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Ambulatorio medico

Dal mal di schiena al cancro: la scoperta dell’interstizio che sta cambiando la medicina

Teresa Pitrola 3 settimane fa 0

Nel XVII secolo il medico Samuel Collins osservò, attorno a ciascun organo del corpo, una rete di “curiosi fili ben filati… meravigliosamente intrecciati tra loro”, una sorta di “veste comune” i cui spazi residui erano riempiti da un “liquido animale cementato”. Per oltre trecento anni, questa osservazione è rimasta poco più di una curiosità anatomica: si riteneva che quella rete — oggi nota come fascia — avesse una funzione puramente meccanica, quella di tenere insieme gli organi come un cingolo, mentre il liquido al suo interno, chiamato liquido interstiziale, fungesse semplicemente da ammortizzatore, permettendo agli organi di scorrere l’uno sull’altro durante il movimento senza traumi.

Solo di recente questa visione è stata ribaltata. Nuove ricerche suggeriscono che quelle sacche di liquido formino in realtà una rete interconnessa, chiamata interstizio, che attraversa l’intero corpo e funge da vero e proprio canale di comunicazione tra i tessuti. È una scoperta destinata a innescare quella che diversi ricercatori descrivono come una silenziosa rivoluzione medica, capace di cambiare il modo in cui pensiamo al dolore muscolare, al microbioma, alla diffusione dei tumori e, per alcuni scienziati, persino di offrire una spiegazione moderna a concetti della medicina tradizionale cinese come il “qi”, la forza vitale che secondo l’agopuntura scorre nel corpo.

Un’impalcatura vivente

L’anatomia di base dell’interstizio conferma il suo ruolo strutturale. La matrice extracellulare al suo interno è sorretta da filamenti di collagene, che formano un’impalcatura robusta, ed elastina, che agisce come una rete di minuscoli elastici e garantisce flessibilità ai tessuti. Il liquido che scorre in questi spazi costituisce circa il 12% del peso corporeo totale e contiene acido ialuronico, una grande molecola capace di formare un gel a contatto con l’acqua, ideale per proteggere i tessuti più delicati.

Per decenni, però, questa struttura è sfuggita agli scienziati per un motivo tecnico banale quanto decisivo: il metodo standard di preparazione dei campioni al microscopio prevede l’essiccazione del tessuto, un processo che fa collassare gli spazi interstiziali facendoli apparire come tessuto connettivo denso e compatto. Solo con l’avvento di tecniche di imaging su tessuti vivi — in particolare l’endomicroscopia confocale a fibra ottica (pCLE), che unisce un endoscopio a un laser e a sensori capaci di analizzare i pattern di fluorescenza riflessa — i ricercatori sono riusciti a osservare per la prima volta questi spazi pieni di fluido nel loro stato naturale.

La scoperta del 2018 e la rete che attraversa il corpo

La svolta arriva nel marzo 2018, quando un gruppo di patologi della NYU Grossman School of Medicine, guidato da Neil Theise, pubblica su Scientific Reports (rivista del gruppo Nature) uno studio che descrive per la prima volta questa struttura come un sistema interconnesso e diffuso in tutto il corpo: pancreas, duodeno, stomaco, intestino, vescica, pelle, polmoni. “Ovunque ci fosse un rivestimento di qualcosa, sembrava esserci anche l’interstizio”, ha raccontato uno dei ricercatori coinvolti. L’ipotesi, allora accolta con un certo scetticismo dalla comunità degli anatomisti, era che questi spazi non fossero isolati organo per organo, ma collegati tra loro in un’unica rete continua.

La conferma arriva tre anni dopo, nel 2021, con un secondo studio pubblicato su Communications Biology dallo stesso gruppo della NYU, guidato da Odise Cenaj. Colorando l’acido ialuronico di marrone, i ricercatori hanno osservato che il gel occupava senza interruzioni tutti gli spazi interstiziali analizzati, dimostrando che si tratta di una “superstrada” continua, distinta dal sistema sanguigno e da quello linfatico, attraverso cui possono circolare cellule e molecole.

Cosa si può curare: dal cancro al dolore cronico

L’implicazione più studiata riguarda la diffusione dei tumori. Se l’interstizio è davvero una rete continua che attraversa i confini tra un organo e l’altro, potrebbe spiegare come alcune cellule tumorali riescano a migrare lontano dal tumore primario prima ancora di raggiungere i vasi linfatici o sanguigni, un meccanismo che aiuterebbe a capire fenomeni come i melanomi “in transito” sulla pelle o gli impianti metastatici del colon a distanza dal tumore principale. 

