Domenica 26 aprile, al largo di Gallipoli, un esemplare adulto di squalo mako ha urtato il bordo di un motoscafo impegnato in una battuta di pesca. A bordo si trovavano due diportisti. Giuseppe Zacà, il pescatore che ha ripreso la scena, ha descritto l’impatto sui social con queste parole: “Un tonfo secco, seguito da una vibrazione che ci è salita dalle scarpe fino alla testa. La prua ha sobbalzato e il motore ha fatto un rumore metallico”. Il video ha superato 50mila visualizzazioni in poche ore. I titoli dei principali media italiani hanno parlato di “attacco”. La scienza racconta qualcosa di diverso.
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Lo squalo non stava attaccando: cosa dicono gli esperti
Il biologo marino Andrea Spinelli chiarisce che parlare di “attacco” è scorretto e alimenta una psicosi ingiustificata verso una creatura che ha semplicemente assecondato la propria natura senza alcun intento aggressivo verso l’uomo.
Il comportamento osservato rientra in una dinamica ben documentata. Gli squali possiedono le ampolle di Lorenzini, organi sensoriali che permettono di percepire i campi elettromagnetici emessi da organismi viventi e oggetti in acqua. Questo li porta inevitabilmente ad avvicinarsi a fonti di interesse, come una barca con attività di pesca in corso. Il rumore del motore, il colore dello scafo, le esche in acqua: tutti stimoli che, per un predatore pelagico dotato di sensi raffinati, equivalgono a un invito all’esplorazione.
L’animale presentava inoltre una vistosa ferita tra la pinna dorsale e la coda. Dolore e stress, secondo gli esperti, possono alterare significativamente il comportamento di uno squalo, rendendolo meno prevedibile nel gestire la distanza da fonti di disturbo.
Chi è davvero lo squalo mako
Il nome scientifico è Isurus oxyrinchus. È una delle poche specie di squalo in grado di effettuare il breaching, ovvero di saltare fuori dall’acqua anche oltre la propria lunghezza corporea: il mako può elevarsi fino a 7 metri dalla superficie. Arriva a nuotare a velocità che alcuni studi stimano intorno ai 70 km/h, il che lo rende il più rapido tra gli squali.
Un adulto misura in media tra i 2,5 e i 3,5 metri di lunghezza, ma gli esemplari più grandi, generalmente le femmine, possono raggiungere e superare i 4 metri, con un peso fino a 500 kg. Il corpo è affusolato, la dentatura visivamente impressionante tanto da essere stata usata nelle locandine del film “Lo squalo” al posto dei denti del grande bianco.
È una specie pelagica: vive prevalentemente in mare aperto, lontano dalle coste, e segue le prede seguendo correnti e temperatura dell’acqua. La sua dieta comprende pesce spada, tonni, calamari di grandi dimensioni e, negli esemplari adulti, altri squali.
Nel Mediterraneo è in pericolo critico di estinzione
Il paradosso del caso Gallipoli è questo: mentre i media costruivano la narrativa del predatore che “attacca”, la realtà biologica è speculare. La IUCN classifica il mako pinna corta come “In Pericolo” (Endangered) a livello globale e come “In Pericolo Critico” (Critically Endangered) nel Mediterraneo, categoria immediatamente precedente all’estinzione. Si stima un declino mediano del 46,6% della popolazione nell’arco di tre generazioni, con la più alta probabilità di riduzione compresa tra il 50 e il 79%.
È incluso nell’Appendice II della CITES, che ne regola il commercio internazionale. La pesca commerciale, sia diretta che accidentale (il cosiddetto bycatch, quando l’animale finisce nelle reti destinate ad altre specie), ha decimato le sue popolazioni in tutto il Mediterraneo nell’arco di pochi decenni.
Negli ultimi anni, ricercatori italiani hanno marcato per la prima volta nel Mediterraneo una giovane femmina di mako con un dispositivo satellitare, per seguirne gli spostamenti e raccogliere dati utili alla conservazione della specie.
