Nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1977, il radiotelescopio Big Ear dell’Ohio State University, puntato verso la costellazione del Sagittario nell’ambito del progetto SETI (Search for Extraterrestrial Intelligence), registrò un segnale radio a banda stretta di intensità straordinaria: durò 72 secondi, il tempo massimo che lo strumento — privo di un sistema di puntamento mobile e che sfruttava la rotazione terrestre per scansionare il cielo — poteva dedicare a una singola porzione di cielo. L’intensità del segnale raggiunse un valore 30 volte superiore al rumore di fondo cosmico, un picco che nessun’altra rilevazione SETI aveva mai toccato prima, né avrebbe più toccato in seguito.
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Chi era Jerry Ehman e come scoprì il segnale
Il segnale fu individuato solo alcuni giorni dopo la registrazione, quando l’astronomo Jerry R. Ehman, volontario del progetto SETI presso la Ohio State University, si mise a scorrere a mano le lunghe strisce di stampe cartacee prodotte dal computer del Big Ear. Di fronte alla sequenza di caratteri e numeri che indicava l’intensità del segnale — “6EQUJ5” — Ehman non riuscì a trattenere lo stupore e cerchiò a penna rossa quella stringa, annotando a margine la parola che sarebbe diventata leggendaria: “Wow!”. Fu proprio quell’annotazione informale, più che il segnale in sé, a consegnare il nome all’evento e a renderlo uno dei momenti più iconici della storia dell’astronomia.
Le caratteristiche del segnale: perché era così anomalo
Il Wow! Signal presentava diverse caratteristiche che lo resero da subito un caso più unico che raro. Innanzitutto la frequenza: 1420,4056 MHz, un valore prossimo alla cosiddetta “riga dell’idrogeno neutro”, una frequenza che gli scienziati SETI considerano da sempre la più probabile per un’eventuale comunicazione intenzionale, poiché l’idrogeno è l’elemento più diffuso dell’universo e una civiltà aliena razionale potrebbe scegliere proprio quella lunghezza d’onda per farsi notare. In secondo luogo, la banda del segnale era strettissima, una caratteristica tipica delle trasmissioni artificiali e non dei fenomeni naturali, che di norma producono emissioni più ampie e diffuse. Infine, l’andamento dell’intensità nel tempo rispecchiava fedelmente la forma che ci si aspetterebbe da una sorgente fissa nel cielo osservata da un’antenna in movimento per effetto della rotazione terrestre; un dettaglio che escludeva, secondo molti, interferenze terrestri o satellitari.
I tentativi di riascoltarlo
Da quel momento, l’area di cielo da cui proveniva il segnale è stata ripetutamente monitorata, senza che nulla di simile si ripetesse mai più. Lo stesso Ehman tornò a scrutare quella regione già nel 1987, così come altri ricercatori negli anni successivi, incluso un tentativo condotto nel 2020 con radiotelescopi molto più sensibili del Big Ear. Nel 2016, l’astronomo Antonio Paris organizzò 200 osservazioni mirate nella stessa porzione di cielo nell’arco di alcuni mesi, senza ottenere alcun riscontro. Il silenzio assoluto che ha seguito quei 72 secondi resta, ancora oggi, uno degli elementi più sconcertanti dell’intera vicenda.
Le ipotesi: dall’origine aliena a quella più recente
Nel corso dei decenni gli scienziati hanno formulato diverse ipotesi per spiegare il fenomeno. La più affascinante, mai del tutto abbandonata, resta quella di una trasmissione intenzionale da parte di una civiltà extraterrestre: il segnale aveva infatti tutte le caratteristiche attese da un tale tipo di comunicazione. Nel 2017 Antonio Paris propose una spiegazione alternativa, legandolo al passaggio di due comete, 266P/Christensen e P/2008 Y2 (Gibbs), circondate da nubi di idrogeno capaci di emettere nella stessa frequenza, ipotesi che ha convinto solo in parte la comunità scientifica.
Più di recente, uno studio del 2024 firmato da Abel Méndez, Kevin Ortiz Ceballos e Jorge Zuluaga, basato sull’archivio dati del radiotelescopio di Arecibo, ha suggerito che il segnale possa essere il primo caso mai registrato di un bagliore maser astronomico nella riga dell’idrogeno: un’emissione stimolata, paragonabile a un lampo laser nelle microonde, generata dall’accensione improvvisa e rara di una sorgente di raggi X — come una magnetar — all’interno di una nube di idrogeno neutro. Nel 2025 è emersa infine un’ipotesi ancora diversa, che collega il segnale al passaggio dell’oggetto interstellare 3I/ATLAS, la cui posizione nel 1977 risultava sorprendentemente vicina alle coordinate celesti del Wow!, sebbene la probabilità di un simile allineamento resti bassissima.
Perché è un mistero non ancora risolto
A quasi cinquant’anni di distanza, nessuna delle ipotesi proposte è riuscita a mettere tutti d’accordo, e questo per una ragione tanto semplice quanto frustrante per gli scienziati: il segnale non si è mai ripetuto, e senza un secondo evento da confrontare è impossibile confermare in modo definitivo qualsiasi teoria, naturale o artificiale che sia. Il Wow! Signal resta così sospeso tra scienza e mistero, ed è diventato negli anni il simbolo più immediato del paradosso di Fermi: se l’universo è così vasto e antico da rendere statisticamente probabile l’esistenza di altre civiltà intelligenti, perché — a parte quei 72 secondi mai più spiegati — il cosmo continua a apparirci silenzioso?
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