Pubblicato il
Gli studi indipendenti più citati non hanno trovato prove che le app dello smartphone ascoltino di nascosto le conversazioni per scegliere la pubblicità. Nel 2018 un gruppo della Northeastern University ha analizzato 17.260 app Android e non ha trovato nessuna app che inviasse audio all’esterno. Questo però non esclude del tutto l’ipotesi, e il caso di una società di marketing americana lo ha riaperto. Intanto l’annuncio “telepatico” ha spiegazioni meno cinematografiche, e meglio documentate.
In questo articolo
Il telefono ci ascolta? Cosa hanno trovato i ricercatori
Lo studio si chiama Panoptispy ed è stato pubblicato nel 2018 su Proceedings on Privacy Enhancing Technologies. Elleen Pan, Jingjing Ren, Christo Wilson e David Choffnes (Northeastern University) e Martina Lindorfer (University of California, Santa Barbara) hanno messo sotto osservazione oltre 9.100 app, scelte soprattutto tra quelle che chiedono il permesso di usare microfono o fotocamera. Ne hanno registrato il traffico di rete in automatico. Il risultato sull’audio è netto: «nessuna app sembrava inviare audio all’esterno nei nostri test».
Gli autori indicano anche un limite. Un’app potrebbe trasformare la registrazione in un altro formato, per esempio una trascrizione in testo, che il loro sistema non avrebbe riconosciuto.
La scoperta più inquietante riguardava un altro sensore. Alcune librerie di terze parti registravano screenshot e video dello schermo e li caricavano online, senza avvisare l’utente e senza chiedere permessi. Uno dei casi descritti è l’app di consegne GoPuff, che inviava la registrazione delle sessioni a un servizio di analisi esterno.
Il microfono acceso consuma batteria e dati: il test
Nel 2019 la società di sicurezza Wandera ha provato un’altra strada: un esperimento con quattro telefoni. Due iPhone e due Samsung Galaxy, con Facebook, Instagram, Chrome, Snapchat, YouTube e Amazon installate e tutti i permessi concessi. Una coppia è rimasta in una stanza silenziosa. L’altra, per tre giorni, ha “ascoltato” mezz’ora di pubblicità di cibo per animali.
Alla fine il consumo di dati e di batteria non era cambiato in modo apprezzabile. E sui telefoni non è comparso nessun annuncio sul cibo per animali. Secondo James Mack di Wandera, i dati indicano che «la registrazione continua delle conversazioni e il loro caricamento sul cloud non sta avvenendo in nessuna delle app testate».
È lo stesso argomento usato da Meta. Nel 2016 Facebook aveva smentito pubblicamente l’uso del microfono: «Facebook non usa in alcun modo l’audio del microfono per orientare la pubblicità o le storie del News Feed». Nel 2025 lo ha ripetuto in un video il capo di Instagram, Adam Mosseri: «Non ti ascoltiamo. Non usiamo il microfono del telefono per origliarti». E ha aggiunto: «Se lo facessimo, la batteria si scaricherebbe e vedresti accendersi l’indicatore del microfono».
Su quest’ultimo punto c’è un riscontro tecnico. Dalla versione 12 di Android, un’ icona nella barra di stato segnala ogni app che sta usando microfono o fotocamera. Toccandola si vede quale app è.
Allora perché vedo la pubblicità di cosa ho appena detto?
La risposta più solida sta in un rapporto della Federal Trade Commission, l’autorità americana per la tutela dei consumatori. Lo ha dedicato al tracciamento tra dispositivi (cross-device tracking) già nel 2017. Il rapporto descrive due metodi:
- deterministico: telefono, tablet e computer vengono collegati alla stessa persona perché usano lo stesso account. Una ricerca di jeans sul computer può così influenzare gli annunci nell’app sul telefono;
- probabilistico: anche senza login, un algoritmo deduce chi sta usando un dispositivo. Gli indizi sono l’indirizzo IP, che i dispositivi sulla stessa rete spesso condividono, la posizione e le combinazioni insolite di siti visitati.
Il secondo metodo è quello che sembra telepatia. Secondo l’FTC, spesso avviene senza che le persone ne sappiano nulla.
