Sembra una trovata da film comico, eppure è documentata: nel marzo 1960 la Royal Air Force britannica lanciò con il paracadute dei gatti sul villaggio di Bario, nel Sarawak, allora colonia britannica sull’isola del Borneo e oggi parte della Malaysia. I gatti viaggiavano chiusi in casse agganciate ai paracadute. L’episodio, passato alla storia come “Operation Cat Drop”, è diventato uno degli esempi più citati di come un intervento umano sulla natura possa innescare conseguenze a catena impreviste.
Una precisazione sulla data: il lancio avvenne effettivamente nel 1960, mentre la campagna antimalarica che lo precedette si svolse negli anni Cinquanta. Nel tempo la vicenda si è arricchita di dettagli inventati, al punto da trasformarsi in una piccola leggenda moderna. Vale la pena separare i fatti dall’aneddoto.
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All’origine di tutto c’è la guerra alla malaria
Il punto di partenza è una decisione presa a livello mondiale. Nel maggio 1955, all’ VIII Assemblea mondiale della sanità di Città del Messico, i responsabili sanitari di tutto il mondo concordarono di lanciare un programma di eradicazione della malaria. In Borneo la malattia era diffusissima, e tra il 1952 e il 1955 l’Organizzazione mondiale della sanità aveva già avviato le prime irrorazioni di DDT contro le zanzare. Nel Sarawak l’intervento prese la forma del Sarawak Anti-Malaria Project, condotto dall’amministrazione coloniale insieme all’OMS e documentato dai suoi stessi responsabili sul Sarawak Museum Journal.
Il metodo era semplice ed economico: spruzzare DDT all’interno delle grandi case lunghe dal tetto di paglia, che potevano ospitare fino a cento famiglie, in modo che ogni zanzara posata su una parete morisse prima di poter trasmettere la malattia. Contro le zanzare funzionò. Quello che nessuno aveva previsto erano gli effetti sul resto dell’ecosistema.
L’effetto domino: vespe, bruchi, gechi e gatti
Secondo la versione più diffusa della storia, il DDT uccise anche le vespe che tenevano sotto controllo i bruchi che si nutrono di paglia. Senza predatori, i bruchi si moltiplicarono e cominciarono a divorare i tetti delle abitazioni, che in alcuni casi crollarono. Il veleno risalì poi la catena alimentare: gechi e lucertole mangiavano insetti contaminati, e i gatti mangiavano i gechi.
I gatti, però, potevano avvelenarsi anche in modo più diretto. Si puliscono il pelo in continuazione, e strofinandosi contro pareti trattate finivano per ingerire il DDT leccandosi. L’insetticida colpisce il sistema nervoso di chi lo assume, e la popolazione felina dei villaggi crollò. Senza più il loro principale nemico, i ratti si moltiplicarono, minacciando i raccolti e facendo temere epidemie di tifo e peste.
Va detto che gli storici invitano alla prudenza su alcuni anelli di questa catena. L’ipotesi che i gatti siano morti per bioaccumulo, cioè mangiando animali contaminati, non è mai stata confermata: potrebbero essersi avvelenati semplicemente per contatto con il DDT spruzzato nelle case. Casi simili di gatti morti dopo le irrorazioni, con successivi aumenti dei roditori, sono stati segnalati anche in Thailandia e Bolivia. In Messico, negli anni Settanta, gli addetti alle disinfestazioni con il DDT venivano addirittura soprannominati “los matagatos”, gli ammazzagatti.
Il lancio dei gatti: cosa accadde davvero a Bario
Per salvare i raccolti bisognava riportare i gatti nei villaggi, e Bario, sugli altopiani dei Kelabit, era raggiungibile in pratica solo per via aerea. Il 9 marzo 1960 il quotidiano di Singapore The Straits Times pubblicò un annuncio in cui si cercavano trenta “gatti volanti” per mettere in fuga i ratti. Secondo le ricostruzioni ne furono raccolti 23, forniti dagli abitanti di Kuching, la capitale del Sarawak soprannominata “città dei gatti”.
I dettagli del volo emergono dal registro delle operazioni del 48° Squadrone della RAF per il marzo 1960, recuperato dall’ Air Historical Branch. Il velivolo era un Blackburn Beverley, un grande aereo da trasporto progettato per lanciare truppe o rifornimenti con il paracadute dal portellone posteriore, pilotato dal Flying Officer Nimmo. Il carico comprendeva oltre tre tonnellate di materiali, tra cui un rullo compattatore da circa 360 chili, sementi e perfino quattro cartoni di birra scura destinati a un capo villaggio convalescente. E poi, annotati nel registro, più di venti gatti “per fare la guerra ai ratti”. Gli animali viaggiavano in cesti di vimini appositamente realizzati, agganciati ai paracadute.
