Da bottiglia di plastica a biscotto proteico: il cibo per astronauti che la NASA vuole portare nello spazio
Tra le cose che nessuno si aspetterebbe di trovare nella lista degli ingredienti di un biscotto, la plastica è probabilmente al primo posto. Eppure un gruppo di ricercatori ha deciso di sfidare proprio questo tabù. Il team ha programmato dei lieviti per trasformare plastica e scarti agricoli in proteine e molecole aromatiche commestibili, ottenendo un dolcetto dalla spazzatura. L’obiettivo non è stupire, ma risolvere due problemi insieme. Secondo i ricercatori, la tecnologia è un nuovo modo di riciclare e potrebbe servire anche a garantire cibo nelle zone colpite da disastri o nelle missioni spaziali con equipaggio.
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Chi c’è dietro l’esperimento
Il progetto nasce alla Southern Illinois University (SIU) di Carbondale, nell’ambito di un programma guidato dalla NASA per produrre cibo nelle condizioni di scarsità delle missioni nello spazio. Le radici risalgono al Deep Space Food Challenge della NASA, una competizione durata dal 2021 al 2024 e organizzata insieme all’Agenzia spaziale canadese. La ricerca è stata finanziata dallo stesso Deep Space Food Challenge e da una borsa CAREER della National Science Foundation.
A guidare il lavoro è il professore associato Lahiru Jayakody, insieme alla dottoranda Sandhya Jayasekara. L’idea, racconta Jayakody, è nata quasi per logica chimica. Il gruppo lavorava già sul riciclo della plastica per ricavarne prodotti di valore, poi la domanda: perché non il cibo? In fondo, spiega, sia la plastica sia il cibo sono fatti di carbonio.
I risultati dello studio sono stati presentati al congresso autunnale dell’American Chemical Society, l’ACS Fall 2026, che si è tenuto a Chicago dal 23 al 27 agosto, all’interno di un simposio sulla ricerca in biochimica di studenti e dottorandi.
Come si trasforma una bottiglia in cibo
Il punto di partenza è il PET, il polietilene tereftalato delle comuni bottiglie di acqua e bibite. Il PET contiene molecole ricche di carbonio che si possono spezzare e ricostruire in composti utili, compresi quelli che alla fine diventano proteine.
È importante chiarirlo subito: nessuno mette pezzi di plastica nell’impasto dei biscotti. I ricercatori prima scompongono i rifiuti in componenti chimici più piccoli, che i microbi possono “mangiare”. Per farlo usano acqua e ossigeno ad alta temperatura e pressione, trattando così il PET, gli steli di mais, le foglie e altre biomasse vegetali. A quel punto entrano in scena i lieviti. Il team avrebbe potuto usare reazioni chimiche e solventi di laboratorio, ma ha scelto i microrganismi, capaci di svolgere naturalmente processi biochimici complessi. «I microbi sono molto intelligenti», sintetizza Jayakody.
Proteine, vaniglia e perfino vitamina A
Tra i lieviti modificati c’è anche il comune lievito di birra, programmato per trasformare le molecole ottenute in proteine, grassi e acidi. Qualche ceppo ha una specializzazione in più. Uno produce aroma di vaniglia partendo dalle biomasse vegetali. Un altro usa il glicole etilenico ricavato dal PET per produrre beta-carotene, che il corpo umano converte in vitamina A.
Nell’ultima fase del lavoro il team ha puntato su gusto e aspetto, migliorando sapore, aroma e colore con ingredienti naturali prodotti da ceppi di lievito sicuri per l’alimentazione, tra cui il Saccharomyces boulardii.
Nasce µBites, il biscotto stampato in 3D
Gli ingredienti prodotti dai lieviti vengono mescolati con fibre, amido e dolcificante e poi passati in una stampante 3D, che li modella in piccoli dischi simili a biscotti. Il nome del prototipo è µBites, da pronunciare “microbites”: un biscotto proteico che non ha nulla di spaziale nell’aspetto, ma molto nella sua storia.
Qualcuno li ha già assaggiati?
Qui arriva la parte più curiosa. Nonostante i titoli sui “biscotti di plastica commestibili”, i ricercatori non li hanno ancora mangiati. Secondo il team i dati disponibili indicano che i biscotti sono sicuri, ma i test di assaggio formali non sono ancora iniziati. Per ora alcune persone li hanno solo annusati, e la maggior parte ha detto che li mangerebbe in caso di scarsità di cibo. Non è esattamente una recensione stellata, ma per un alimento che fino a poco prima era una bottiglia vuota è già un traguardo.
Il problema reale: rifiuti a terra, dispense vuote in orbita
Dietro l’effetto sorpresa c’è una questione seria. Nello spazio profondo gli astronauti non potranno contare su rifornimenti continui dalla Terra, e lo stesso vale durante le emergenze alimentari. Un sistema che trasforma i rifiuti di bordo in cibo chiuderebbe il cerchio delle risorse. Sulla Terra, invece, il contesto è quello di miliardi di persone che nel 2025 hanno sofferto la fame o non potevano permettersi una dieta sana. Secondo i ricercatori, µBites potrebbe affrontare insieme la carenza di cibo e l’inquinamento da plastica.
I prossimi passi
La ricetta è ancora in lavorazione. Il gruppo vuole che siano i microbi a produrre sempre più ingredienti, invece di aggiungere amido e fibre separatamente. Resta la domanda che ognuno si farà davanti al primo µBite: se il biscotto è sicuro, nutriente e profuma di vaniglia, conta davvero che sia nato da una bottiglia? Per avere risposta occorrerà aspettare il primo assaggio ufficiale.
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