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Il monumento dedicato a Pier Paolo Pasolini all'Idroscalo di Ostia, luogo dell'omicidio del 1975

Pier Paolo Pasolini, la Procura di Roma apre una nuova indagine: “Ci sono elementi inediti”. La svolta a 51 anni dalla morte

Il fascicolo è affidato alla pm Silvia Santucci dopo l’esposto dell’avvocato Maccioni. I misteri irrisolti dell’Idroscalo e la parabola di Pino Pelosi, unico condannato.

Teresa Pitrola 3 minuti fa

Pubblicato il

A 51 anni esatti da quella notte all’Idroscalo di Ostia, il caso dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini torna sul tavolo della magistratura. La Procura di Roma ha aperto un nuovo fascicolo d’indagine sulla morte dello scrittore, poeta e regista, ucciso tra il 1° e il 2 novembre 1975. Una notizia che arriva proprio nel giorno dell’anniversario e che riaccende i riflettori su uno dei misteri più discussi della storia italiana, un delitto per il quale la verità giudiziaria non ha mai convinto fino in fondo né la famiglia, né gli amici, né buona parte dell’opinione pubblica.

Il fascicolo affidato alla pm Silvia Santucci

Il procedimento è stato affidato al sostituto procuratore Silvia Santucci ed è stato aperto alla luce di un esposto depositato a piazzale Clodio nelle scorse settimane dall’avvocato Stefano Maccioni. Il penalista, che in passato ha assistito Guido Mazzon, uno dei cugini di Pasolini, rappresenta oggi l’Ordine dei giornalisti del Lazio, il regista David Grieco, che di Pasolini fu collaboratore, e lo scrittore Giovanni Giovannetti.

“La nuova istanza presentata nel mese di novembre 2025 e poi integrata nel mese di maggio 2026 si basa su nuovi elementi raccolti da questa difesa”, spiega Maccioni. Il contenuto di questi elementi inediti non è stato reso noto, ma la decisione della Procura di procedere segna un cambio di passo rispetto agli ultimi anni.

L’appello di Maccioni: “Chi sa, parli”

L’avvocato non nasconde l’emozione e la soddisfazione per la scelta dei magistrati romani. “Confidiamo che la Procura della Repubblica di Roma riesca finalmente a fornire quelle risposte che da troppi anni stiamo cercando”, dichiara. E rivolge un appello preciso: “Invitiamo tutte quelle persone che fino ad oggi hanno preferito tacere su ciò che sanno a farsi avanti e parlare”.

Maccioni contesta da anni la ricostruzione giudiziaria che ha attribuito la responsabilità esclusiva del delitto a Giuseppe “Pino” Pelosi. Una versione che, a suo giudizio, sarebbe stata superata nel tempo, “in particolare dai risultati delle prove scientifiche da noi richieste”.

Diciassette anni di istanze respinte

La strada che ha portato alla nuova indagine è stata lunga e accidentata. Maccioni aveva presentato una prima richiesta di riapertura già nel marzo 2009: quell’istanza portò a nuovi accertamenti, condotti anche dal Ris dei Carabinieri, che sui reperti individuarono tracce di Dna non attribuibili né a Pasolini né a Pelosi. L’inchiesta, tuttavia, venne archiviata il 25 maggio 2015.

Seguirono nuovi tentativi, nel 2016 e nel 2023, entrambi respinti. L’ultima istanza, depositata nel marzo 2023, si concentrava proprio sulla necessità di dare un nome ai tre profili genetici isolati. Nel respingerla, la Procura definì gli elementi presentati di natura eterogenea quanto alla tipologia e generica quanto alla portata, in parte riferiti a episodi di contorno o ripetitivi di attività già svolte. Una bocciatura che spinse anche la politica a muoversi, con la proposta di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte dell’intellettuale.

La notte dell’Idroscalo

Per comprendere il peso della nuova indagine bisogna tornare a quella notte del 1975. La sera del 1° novembre Pasolini incontra Pelosi, allora diciassettenne, nei pressi della stazione Termini. Lo porta a cena in una trattoria, poi si dirigono con la sua Alfa Romeo 2000 GT verso il litorale. Nelle prime ore del 2 novembre Pelosi viene fermato dai carabinieri a Ostia mentre guida l’auto dello scrittore. Poche ore dopo, alle 6.30 del mattino, il corpo massacrato di Pasolini viene trovato in uno sterrato dell’Idroscalo, sfigurato dalle percosse e schiacciato dalle ruote della sua stessa vettura.

Pelosi confessa quasi subito: racconta di una lite scoppiata per una richiesta sessuale che non voleva soddisfare, di essersi difeso, di aver colpito l’uomo con un bastone e poi di essere fuggito in auto, investendolo senza accorgersene. Una versione che diventerà la base della verità processuale.

Gli interrogativi ancora aperti

Sono molti, a distanza di mezzo secolo, i punti che non tornano. Il primo riguarda la dinamica dell’aggressione. Pasolini era un uomo di 53 anni, atletico e abituato allo sport; Pelosi un ragazzo minuto. Eppure il corpo dello scrittore presentava ferite compatibili con un pestaggio prolungato e violentissimo, mentre il giovane fu fermato con abiti quasi privi di macchie di sangue e senza lesioni significative. Già la sentenza di primo grado del Tribunale per i minorenni parlò di omicidio commesso “in concorso con ignoti”, formula poi cancellata in appello.

Il secondo nodo è quello delle tracce genetiche. I tre Dna individuati dal Ris sugli indumenti e sui reperti indicano che altre persone entrarono in contatto con la vittima quella notte. Chi erano? E perché non sono mai stati identificati?

