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Antica civiltà di Aquiry

Amazzonia: ‘riemerge’ dopo 1500 anni la civiltà Aquiry, un impero da 3 milioni di abitanti dimenticato dalla storia

Teresa Pitrola 1 mese fa 0

Per secoli l’Amazzonia sudoccidentale è stata raccontata come l’ultimo grande polmone selvaggio del pianeta, una distesa verde non toccata dall’uomo. Una nuova ricerca internazionale, pubblicata su Nature e guidata dall’Università di Helsinki (della quale parla NewScientist), ribalta questa narrazione: sotto la fitta chioma degli alberi si nasconde l’impronta di una civiltà scomparsa, gli Aquiry, capace — secondo le stime più prudenti — di ospitare fino a tre milioni di persone.

La scoperta: un vero e proprio continente invisibile a occhio nudo

A rendere possibile questa rivelazione è stata la tecnologia LiDAR (Light Detection and Ranging), un sistema di scansione laser aerea capace di “vedere” attraverso la vegetazione e ricostruire con precisione millimetrica la forma del terreno sottostante. Il team, guidato dall’archeologo Martti Pärssinen, professore emerito dell’Università di Helsinki, ha sorvolato circa 183.000 chilometri quadrati di foresta amazzonica sudoccidentale, un’area grande quanto la Siria, corrispondente a meno del 3% dell’intera Grande Amazzonia.

I risultati hanno sorpreso persino gli stessi ricercatori: oltre 400 siti monumentali perfettamente conservati, molti dei quali del tutto sconosciuti fino ad oggi, insieme a numerosi insediamenti più tardi. Estrapolando questi dati sull’intero territorio occupato dalla civiltà, gli studiosi sono arrivati a una stima conservativa di oltre 20.000 antichi centri cerimoniali, collegati da una fitta rete di strade rettilinee che attraversavano il paesaggio per chilometri.

Dove viveva la civiltà di Aquiry

Il cuore di questa civiltà si estendeva nella regione sudoccidentale dell’Amazzonia, nell’area corrispondente all’attuale stato brasiliano dell’Acre e alle zone limitrofe. Non a caso il nome “Aquiry” richiama proprio questo territorio: deriva dal termine con cui i popoli indigeni di lingua arawak indicavano il fiume Acre, e significa letteralmente “fiume dei caimani”.

Non si trattava di un regno unico e centralizzato, ma — come ha spiegato Pirjo Kristiina Virtanen, professoressa di studi indigeni all’Università di Helsinki e co-autrice dello studio — di una rete di molte comunità diverse, multiculturale e policentrica, distribuita su un territorio vastissimo lungo un arco di quasi 1.500 anni, dal 600 a.C. fino all’850 d.C. circa. Ancora oggi resta un mistero quali lingue parlassero questi popoli e come le diverse comunità si chiamassero tra loro: la scrittura, per quanto se ne sa, non esisteva.

Uno stile di vita fondato sulla terra

Ciò che colpisce di più gli archeologi è il modo in cui questa civiltà costruiva. In assenza di pietra da taglio adatta e senza l’uso di strumenti metallici o di animali da soma, gli Aquiry scavarono fossati e sollevarono terrapieni per dare forma a geoglifi monumentali: cerchi, quadrati, rettangoli e altre figure geometriche, alcune larghe centinaia di metri, che secondo alcune ipotesi potrebbero rappresentare divinità o simboli cosmologici. Queste strutture, oggi quasi invisibili sotto la vegetazione, restano di una precisione geometrica sorprendente se osservate tramite i modelli digitali del terreno ottenuti con il LiDAR.

Le tradizioni orali delle popolazioni indigene attuali offrono indizi preziosi sulla funzione di questi luoghi: sarebbero stati spazi destinati a incontri tra comunità, cerimonie religiose, decisioni politiche, banchetti, competizioni sportive e rituali collettivi, veri e propri centri di aggregazione sociale, prima ancora che semplici opere difensive o abitative.

Ma gli Aquiry non erano solo costruttori di monumenti di terra: erano anche agricoltori e orticoltori esperti. Gestivano boschi e coltivavano specie arboree di grande valore, come la noce del Brasile e la palma da pesca, insieme a diversi alberi da frutto. Secondo i ricercatori, molte di queste specie, ancora oggi diffuse nella foresta, sono il risultato di una lunghissima interazione tra uomo e ambiente: la stessa Amazzonia che consideriamo “naturale” porta dunque, in parte, l’impronta di questa antica ingegneria del paesaggio. Un dato che, sottolineano gli studiosi, potrebbe avere ricadute anche sugli attuali modelli climatici e sulle strategie di conservazione della foresta, dato il ruolo di queste popolazioni nel ciclo del carbonio e negli ecosistemi tropicali.

Il mistero della scomparsa

Attorno all’850 d.C., la civiltà di Aquiry si dissolse in modo relativamente rapido, per ragioni che restano ancora sconosciute. Colpisce un dettaglio cronologico: il declino coincide, quasi negli stessi decenni, con il collasso della civiltà Maya classica in Centro America.

È un parallelismo che alimenta interrogativi sulle cause comuni che potrebbero aver colpito diverse società precolombiane in quel periodo, dai cambiamenti climatici alle crisi ambientali o sociali interne. Al momento, però, nessuna spiegazione è stata confermata: gli archeologi parlano apertamente di un “apparente rapido declino” di cui non si conoscono ancora i meccanismi.

Una storia ancora tutta da scoprire

Lo studio, sottolinea Pärssinen, “ribalta ciò che sappiamo” sulla storia precolombiana dell’Amazzonia, dimostrando che aree oggi percepite come selvagge e incontaminate furono in realtà densamente abitate, organizzate e trasformate dall’uomo per oltre un millennio. 

Con solo il 3% della Grande Amazzonia finora esplorato con questa tecnologia, i ricercatori sono convinti che la scoperta degli Aquiry sia solo l’inizio: sotto altre porzioni della foresta potrebbero nascondersi ulteriori tracce di civiltà che la storia ufficiale non ha ancora raccontato.

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