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Dittico fotografico: a sinistra il ritratto di una donna, a destra il ritratto di un uomo

Omicidio Colapietro, la confessione e il ruolo della professoressa: cosa sappiamo del delitto di via Gulli

Un festino tra crack, Lsd e Mdphp, una lite per 50 euro e un corpo fatto a pezzi. La confessione del 26enne, il ritratto di Nicole Formichetti e il punto sulle indagini.

Teresa Pitrola 1 settimana fa 0

Un appartamento al quarto piano di via Gulli 46, nel quartiere Borgo Vittoria, alla periferia Nord di Torino. È qui che si è consumato uno dei delitti più cupi degli ultimi anni. Secondo il racconto dell’indagato, il festino a base di droghe sarebbe cominciato la sera di domenica 20 settembre e sarebbe andato avanti senza interruzioni fino a martedì 22: quel termine non risulta verificato. L’omicidio sarebbe avvenuto il 21 settembre, sempre secondo quel racconto e non come data accertata, in un contesto di consumo di crack, funghi allucinogeni, Lsd, cannabis, Mdphp e superalcolici.

La vittima è Fabio Colapietro, 39 anni. Era nato a Chivasso, viveva a Settimo Torinese, e i familiari non avevano sue notizie da qualche giorno. Viene descritto come una persona fragile, con problemi di tossicodipendenza. Secondo il Corriere della Sera del 27 settembre, sarebbe stato lui quella sera a consegnare la droga, fermandosi poi a consumarla perché conosceva la professoressa.

Nella casa si trovavano Christian Matheus De Oliveira Morando, 26 anni, indagato e in custodia cautelare, che ha confessato davanti al gip. Nicole Formichetti, docente di italiano originaria di Rieti e inquilina dell’appartamento, è indagata per i reati sul cadavere, non per omicidio. Keith Simon Domingo Butig, 22 anni, torinese di origine filippina, è indagata con le stesse accuse della Formichetti, con lo stesso contrasto tra soppressione e occultamento.

Come è nato il gruppo

Il racconto dell’indagato ricostruisce anche come i quattro si siano ritrovati insieme. De Oliveira Morando ha riferito di aver incontrato Butig la sera del 20 settembre al parco Sempione, nota piazza di spaccio, e di averle chiesto se conoscesse una donna con cui trascorrere la serata: Butig avrebbe pensato alla Formichetti. Il 26enne, secondo il suo legale, quel giorno ha visto per la prima volta la professoressa e non conosceva nemmeno la vittima, arrivata a festa già iniziata. A un certo punto Colapietro sarebbe uscito per procurarsi altra droga da uno spacciatore, per poi tornare in via Gulli.

La lite per 50 euro e la confessione

Il movente, stando al racconto dell’indagato, sarebbe banale quanto tragico. Il giorno dopo, al risveglio, al 26enne avrebbero detto che la vittima gli aveva sottratto forse 50 euro: ne sarebbe nata una rissa in cui tutti si sono picchiati, e Colapietro sarebbe caduto morendo. Davanti al gip, De Oliveira Morando ha ammesso di aver ucciso Colapietro, sostenendo però di averlo fatto involontariamente.

Negli atti emerge però un dettaglio riferito come racconto, non come causa accertata. Agli investigatori della Squadra mobile, coordinati dalla pm Lea Lamonaca, il giovane avrebbe raccontato di aver stretto il collo del 39enne fino a fargli perdere conoscenza e che la morte sarebbe dipesa da soffocamento, non da coltellate o bastonate, con le lame usate solo in seguito. È la sua versione agli investigatori: l’autopsia non risulta conclusa e il soffocamento non è una causa di morte accertata. La decisione di disfarsi del corpo sarebbe stata condivisa da tutti dopo oltre due ore di tentativi di rianimazione con il massaggio cardiaco.

Lo smembramento e il piano per far sparire il corpo

Quello che accade dopo ha dell’incredibile. Mentre il corpo di Colapietro giaceva a terra sotto una coperta, gli altri avrebbero cucinato i funghi allucinogeni e continuato a fumare crack. «Per riuscire a fare tutto, continuavamo a drogarci», è una delle formule attribuite a De Oliveira. Le testate non riportano la stessa formula: il Corriere del 28 settembre scrive «Per riuscire a fare tutto abbiamo continuato a drogarci». Il piano, secondo l’avvocato, era quello di gettare i resti in un fiume. I poveri resti sono stati trovati dalla polizia nascosti in sacchi neri e secchi, in parte ricoperti di cemento a presa rapida; accanto c’erano anche alcuni coltelli.

Il crollo, l’ex compagna e la chiamata alla polizia

Nei giorni successivi il 26enne comincia a cedere. Martedì invia un audio alla sua ex compagna, giovedì sera i due si incontrano in piazza Rebaudengo, ed è lì che lui le racconta della colluttazione e di quanto accaduto dopo. Poi la madre, che ha dato l’allarme. La donna ha raccontato un dettaglio struggente: il figlio le avrebbe parlato di un “odore di arance”, metafora per dire che in casa c’era un cadavere, legata all’usanza del suo Paese di mettere arance in una bacinella d’acqua per assorbire le esalazioni di un defunto. I resti sono stati trovati dagli inquirenti la sera di giovedì 24 settembre.

