può essere scalato nelle dimensioni, il che significa che — almeno in teoria — potrà un giorno contenere embrioni grandi quanto quelli del moa o del dodo. Secondo Ben Lamm, CEO e co-fondatore di Colossal, riportare in vita specie come il moa non riguarda soltanto la ricostruzione di genomi antichi e la modifica delle cellule germinali primordiali, ma richiede la costruzione di un sistema di incubazione completamente nuovo, scalabile in modi che la biologia ordinaria semplicemente non consente.
La strada verso il moa: genomi, tinamù e collaborazioni māori
Il percorso scientifico per arrivare a un moa vivo è lungo e tortuoso. La de-estinzione del moa inizierà con il sequenziamento del suo genoma a partire dagli abbondanti campioni di tessuto conservati in musei e collezioni scientifiche private. I ricercatori si baseranno poi su una specie affine ancora vivente — il tinamù, un uccello sudamericano — considerato il parente più prossimo del moa. Il primo genoma modello dovrebbe essere pronto nell’estate del 2026.
Per il progetto moa, Colossal ha annunciato una collaborazione con il Ngāi Tahu Research Centre, un istituto dell’Università di Canterbury in Nuova Zelanda fondato per sostenere i Ngāi Tahu, la principale tribù māori della regione meridionale del paese. Un dettaglio non secondario: il moa non è solo un animale estinto, ma fa parte dell’identità culturale e spirituale del popolo māori, che con esso ha condiviso per secoli l’ecosistema dell’isola.
Colossal Biosciences: cos’è e di cosa si occupa
Fondata nel 2021 dal genetista George Church e dall’imprenditore Ben Lamm, Colossal Biosciences è la startup biotecnologica che ha reso popolare il concetto di de-estinzione. In quattro anni l’azienda è riuscita ad attrarre finanziamenti prossimi al mezzo miliardo di dollari, segnale inequivocabile dell’interesse degli investitori. Tra i sostenitori figurano investitori di rilievo come il regista Peter Jackson e vari fondi di venture capital internazionali, che vedono in Colossal un’opportunità non solo scientifica ma anche commerciale.
Il modello di business è duplice: da un lato, le tecnologie sviluppate vengono commercializzate in settori come la sanità, la genetica e la biologia computazionale; dall’altro, l’azienda guarda al mercato emergente dei crediti di biodiversità, strumenti finanziari che permettono alle imprese di compensare il proprio impatto ambientale finanziando la rigenerazione di ecosistemi.
Nel portfolio di Colossal ci sono già il mammut lanoso, il tilacino (il cosiddetto tigre della Tasmania), il dodo e, da aprile 2025, anche il metalupo. L’uovo artificiale rappresenta l’ottavo traguardo scientifico significativo dell’azienda nell’arco dell’ultimo anno.
Scienza o marketing?
Qui si presenta la prima nota stonata. L’annuncio del 19 maggio 2026 è arrivato attraverso un comunicato stampa e un video su YouTube, non attraverso un articolo scientifico sottoposto a revisione tra pari. Gli scienziati del settore ritengono che l’uovo artificiale possa rappresentare un autentico passo avanti rispetto ai lavori precedenti, ma hanno molte domande senza risposta.
La rivista Nature ha riportato le preoccupazioni della comunità accademica: senza dati verificabili e pubblicazioni ufficiali, è impossibile valutare il reale valore scientifico della scoperta. L’amministratore delegato Lamm ha dichiarato apertamente che non è prevista alcuna pubblicazione scientifica in proposito, puntando invece alla commercializzazione della tecnologia.
Non è la prima volta che Colossal segue questo schema: anche l’annuncio della de-estinzione del metalupo nell’aprile 2025 era arrivato attraverso comunicati e video promozionali, confezionati con musiche trionfanti e immagini emozionali, senza articoli scientifici a supporto.