Mosseri ha indicato anche un altro fattore. Gli algoritmi pubblicitari tengono conto degli interessi degli amici e delle persone con profili simili. Da qui nasce lo scenario più raccontato: due persone prendono un caffè, una cerca un prodotto e l’altra, poco dopo, ne vede la pubblicità. Nessuna delle fonti consultate descrive esattamente questo caso. I meccanismi documentati, però, cioè la rete condivisa, la posizione e i legami tra profili, bastano a renderlo possibile senza nessun microfono.
Cosa sanno le piattaforme di quello che facciamo fuori
C’è poi tutto quello che le aziende condividono con le piattaforme. A giugno 2026 Meta ha annunciato che userà le informazioni ricevute da altri siti e app, come acquisti o giochi, anche per personalizzare i contenuti del feed e le risposte di Meta AI, oltre che per gli annunci. L’esempio scelto dall’azienda: chi compra una tenda online potrebbe vedere più Reel sul campeggio. Meta precisa di non raccogliere dati nuovi. Il controllo si chiama ora «Activity from other businesses».
Infine c’è la spiegazione più semplice, quella psicologica. Il linguista Arnold Zwicky l’ha chiamata illusione di frequenza: quando un argomento ci colpisce, cominciamo a notarlo ovunque.
Il caso Active Listening e le cause su Siri e Google Assistant
Dire che nessuno ha mai pensato di ascoltarci, però, sarebbe falso. Nel 2024 è circolato un documento commerciale di Cox Media Group, gruppo media americano. Prometteva agli inserzionisti un servizio chiamato « Active Listening », che avrebbe dovuto usare i microfoni dei dispositivi per raccogliere intenzioni d’acquisto in tempo reale. Le tariffe andavano da 100 a 200 dollari al giorno. Il documento citava Google, Meta e Amazon come partner. Dopo la diffusione, Google ha escluso Cox Media Group dal suo programma partner e il piano risulta abbandonato. Non sono emerse prove che la tecnica abbia mai funzionato.
Gli assistenti vocali sono un capitolo diverso, perché il microfono lo usano davvero. Apple ha accettato di pagare 95 milioni di dollari per chiudere una class action negli Stati Uniti. L’accusa: Siri si attivava per errore e registrava conversazioni private, che secondo i querelanti finivano anche agli inserzionisti. Secondo MacRumors, l’azienda ha scelto l’accordo per evitare altri contenziosi. Nel comunicato diffuso dopo l’accordo ha ribadito che «i dati di Siri non sono mai stati usati per creare profili di marketing».
Nel gennaio 2026 anche Google ha accettato di pagare 68 milioni di dollari per una causa simile su Google Assistant, che si attivava scambiando altre parole per «Hey Google». L’azienda nega ogni illecito. A gennaio l’accordo doveva ancora essere approvato dalla giudice federale di San Jose.
Le chat con l’intelligenza artificiale e la pubblicità
L’ultimo sviluppo riguarda proprio la voce. Meta aveva annunciato che dal 16 dicembre 2025 avrebbe usato le conversazioni con Meta AI, scritte o a voce, per personalizzare contenuti e annunci, come ha riportato Reuters. Secondo l’agenzia, non è previsto un modo per rinunciare. Meta dice che esclude dalla pubblicità temi come religione, orientamento sessuale, politica e salute. La differenza con la leggenda è che qui l’utente parla consapevolmente con un assistente, non viene intercettato.
Per chi vive in Italia c’è un dettaglio: al momento dell’annuncio l’Unione europea, insieme al Regno Unito e alla Corea del Sud, era esclusa dalla novità.
Letto su cosedellaltromondo.it — https://www.cosedellaltromondo.it/telefono-ci-ascolta-pubblicita-microfono-cosa-dicono-studi/

Leonidi 2026: quando vedere le stelle cadenti di novembre
Freddo e invecchiamento: la molecola dei muscoli scoperta su Nature
Un nuovo pianeta nano oltre Plutone? Cosa sappiamo di 2026 ED138 (e cosa ancora no)
Camogli, ritrovate le anfore della “nave fantasma” romana segnalata nel 1959 e poi perduta
Cellule ringiovanite di 60 anni: lo studio di Bonn su Aging Cell
Il Giappone parte per Phobos: la sonda MMX che può svelare da dove vengono le lune di Marte