Chi è Nicole Formichetti, la “prof insospettabile”

È la figura che più colpisce l’opinione pubblica. Originaria di Rieti, insegna italiano e abitava da circa due anni nell’appartamento di via Gulli. A Rieti la ricordano come una donna partita una decina di anni fa per costruirsi una carriera nella scuola; nel palazzo torinese era la signora del quarto piano, con il suo cane e una vita privata che, secondo i vicini, negli ultimi tempi appariva sempre più difficile da decifrare.

Sul piano professionale, per quest’anno scolastico avrebbe dovuto prendere servizio all’Istituto Tommaso D’Oria di Ciriè, ma non si è mai presentata, giustificando l’assenza con problemi personali. A scuola non risultano precedenti, e viene descritta come una persona molto solitaria e distaccata, riservata anche con i vicini.

Proprio dai vicini arriva un ritratto a tinte più fosche. Una residente racconta di averla vista spesso con una birra in mano a qualsiasi ora, e di persone sempre diverse che si presentavano a casa sua; un’altra parla di un “brutto giro”. C’è anche chi, invece, l’ha sempre e solo vista passeggiare con il cane. Racconti che, come sottolinea la stampa locale, non provano di per sé alcun coinvolgimento nel delitto.

Le parole dell’indagato sulla professoressa

A pesare sulla posizione della docente sono soprattutto le parole dell’indagato, che ha confessato davanti al gip. Intercettato nella sala d’attesa della Squadra mobile mentre parlava con la madre, il 26enne ha usato un paragone con Satana: sono parole sue, e le testate non riportano la stessa formula. Sky TG24 riporta «Quella professoressa è come Satana». La versione secondo cui sarebbe stata lei a dirigere tutte le operazioni, l’unica determinata a trovare un modo per liberarsi del cadavere e tornare alla normalità, è il racconto dell’indagato riportato in ordinanza, non un accertamento del giudice. Una versione che andrà verificata: l’indagato potrebbe aver cercato di ridimensionare le proprie responsabilità indicando la professoressa come vera stratega del dopo-omicidio.

La Formichetti, dal canto suo, tace. I suoi avvocati, Alessandro Bellina e Chiara Romano, hanno spiegato che non era in condizioni di rispondere alle domande del gip e che il suo silenzio non va letto come mancanza di collaborazione. La sua legale l’ha descritta come emotivamente in difficoltà.

Keith Butig, la più giovane

La terza indagata è Keith Simon Domingo Butig, 22 anni, torinese di origine filippina. Secondo alcuni residenti frequentava abitualmente via Gulli 46 ed era stata vista anche di recente insieme all’insegnante. La sua linea difensiva è netta: davanti al giudice ha dichiarato di trovarsi in un’altra stanza e di non essersi accorta di nulla; secondo il suo avvocato, sarebbe uscita a comprare i sacchi dell’immondizia solo perché minacciata da Morando e Formichetti.

I protagonisti della vicenda rinchiusi in carcere

Tutti e tre gli indagati sono in carcere. Domenica 27 settembre il gip Antonio Borretta ha stabilito che devono restare in cella per il pericolo di reiterazione del reato o di inquinamento delle prove.

La difesa del 26enne prepara le prossime mosse. Il suo legale valuterà nei prossimi giorni se chiedere un interrogatorio con il pm o rivolgersi al Riesame per contestare la qualificazione giuridica del fatto. L’avvocato ha infatti ipotizzato che, se la morte è avvenuta durante una colluttazione, l’intenzionalità non sarebbe scontata e il reato potrebbe configurarsi come preterintenzionale.

Intanto si attende la parola della scienza con l’autopsia.

Cos’è la “droga delle scimmie”

Tra le sostanze consumate in via Gulli, una in particolare ha attirato l’attenzione degli inquirenti e dei media: l’MDPHP, nota anche come «monkey dust» o «polvere di scimmia». Il Corriere Salute la descrive come un catinone sintetico e un potente stimolante.

Il Corriere Salute scrive che l’MDPHP può provocare agitazione, paranoia, allucinazioni e gravi complicanze cardiovascolari, e che in Italia il Sistema Nazionale di Allerta Precoce registra la prima intossicazione nel 2018. Il decreto del Ministero della Salute del 29 dicembre 2020, sulla Gazzetta Ufficiale n. 30 del 5 febbraio 2021, parla di casi di intossicazione acuta correlati anche all’MDPHP: le due fonti non danno lo stesso numero, e qui non se ne sceglie uno.

Resta da capire quanto abbia pesato nel delitto. Il Corriere Salute scrive che il dato sperimentale non consente di concludere che l’MDPHP renda automaticamente violento chi lo assume, e che nelle intossicazioni reali è frequente l’assunzione contemporanea di più sostanze. Questo non spiega da solo quanto accaduto in via Gulli. È uno dei tasselli su cui gli investigatori stanno lavorando per ricostruire le ore più buie di questa terribile e macabra vicenda.

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