Non è un evento eccezionale: il mako è nel Mediterraneo
La presenza del mako nelle acque italiane è documentata con una certa regolarità: avvistamenti recenti arrivano dal Salento (Porto Cesareo, 2025), dalla Sicilia, dal Cilento, dalla Toscana, dalla Calabria. Già nell’agosto 2025 un altro esemplare di mako, più piccolo, era stato segnalato nelle acque di Porto Cesareo, sempre nel Salento.
Quello che è cambiato negli ultimi anni non è la frequenza degli avvistamenti in sé, ma la capacità di documentarli. Ogni barca ha uno smartphone. Ogni video diventa virale. Questi avvistamenti non indicano un aumento anomalo della specie, ma piuttosto una maggiore attenzione e possibilità di documentare la presenza degli squali in mare.
Nella stessa giornata del 26 aprile, una verdesca è stata avvistata nelle acque di Porto Badino, a Terracina, a pochi metri dal bagnasciuga. Doppio avvistamento, doppio allarme social, stessa spiegazione di fondo: gli squali ci sono sempre stati, semplicemente adesso li vediamo.
C’è davvero da aver paura?
Gli attacchi di squalo nelle acque italiane sono eventi estremamente rari. L’ultimo attacco mortale documentato in Italia risale al 2 febbraio 1989, nel Golfo di Baratti in Toscana. Da allora non ci sono stati decessi.
Nel Mediterraneo vivono circa cinquanta specie di squali, circa il 7-10% di tutte le specie censite nel globo. La quasi totalità non rappresenta un rischio reale per l’uomo. Il mako, pur essendo classificato tra i potenzialmente pericolosi, non ha comportamenti predatori nei confronti delle imbarcazioni. Gli incontri con l’uomo sono rari e solitamente legati a situazioni di curiosità o disturbo.
Il video di Giuseppe Zacà resta un documento eccezionale. Lo squalo che si vede in quelle immagini è un animale ferito, probabilmente confuso, che esplora qualcosa di sconosciuto prima di sparire. Il predatore della storia, alla fine, non è lui.
Il mako è lo squalo più pericoloso del Mediterraneo?
È classificato tra i potenzialmente pericolosi per l’uomo, insieme al grande bianco e allo squalo tigre. Ma gli attacchi documentati nel Mediterraneo sono storicamente rari. L’ultimo episodio mortale in Italia risale al 1989. La velocità e la dentatura impressionante alimentano la reputazione, ma i comportamenti aggressivi verso l’uomo sono eventi eccezionali legati a situazioni di disturbo.
Perché lo squalo mako si avvicina alle barche?
Lo squalo mako, come tutti i selaci, usa le ampolle di Lorenzini per percepire campi elettromagnetici. I rumori dei motori, il movimento dello scafo e la presenza di pesce pescato generano stimoli che lo portano ad avvicinarsi per esplorazione. Non si tratta di comportamento predatorio verso l’imbarcazione, ma di curiosità sensoriale.
Lo squalo mako vive stabilmente nel Mediterraneo?
Sì. È una specie pelagica presente in tutto il Mediterraneo, anche se non è tra le più comuni. Avvistamenti regolari si registrano lungo le coste italiane, spagnole, francesi e greche. La sua presenza non è un’anomalia stagionale, ma fa parte della fauna marina del bacino.
Cosa si fa se si avvista uno squalo in mare?
La Guardia Costiera italiana non fornisce protocolli specifici di allarme per gli squali, poiché gli episodi di contatto sono rari. Il comportamento raccomandato è mantenere la calma, non tentare di interagire con l’animale, uscire dall’acqua senza movimenti bruschi e segnalare l’avvistamento alle autorità marittime locali.
Il riscaldamento del mare sta portando più squali sulle coste italiane?
È una variabile studiata. Il cambiamento delle temperature influenza la distribuzione delle prede e può modificare le rotte di alcuni predatori pelagici. Tuttavia, l’aumento percepito degli avvistamenti dipende anche e soprattutto dalla diffusione degli smartphone e dalla capacità di documentare e condividere in tempo reale fenomeni che prima non venivano registrati.
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