Il soprannome più famoso del regno animale contiene tre imprecisioni. E la terza è quella che pesa di più.
In questo articolo
Primo: la giungla non è casa sua
L’habitat naturale del leone non è la foresta pluviale, ma la savana.
Nella giungla regnano altri predatori: la tigre in Indonesia, il giaguaro e il puma in Amazzonia.
L’espressione, però, si è radicata nell’uso comune. E, al netto della geografia, il titolo di re degli animali non risulta usurpato: con i suoi 120 centimetri al garrese e 250 chilogrammi, il Panthera leo domina la catena alimentare della savana, catturando gazzelle, zebre, bufali e talvolta anche giraffe ed elefanti.
Secondo: non è lui a cacciare
C’è però un dettaglio che ridimensiona l’immagine del predatore solitario e implacabile.
Sono le femmine a compiere l’ottanta per cento delle azioni di caccia, provvedendo a nutrire l’intero branco.
Questa caratteristica ha attirato l’attenzione anche fuori dall’ambito zoologico. Nel volume “Les Fabliaux du Management”, François Charles osserva che “il leone non caccia mai, si fa servire”, descrivendolo come una figura che dirige la propria corte. E aggiunge una considerazione che ribalta la prospettiva: da solo il leone è misero e può persino morire di fame, mentre circondato dal branco la situazione cambia radicalmente.
Da dove arriva quel soprannome
L’origine dell’appellativo, almeno in Europa, non ha molto a che vedere con l’Africa.
Nel Medioevo il re degli animali era l’orso delle foreste europee, oggetto di culti, venerazioni e adorazioni. Una devozione che la Chiesa cristiana non gradiva.
La soluzione fu sostituire il sovrano: al posto dell’orso venne collocato il leone, animale che in Europa non viveva e che quindi si prestava meno all’idolatria.
Alla criniera, con i suoi riflessi dorati, fu affidato il ruolo di corona.
Perché la corona è comunque meritata
Nel confronto con gli altri grandi predatori della savana il primato regge.
Ghepardi e leopardi, alti tra gli 80 e i 95 centimetri al garrese, sono più veloci ma vivono e cacciano in solitaria. Il risultato è che mancano le prede molto più spesso e impiegano più energie per catturarle.
Caracal e serval saltano più in alto, fino a due o tre metri, ma scontano anch’essi lo svantaggio della vita solitaria.
Le iene, pur organizzate in gruppo, misurano circa 70 centimetri al garrese. Devono spesso cedere le prede ai leoni e accontentarsi degli avanzi.
Terzo: il re sta scomparendo
Ed è qui che l’immagine di potenza si incrina.
La popolazione della specie è diminuita del quaranta per cento in vent’anni.
Il confronto su scala secolare è ancora più netto. Un secolo fa gli esemplari erano oltre duecentomila. Oggi ne restano venticinquemila nell’Africa subsahariana e appena cinquecento in India.
Un colosso dai piedi d’argilla, come lo definisce chi ne segue le sorti.
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