Il gruppo di ricerca del Massachusetts General Hospital (Steele Laboratories for Tumor Biology, Harvard), attivo su questo fronte da tempo, sta studiando la pressione del fluido interstiziale nei tumori solidi come possibile bersaglio terapeutico: ridurre questa pressione, ad esempio bloccando il segnale del fattore di crescita VEGF, potrebbe migliorare la capacità dei farmaci di penetrare nel tumore.

Sul fronte del dolore muscoloscheletrico, la ricerca clinica più recente si concentra sull’idrodissezione interfasciale, una tecnica che inietta soluzione salina o anestetico locale negli spazi tra i piani fasciali per “liberare” gli scorrimenti dei tessuti compromessi da aderenze o infiammazione cronica. 

Uno studio pubblicato nel 2023 su Frontiers in Rehabilitation Sciences, condotto da un gruppo dell’Università di Santo Tomas a Manila, nelle Filippine, ha confrontato questa tecnica con il dry needling tradizionale nel trattamento della sindrome dolorosa miofasciale del trapezio superiore, riportando benefici sia a breve sia a lungo termine su dolore e qualità della vita. Un altro studio, pubblicato nel 2024 sull’Eurasian Journal of Medicine da ricercatori turchi, ha applicato la stessa logica al mal di schiena lombare cronico, iniettando anestetico e corticosteroide nel piano interfasciale tra i muscoli quadrato dei lombi ed erettore spinale, con risultati superiori alla sola fisioterapia. Sono inoltre in corso, tra il 2025 e il 2026, nuovi trial randomizzati — tra cui uno dell’Università di Istanbul (Cerrahpaşa) sulla sindrome del piriforme — che applicano l’idrodissezione guidata da ecografia ad altre aree del corpo.

Il possibile collegamento con l’asse intestino-cervello

Uno dei campi di studio più recenti riguarda il sistema nervoso. Scott C. Anderson, giornalista scientifico e coautore del libro The Psychobiotic Revolution, ha raccontato su Psychology Today come la continuità dell’interstizio in tutto il corpo apra un possibile nuovo canale per l’asse intestino-cervello. Interpellato sul tema, lo stesso Neil Theise ha ipotizzato un collegamento con il sistema glinfatico — il meccanismo di drenaggio dei fluidi nel cervello, scoperto solo nell’ultimo decennio — suggerendo che segnali di origine intestinale, compresi quelli prodotti dai microrganismi del microbioma, potrebbero raggiungere il sistema nervoso centrale passando per una sorta di “porta sul retro” anatomica finora sconosciuta. Un dettaglio ulteriore rende la scoperta ancora più intrigante: la rete di collagene ed elastina dell’interstizio si è rivelata piezoelettrica, cioè capace di generare una piccola corica elettrica quando viene compressa o piegata, una proprietà che potrebbe avere un ruolo nella trasmissione di segnali biologici ancora da chiarire.

Un ponte con la medicina tradizionale cinese

Non stupisce che l’interstizio abbia attirato l’attenzione anche di chi studia l’agopuntura. Per secoli la medicina cinese ha descritto una rete di meridiani lungo cui scorrerebbe il qi, l’energia vitale, senza che la scienza occidentale riuscisse a individuarne un corrispettivo anatomico. Diversi ricercatori — e articoli divulgativi apparsi di recente, dal New York Times a testate specializzate in medicina integrativa — hanno osservato che i punti di agopuntura tendono a concentrarsi proprio nelle zone più ricche di tessuto connettivo e fascia, sollevando l’ipotesi che l’inserimento degli aghi agisca attraverso la meccanotrasduzione: la conversione di uno stimolo meccanico, come la rotazione dell’ago, in segnali biochimici che si propagano lungo la rete interstiziale. Si tratta per ora di un’ipotesi, non di una dimostrazione definitiva, ma è indicativa di quanto la scoperta stia spingendo a rileggere in chiave moderna pratiche mediche molto più antiche.

La necessaria cautela

Vale la pena ricordare che la comunità scientifica resta divisa sulla portata di queste scoperte. Alcuni anatomisti hanno criticato l’idea di presentare l’interstizio come un “nuovo organo”: per una designazione ufficiale servirebbe un consenso più ampio, costruito su repliche indipendenti da parte di altri gruppi di ricerca. Resta il fatto che, a otto anni dalla sua prima descrizione, l’interstizio è passato da curiosità istologica a oggetto di studio attivo in campi che vanno dall’oncologia alla reumatologia, dalla neurologia alla medicina del dolore: un segnale di come anche l’anatomia del corpo umano, apparentemente già tutta mappata, possa ancora riservare sorprese.

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