Chi prese la decisione di intervenire con i gatti
Non esiste un singolo responsabile, ma una catena di decisioni. La scelta di combattere la malaria con il DDT fu presa dall’OMS nell’ambito del programma mondiale di eradicazione, e applicata nel Sarawak dall’amministrazione coloniale britannica. Il lancio dei gatti fu invece una risposta locale a un’emergenza: la richiesta partì dal territorio, fu rilanciata con l’appello sui giornali di Singapore ed eseguita dalla RAF, che in quegli anni riforniva abitualmente per via aerea le zone isolate del Borneo. Nel 1954, per esempio, la RAF aveva già paracadutato scorte di DDT per la stessa campagna antimalarica.
Una figura chiave per la memoria di questa storia è Tom Harrisson, esploratore, antropologo e curatore del Sarawak Museum, profondo conoscitore di Bario e degli altopiani dei Kelabit. Fu lui a raccontare la vicenda nel libro “World Within: A Borneo Story”, pubblicato nel 1959, e il suo resoconto è considerato l’origine della versione che poi ha fatto il giro del mondo.
Missione compiuta, ma con molte ombre
Nell’immediato l’operazione fu considerata un successo, e così la descrissero i giornali dell’epoca. Dopo aver ricevuto il carico, da Bario arrivò alla RAF un messaggio di ringraziamento per l’aviazione, per chi aveva donato i gatti e per chi aveva intrecciato i cesti, con una rassicurazione finale: «All cats safe and much appreciated», tutti i gatti sono arrivati sani e salvi e sono molto graditi. Non esistono però dati precisi sull’effettiva riduzione dei ratti nei mesi successivi.
Il risultato più duraturo fu un altro. La storia divenne un argomento potente nel dibattito sul DDT. Lo studioso Patrick O’Shaughnessy, dell’Università dello Iowa, in un articolo pubblicato nel 2008 sull’ American Journal of Public Health, ha ricostruito come la vicenda dei gatti paracadutati abbia influenzato la decisione di vietare le irrorazioni di DDT, insieme alle prove sul suo impatto sugli uccelli rapaci. Già nel 1962 un articolo del New York Times firmato da Homer Bigart collegava il DDT americano alla morte dei gatti che mangiavano i ratti che distruggevano i raccolti, in un racconto che mescolava ecologia e Guerra fredda.
Come nasce una leggenda: i 14mila gatti che non sono mai esistiti
Con il passare degli anni la storia si è gonfiata. I giornali dell’epoca parlano soltanto di 23 gatti, mentre alcuni resoconti successivi, poco affidabili, sostengono che ne furono lanciati addirittura 14mila: una cifra considerata oggi fantasiosa. O’Shaughnessy ha censito le varianti più comuni: la peste e il tifo che sarebbero davvero scoppiati, il coinvolgimento degli Stati Uniti, il DDT spruzzato dagli aerei, i 14mila gatti. Secondo lo studioso, questa varietà di versioni è tipica della nascita di un mito moderno: un racconto con un nucleo di verità, abbellito per enfatizzarne il messaggio.
La lezione ancora attuale
Al di là dei numeri, l’operazione “Cat Drop” resta un caso di scuola. Mostra quanto siano complessi gli ecosistemi e quanto possano essere imprevedibili le conseguenze di interventi che puntano a risolvere un solo problema. Per questo viene citata ancora oggi come esempio di “pensiero sistemico”, l’approccio che invita a considerare le connessioni tra le specie e gli effetti a catena di ogni azione umana. È anche un monito sui rischi della lotta chimica ai parassiti, che contribuì a orientare le politiche ambientali e le restrizioni al DDT adottate in molti Paesi.
La vicenda ha però un’ultima sfumatura, spesso dimenticata. La campagna antimalarica rispondeva a un’emergenza reale, che uccideva e debilitava migliaia di persone. È proprio questo equilibrio tra benefici per la salute e danni ambientali ad alimentare ancora oggi il dibattito: l’OMS ha continuato a considerare l’uso del DDT all’interno delle abitazioni in alcuni contesti di lotta alla malaria. I gatti volanti del Borneo, in fondo, ci ricordano che nessuna soluzione è davvero isolata dal resto del mondo.
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