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El Niño

El Niño è ufficialmente arrivato: ecco perché spaventa gli scienziati di tutto il mondo

Teresa Pitrola 4 settimane fa 0

Il Servizio Meteorologico Nazionale del NOAA — la National Oceanic and Atmospheric Administration degli Stati Uniti — ha dichiarato l’inizio ufficiale di El Niño nel Pacifico tropicale. L’annuncio ha fatto rapidamente il giro del mondo, alimentando un dibattito spesso confuso tra chi lo ha immediatamente collegato alle ondate di caldo già in atto e chi invece ne minimizza la portata. La realtà, come spesso accade in climatologia, è più sfumata e merita di essere raccontata con precisione.

Che cos’è El Niño: la fisica del fenomeno

El Niño è un fenomeno climatico naturale in cui le acque superficiali dell’Oceano Pacifico centrale e orientale subiscono un riscaldamento anomalo, provocando cambiamenti nei modelli meteorologici in tutto il mondo. In media, si verifica ogni due-sette anni e dura solitamente dai 9 ai 12 mesi.

El Niño modifica la distribuzione del calore nel Pacifico e interferisce con la circolazione atmosferica tropicale. Gli alisei si indeboliscono, le acque calde che normalmente si accumulano verso Indonesia e Australia si spostano verso il Pacifico centrale e orientale, mentre le grandi fasce di pioggia e pressione cambiano posizione.

Il cuore dinamico del fenomeno sta nello spostamento della cella di Walker, cioè della circolazione tropicale che regola scambi di aria e umidità lungo il Pacifico equatoriale. Quando cambia quella, cambiano anche i grandi equilibri delle precipitazioni.

Da La Niña a El Niño: il pendolo del Pacifico

L’episodio attuale non è arrivato dal nulla. L’ultimo ciclo di La Niña, iniziato nel dicembre 2024, è stato debole e di breve durata. Questo fenomeno tende a raffreddare le acque superficiali del Pacifico orientale, producendo effetti opposti rispetto a El Niño e attenuando temporaneamente il riscaldamento globale. La fase fredda sta ora lasciando spazio a condizioni sempre più calde.

Secondo le analisi dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, tra dicembre 2025 e febbraio 2026 le anomalie negative di temperatura in superficie nel Pacifico centrale sono passate da circa -0,8 °C a -0,3 °C, segnalando una transizione rapida verso la fase calda. Più rapida, peraltro, di quanto molti modelli avessero previsto.

Quanto sarà intenso? Le previsioni fanno paura

Il NOAA prevede che El Niño si rafforzi nel corso dell’autunno, fino a un’intensità da moderata a forte, per poi toccare l’apice nell’inverno 2026-2027. C’è addirittura il 63% di probabilità che si trasformi in un evento “molto forte”, con il Pacifico oltre i 2 gradi sopra la media.

L’ultimo El Niño, che ha colpito nel biennio 2023-2024, è stato uno dei cinque più forti mai registrati e ha contribuito in modo determinante all’impennata delle temperature globali. Quello attuale potrebbe uguagliarlo o superarlo. Secondo le previsioni, non sarà il 2026 l’anno più caldo mai registrato, bensì il 2027, che si trascinerà dietro proprio gli effetti di El Niño in combinazione con la crisi climatica.

I vincitori e i perdenti: chi rischia siccità, chi le alluvioni

El Niño non colpisce il pianeta in modo uniforme: ridisegna le mappe delle piogge e delle siccità in modo sistematico. Le aree che tendono a diventare più umide comprendono il sud degli Stati Uniti, il Perù, l’Ecuador, il Cile settentrionale, l’Africa orientale e alcune isole del Pacifico centrale, con un aumento del rischio di piogge intense e inondazioni. All’opposto, Australia, Indonesia, Filippine, Malesia, Thailandia, Sud Africa, India, Amazzonia settentrionale e Brasile nord-orientale sono tra le zone più vulnerabili a siccità e incendi boschivi.

I climatologi hanno spiegato che El Niño può attenuare l’attività degli uragani atlantici, ma allo stesso tempo intensifica la loro attività nel Pacifico. Un dettaglio non da poco per i Paesi che si affacciano su quell’oceano.

L’impatto sull’agricoltura globale: il cibo a rischio 

Tra le conseguenze più concrete e immediate c’è quella sull’approvvigionamento alimentare mondiale. El Niño può alterare piogge e temperature proprio nelle regioni da cui dipendono raccolti fondamentali: riso, mais, grano, soia, cacao, caffè, zucchero e oli vegetali.

In agricoltura, la siccità in Asia sud-orientale, Australia e India può ridurre i raccolti di riso, grano e mais, spingendo verso l’alto i prezzi alimentari globali. Il nodo più delicato riguarda la sicurezza alimentare, con effetti attesi sulle rese in regioni come Africa subsahariana, India, Cina, Australia e Brasile. Il prezzo del grano duro è atteso in forte aumento all’aumentare dell’intensità del fenomeno.

E l’Europa? E l’Italia?

Qui è necessario sfatare un equivoco molto diffuso. L’estate 2026 sarà calda per l’Europa e anche per l’Italia, ma non sarà direttamente collegata a El Niño. Il rapporto tra questo fenomeno e il clima europeo è meno immediato, ma non inesistente: agisce come un amplificatore degli eventi estremi, perché si somma agli effetti del riscaldamento globale e può rendere le ondate di calore più intense e persistenti.

Durante eventi di El Niño moderati o forti si osservano in Europa autunni leggermente più piovosi nel Mediterraneo centrale e inverni con maggiore probabilità di alta pressione sul nord Europa. 

Per l’Europa gli effetti arriverebbero più avanti, tra fine 2026 e inizio 2027, e più sulle piogge che sul caldo estivo.

Un’emergenza sanitaria silenziosa

L’OMS non è rimasta a guardare. Maggio 2026 ha fornito un inquietante assaggio dei picchi di temperatura raggiungibili in Europa, e negli ultimi quattro anni nel Vecchio Continente sono morte per cause riconducibili a estremi di calore oltre 200.000 persone. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e le Nazioni Unite hanno rilasciato una nota ufficiale in cui avvertono che la popolazione globale potrebbe trovarsi ad affrontare i mesi più caldi di sempre.

Cosa succederà nei prossimi mesi

Secondo il nuovo rapporto di Copernicus, in tutti gli scenari considerati il caldo estremo inizierà a intensificarsi nelle aree tropicali e subtropicali da settembre. El Niño è atteso anche come fattore di aumento del rischio siccità in ampie regioni dell’Australia, del Sud-Est asiatico, dell’Africa meridionale e dell’America centrale.

Il rischio più immediato è che El Niño agisca come amplificatore temporaneo del riscaldamento globale: ondate di calore più frequenti, notti tropicali, stress idrico, incendi più difficili da controllare e piogge estreme più intense in alcune aree. È il classico effetto somma: El Niño è naturale, ma si appoggia su un sistema climatico già alterato dalle emissioni di gas serra.

Il verdetto degli scienziati, insomma, è chiaro: non è un allarme da ignorare, ma nemmeno un fenomeno da usare come comodo capro espiatorio per ogni anomalia meteo. È qualcosa di più sottile e più preoccupante: un moltiplicatore di rischi in un pianeta che ha già perso buona parte dei suoi margini di sicurezza climatica.

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