I limiti tecnici: la membrana è il punto debole
Il punto più fragile dell’ uovo artificiale sembra essere proprio la membrana, che al momento non garantirebbe ancora uno sviluppo completo dell’embrione in tutte le fasi. Nelle uova naturali, il guscio calcificato svolge funzioni biochimiche straordinariamente complesse: regola gli scambi gassosi, controlla la perdita di umidità, gestisce il trasporto di calcio verso lo scheletro in formazione. Replicare tutto questo con silicone e stampa 3D è una sfida ingegneristica tutt’altro che risolta.
Nei precedenti studi di altri ricercatori, i pulcini erano stati fatti nascere da uova artificiali realizzate con materiali come film plastici e bicchieri, ma queste tecniche causavano danni ai tessuti, al DNA e alle proteine, impedendo lo sviluppo di animali sani nel lungo periodo. Colossal afferma di aver superato questo problema, ma senza dati pubblicati, la comunità scientifica non può verificarlo.
Il dibattito etico: è giusto riportare in vita i morti?
La domanda più profonda che l’intera operazione solleva non è tecnica, ma filosofica: ha senso — ed è giusto — riportare in vita una specie estinta?
Le posizioni nel dibattito scientifico e bioetico sono sostanzialmente tre.
I favorevoli sostengono che la de-estinzione possa riparare danni causati dall’uomo, ripristinare funzioni ecologiche perdute e fornire strumenti preziosi per la conservazione delle specie minacciate. Il moa, in questo senso, sarebbe un atto di giustizia verso un ecosistema che gli esseri umani hanno distrutto.
Gli scettici moderati riconoscono il valore delle tecnologie sviluppate, ma mettono in guardia sui rischi. Secondo Ronald Sandler, direttore dell’Istituto di Etica della Northeastern University, ricreare un animale estinto ha senso solo se l’ecosistema è in grado di accoglierlo, obiettivo spesso irrealizzabile. Molti ricercatori temono inoltre che l’idea di poter “resuscitare” le specie induca un pericoloso senso di sicurezza, riducendo l’urgenza di proteggere la biodiversità attuale.
I critici più duri vanno oltre. La biologa evolutiva Tori Herridge, dell’Università di Sheffield, ha rifiutato di far parte del comitato scientifico di Colossal proprio per dissenso di fondo: secondo lei, la de-estinzione vera e propria non è possibile: ciò che si ottiene è al massimo un organismo geneticamente modificato con alcuni tratti fisici che ricordano la specie originale.
C’è poi la questione delle priorità. Alcuni filosofi e ambientalisti temono che l’attenzione sulle specie “carismatiche” rischi di distogliere risorse e attenzione dalle cause reali della perdita di biodiversità, come il cambiamento climatico, la deforestazione e il consumo eccessivo di risorse. In un mondo in cui migliaia di specie sono a rischio oggi, investire centinaia di milioni di dollari per riportare indietro un uccello estinto da sei secoli è una scelta che può sembrare, quanto meno, discutibile nell’ordine delle priorità.
E se fosse soltanto un’operazione di immagine?
La verità, come spesso accade con Colossal Biosciences, sta probabilmente nel mezzo. L’uovo artificiale è un’idea genuinamente originale e tecnicamente ambiziosa, e il fatto che siano nati 26 pulcini vivi è un risultato concreto. Ma senza pubblicazioni scientifiche, senza dati indipendentemente verificabili e con una membrana che ancora non funziona perfettamente, siamo ben lontani dall’immagine trionfante che i comunicati stampa dell’azienda dipingono.
Il moa gigante camminava nelle foreste della Nuova Zelanda seicento anni fa. Forse un giorno tornerà. Tra un uovo di silicone che fa nascere pulcini di gallina e un dinosauro-uccello da tre metri c’è ancora un abisso, fatto di scienza, di etica, e di domande a cui nessun comunicato stampa potrà – almeno nel breve periodo – rispondere.
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Crediti fotografici
- Moa gigante: © cosedellaltromondo.it | AI Generated - Free to Use
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