C’è poi la questione delle indagini iniziali, segnate da gravi carenze: la scena del crimine non venne preservata, curiosi e ragazzi calpestarono l’area per ore, alcuni reperti non furono analizzati con la dovuta attenzione e l’auto di Pasolini restò esposta alle intemperie. Molte testimonianze raccolte negli anni successivi parlano della presenza di altre vetture e di altre persone all’Idroscalo, e persino di una seconda auto simile a quella dello scrittore.

Restano aperti soprattutto gli interrogativi sul movente. Una delle piste più battute porta al furto delle pizze – cioè delle bobine – di alcune scene di “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, avvenuto nell’estate del 1975: secondo diverse ricostruzioni, a partire da quella dell’amico e collaboratore Sergio Citti, Pasolini quella notte sarebbe andato a Ostia proprio per recuperarle, cadendo in una trappola. Un’altra ipotesi collega il delitto al romanzo incompiuto “Petrolio”, al quale lo scrittore stava lavorando e in cui affrontava i rapporti tra potere politico, economico ed energetico, dall’Eni a Eugenio Cefis, fino alla morte di Enrico Mattei. Un capitolo del manoscritto, intitolato “Lampi sull’Eni”, risulta ancora oggi mancante. C’è infine la pista politica, legata agli ambienti dell’estrema destra romana, alimentata dalle ultime dichiarazioni dello stesso Pelosi. Senza dimenticare la richiesta, avanzata più volte dai legali, di acquisire il fascicolo su Pasolini custodito negli archivi dei servizi di sicurezza.

Pino Pelosi, una vita all’ombra di quella notte

Al centro di tutte queste domande resta la figura di Giuseppe Pelosi, detto “Pino la Rana”, l’unico condannato in via definitiva per l’omicidio. Nato a Roma il 22 giugno 1958, era cresciuto nel quartiere di Setteville di Guidonia, alla periferia della Capitale. Era noto alle forze dell’ordine come un “ragazzo di vita”, che campava di espedienti, piccoli furti e prostituzione: proprio il mondo delle borgate che Pasolini aveva raccontato nei suoi romanzi e nei suoi film. Il soprannome gli venne affibbiato dalla stampa durante il processo, per via dei suoi occhi sporgenti.

Il processo di primo grado davanti al Tribunale per i minorenni si concluse nell’aprile del 1976 con una condanna a 9 anni, 7 mesi e 10 giorni per omicidio volontario. In appello caddero le accuse di atti osceni e furto e, soprattutto, venne eliminato il riferimento al concorso con ignoti: Pelosi divenne così l’unico autore del delitto. La Cassazione rese definitiva la sentenza il 26 aprile 1979.

Uscito dal carcere a metà degli anni Ottanta, Pelosi non riuscì a lasciarsi alle spalle la vita di strada: continuò a commettere reati, per lo più rapine, fino al 2000, alternando periodi di libertà a nuove detenzioni. Per decenni mantenne la sua versione dei fatti, finché nel 2005, trent’anni dopo il delitto, decise di ritrattare davanti alle telecamere di Franca Leosini, nel programma “Ombre sul giallo”. “Sono innocente, non sono io l’assassino di Pier Paolo Pasolini”, dichiarò. Raccontò che quella notte erano arrivate altre persone che avevano aggredito lo scrittore insultandolo come “sporco comunista”, e che lui aveva taciuto per anni perché minacciato di ritorsioni contro la sua famiglia. Le sue rivelazioni portarono a una breve riapertura del caso, presto archiviata.

Negli anni successivi Pelosi tornò più volte sulla vicenda, aggiungendo dettagli e nomi, tra cui quelli di due fratelli legati agli ambienti neofascisti romani, nel frattempo deceduti, e arrivando a pubblicare anche un libro sulla sua verità. Ma le sue versioni, spesso contraddittorie e mutate nel tempo, non hanno mai offerto un quadro definitivo: per molti era un uomo che mentiva per paura, per interesse o per abitudine, per altri il custode di un segreto troppo grande per lui.

Pino Pelosi è morto il 20 luglio 2017, a 59 anni, al Policlinico Gemelli di Roma, dopo una lunga malattia oncologica. Commentando la sua scomparsa, l’avvocato storico della famiglia Pasolini, Nino Marazzita, osservò che Pelosi non aveva mai voluto contribuire alla ricerca della verità e che si era portato il suo segreto nella tomba. Oggi, con la nuova indagine della Procura di Roma, la speranza è che quel segreto possa essere svelato da chi, quella notte all’Idroscalo, c’era davvero ma ha scelto di tacere per oltre cinquant’anni.

Domande frequenti

Perché la Procura di Roma ha riaperto le indagini sull’omicidio Pasolini?

Sulla base di un esposto dell’avvocato Stefano Maccioni, presentato a novembre 2025 e integrato a maggio 2026, che contiene nuovi elementi raccolti dalla difesa.

Chi coordina la nuova indagine?

Il fascicolo è stato affidato alla pubblico ministero Silvia Santucci.

Chi è stato condannato per l’omicidio di Pasolini?

Giuseppe “Pino” Pelosi, condannato in via definitiva nel 1979 a 9 anni e 7 mesi come unico autore del delitto.

Quali sono i principali interrogativi ancora aperti?

La presenza di altre persone sulla scena, i tre Dna mai identificati, le carenze delle prime indagini e il movente, tra le pizze rubate di “Salò” e il romanzo “Petrolio”.

Quando è morto Pino Pelosi?

Il 20 luglio 2017, a 59 anni, al Policlinico Gemelli di Roma, dopo una lunga malattia.

Letto su cosedellaltromondo.it — https://www.cosedellaltromondo.it/omicidio-pasolini-nuova-indagine-procura-roma/

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Teresa Pitrola è una firma della redazione di Cose dell'Altro Mondo. Firma contenuti di ogni genere per il magazine.