Chiunque viva con un gatto conosce la scena: l’animale che annusa con insistenza un angolo del giardino, lo spigolo di un mobile o la ruota di un’auto, e poi resta immobile con la bocca socchiusa, come se stesse leggendo qualcosa. In un certo senso è proprio così.
Un gruppo internazionale di ricercatori ha scoperto che l’urina dei gatti contiene una vera e propria firma chimica individuale, stabile nel tempo, che permette a ciascun felino di sapere chi è passato di lì. Lo studio, guidato dal professor Masao Miyazaki dell’Università di Iwate, in Giappone, è stato pubblicato su Current Biology il 19 agosto 2026, con Shota Ichizawa come primo autore.
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Il team di ricerca tra Giappone, Germania e Spagna
La ricerca è frutto di una collaborazione a tre. Accanto al gruppo giapponese di Iwate hanno lavorato l’Istituto di chimica organica della Technische Universität di Braunschweig, in Germania, e il Dipartimento di biochimica e biologia molecolare della Facoltà di Scienze veterinarie dell’Università di Córdoba, in Spagna. Miyazaki non è nuovo a queste indagini: il suo laboratorio studia da anni la biologia molecolare dei felini, dagli odori dell’urina fino al celebre effetto dell’erba gatta.
Il problema: gli odori svaniscono
Per capire la portata della scoperta bisogna partire da un paradosso. I gatti si affidano moltissimo all’olfatto e raccolgono tracce chimiche dall’urina lasciata da altri esemplari anche molto tempo dopo il loro passaggio, ma molte molecole odorose si degradano o evaporano rapidamente. A questo si aggiunge un’altra difficoltà: l’alimentazione cambia, il corpo cambia, eppure una marcatura territoriale serve solo se un altro animale riesce ancora a capire chi l’ha lasciata. Serviva quindi un “inchiostro” capace di resistere al tempo.
La smorfia che ha guidato i ricercatori
Il punto di partenza è stato un comportamento che molti proprietari conoscono senza saperne il nome: il flehmen, la tipica espressione a bocca aperta con cui il gatto “assapora” un odore. I ricercatori hanno osservato che i gatti mostravano questa reazione più spesso davanti all’urina di esemplari sconosciuti che davanti alla propria; la risposta calava quando lo stesso campione veniva ripresentato più volte e tornava a salire quando compariva l’urina di un altro gatto. Una volta confermato che i felini distinguono gli odori individuali, il team ha usato proprio il flehmen come bussola per individuare le molecole responsabili, come ha spiegato lo stesso Miyazaki.
Tredici acidi grassi, una combinazione unica
Separando i diversi componenti dell’urina, gli scienziati hanno verificato che il flehmen compariva solo con una specifica classe di sostanze, gli acidi grassi a catena ramificata (in inglese BFA). In tutto ne sono stati identificati tredici, alcuni mai descritti prima: in letteratura non risultavano segnalazioni di questi composti in escrezioni o secrezioni di mammiferi.
La chiave sta nel “mix”. La combinazione e le proporzioni di queste molecole cambiano da un gatto all’altro, ma restano relativamente costanti nello stesso animale. È questo che le rende una firma affidabile. C’è anche un dettaglio familiare: i gatti imparentati tendono ad avere profili più simili, ma le differenze individuali si mantengono anche all’interno della stessa famiglia. Per dimostrare che era proprio questa miscela a fare la differenza, i ricercatori hanno ricostruito in laboratorio l’urina, eliminando e reinserendo la frazione con gli acidi grassi: i gatti riuscivano a distinguere le composizioni di diversi “donatori” anche quando il resto dei grassi urinari era identico. Miyazaki ha riassunto il concetto con un’immagine efficace: l’urina del gatto funziona come un “biglietto da visita profumato”.
Il colpo di scena arriva dai reni
La parte più sorprendente riguarda l’origine di queste molecole. Gli acidi grassi ramificati sono stati trovati in abbondanza negli estratti di rene, ma non nel siero, nel fegato o negli altri tessuti esaminati. Erano concentrati nei trigliceridi, cioè grassi di riserva, all’interno di goccioline lipidiche nelle cellule della corteccia renale.
Ed è qui che si scioglie un enigma lungo un secolo. Le abbondanti goccioline di grasso nei reni dei gatti sono note da oltre cento anni, ma il loro ruolo biologico era rimasto oscuro. Secondo lo studio, potrebbero funzionare come un serbatoio che attutisce le oscillazioni di breve periodo dovute alla dieta o alle condizioni fisiologiche, aiutando a mantenere un profilo chimico individuale nell’urina. Lo stesso Miyazaki ha raccontato che collegare questa particolarità dei reni ai segnali chimici dell’urina è stato del tutto inaspettato.
Una firma che resiste nel tempo
Rispetto a tanti altri odori, questi composti hanno un vantaggio pratico: secondo i ricercatori sono relativamente resistenti alle alterazioni dopo il deposito, e restano stabili per almeno 24 ore. Abbastanza, insomma, perché il messaggio arrivi a destinazione anche quando il “mittente” è ormai lontano.
Dai leoni alle linci: un tratto di famiglia
La scoperta non riguarda solo il gatto di casa. Una chimica simile è emersa in tutta la famiglia dei felini, compresi leoni, tigri, leopardi, giaguari, servali, linci iberiche e gatti leopardo, anche se le miscele e la distribuzione dei grassi renali variano molto da specie a specie. Secondo gli autori, si tratta di un esempio di come una via metabolica di base possa essere “riconvertita” dall’evoluzione a scopi di comunicazione chimica.
Topi con le proteine, gatti con i grassi
Il confronto con altri animali rende la scoperta ancora più interessante. Già nel 2001 uno studio su Nature aveva mostrato che i topi selvatici usano proteine urinarie molto variabili per riconoscersi a vicenda. I gatti sembrano aver trovato una soluzione molecolare diversa: acidi grassi semivolatili invece di proteine a lunga durata.
Perché il tuo gatto marca casa
Tradotto nella vita di tutti i giorni: quando un gatto spruzza urina su un muro o su un vaso, non sta semplicemente “facendo i suoi bisogni” nel posto sbagliato. Sta lasciando un messaggio firmato, una sorta di documento d’identità che dice agli altri felini chi è passato di lì, e che gli altri sanno leggere. È un sistema di comunicazione sofisticato, sostenuto da un organo che nessuno avrebbe associato all’olfatto.
Cosa resta da capire
Gli stessi ricercatori usano toni prudenti. Gli acidi grassi ramificati sono definiti forti candidati a trasportare l’informazione sull’identità individuale, non l’unica spiegazione possibile: l’urina felina resta una miscela complessa, e altre molecole potrebbero contribuire al messaggio. Restano aperte anche le domande su come esattamente il rene produca e conservi questi composti e su quanto a lungo la firma resti leggibile in condizioni naturali, all’aperto. Ma un punto sembra ormai chiaro: dietro quell’odore che tanti proprietari conoscono fin troppo bene si nasconde uno dei sistemi di riconoscimento più raffinati del mondo animale.
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