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Q Day

Il Q-Day: quando l’algoritmo di Shor farà crollare la sicurezza digitale mondiale

Teresa Pitrola 3 settimane fa 0

L’algoritmo di Shor è una procedura di calcolo quantistico ideata per risolvere in tempi rapidissimi un problema che ai computer tradizionali richiede un tempo pressoché infinito: la fattorizzazione di numeri interi molto grandi nei loro fattori primi. Su un computer classico, scomporre un numero di centinaia di cifre nei suoi fattori primi richiederebbe più tempo dell’età dell’universo; un computer quantistico sufficientemente potente, sfruttando i principi della sovrapposizione e dell’interferenza quantistica, potrebbe farlo in poche ore o addirittura minuti. Il punto cruciale è che la sicurezza di sistemi crittografici come RSA — usato per proteggere email, transazioni bancarie, comunicazioni HTTPS — si fonda esattamente sulla difficoltà di questa fattorizzazione. Lo stesso vale, con logica analoga, per la crittografia a curva ellittica (ECC), che protegge Bitcoin, Ethereum, VPN e firme digitali.

Chi lo ha ideato

L’algoritmo porta il nome del matematico statunitense Peter Shor, che lo presentò nel 1994 mentre lavorava ai Bell Laboratories (AT&T). Fu un momento spartiacque per l’informatica teorica: per la prima volta si dimostrava matematicamente che un computer quantistico avrebbe potuto risolvere un problema ritenuto “intrattabile” per qualunque macchina classica, aprendo scenari sia entusiasmanti per la scienza sia allarmanti per la sicurezza digitale globale. Da allora Shor’s algorithm è diventato il riferimento teorico centrale di ogni discussione sulla cosiddetta “minaccia quantistica” alla crittografia.

Perché si parla di catastrofe: cos’è il Q-Day

Il “Q-Day” indica il momento — ancora ipotetico ma sempre meno lontano — in cui un computer quantistico avrà una potenza sufficiente per eseguire concretamente l’algoritmo di Shor contro le chiavi crittografiche oggi in uso, rendendole inutili. Le conseguenze sarebbero enormi: comunicazioni governative, cartelle cliniche, conti bancari, portafogli di criptovalute e infrastrutture critiche si troverebbero improvvisamente prive di protezione. A rendere la minaccia ancora più insidiosa è la strategia nota come “harvest now, decrypt later”: attori ostili possono già oggi intercettare e conservare dati cifrati, in attesa di poterli decifrare non appena un computer quantistico abbastanza potente sarà disponibile. Questo significa che i dati sensibili scambiati oggi sono già, in un certo senso, a rischio futuro.

Le ricerche più recenti: le stime si accorciano drasticamente

Fino a pochi mesi fa il consenso scientifico riteneva che per violare concretamente la crittografia a curva ellittica ECC-256 sarebbero servite decine di milioni di qubit fisici, un traguardo collocato a decenni di distanza. Questo scenario è cambiato rapidamente nella prima metà del 2026. 

Uno studio della startup Oratomic, guidato da Dolev Bluvstein e co-firmato dal fisico teorico John Preskill, ha dimostrato che l’algoritmo di Shor potrebbe essere eseguito con appena 10.000 qubit atomici riconfigurabili, cioè un ordine di grandezza radicalmente inferiore rispetto alle stime precedenti. La notizia ha scosso la comunità della sicurezza informatica: il matematico di Cloudflare Bas Westerbaan ha definito il risultato “uno shock reale”, ammettendo forte preoccupazione in una dichiarazione a Nature del 2 aprile 2026, mentre lo stesso Bluvstein ha dichiarato a TIME, il 7 aprile 2026, che il mondo è “attualmente impreparato” a questo scenario.

Va precisato che questi studi non affermano che la crittografia attuale sia già stata violata: i computer quantistici oggi disponibili, con poche centinaia di qubit fisici in configurazione NISQ, restano lontani dalla scala necessaria. Il messaggio, però, è che la barriera tecnica si sta abbassando molto più rapidamente del previsto.

In parallelo, Google Quantum AI, in collaborazione proprio con Oratomic, ha pubblicato a fine marzo scorso, ricerche che ridimensionano ulteriormente le stime sulle risorse necessarie per violare la crittografia a curva ellittica alla base di Bitcoin e di gran parte delle infrastrutture digitali.

Le grandi aziende tecnologiche hanno reagito accelerando i propri piani. Google ha annunciato di aver anticipato dal 2031 al 2029 la scadenza entro cui i propri sistemi dovranno essere pronti al Q-Day, cioè al momento in cui i computer quantistici potranno violare gli standard di crittografia a chiave pubblica che proteggono comunicazioni governative, bancarie e militari. L’azienda ha dichiarato di sentirsi responsabile di dare l’esempio nella transizione verso la crittografia post-quantistica, un obiettivo condiviso anche da Cloudflare.

Le risposte istituzionali mentre il tempo stringe 

Sul fronte regolatorio, l’Unione Europea ha chiesto di avviare la transizione ai nuovi standard post-quantistici entro la fine del 2026, mentre il Regno Unito ha fissato il 2035 come termine per completarla. Una dichiarazione congiunta di 18 nazioni europee ha richiesto che i casi d’uso ad alto rischio completino la migrazione alla crittografia post-quantistica (PQC) entro il 2030, e il 2026 è stato ufficialmente designato “Anno della Sicurezza Quantistica” da un’iniziativa globale sostenuta da FBI, CISA e altri enti regolatori.

Cosa cambia in pratica

I nuovi standard crittografici post-quantistici funzionano già su computer tradizionali e sono stati integrati nei principali browser, ma la migrazione dei sistemi interni delle organizzazioni richiederà tempi molto più lunghi, anche perché questi algoritmi sono relativamente giovani e necessitano di verifiche continue, spesso affiancati — per cautela — alle protezioni crittografiche esistenti. Il nodo resta quello dei dati già intercettati e “congelati” in attesa del Q-Day: quelli, come ricordano gli esperti, sono già stati raccolti, indipendentemente da quando arriverà davvero il giorno in cui l’algoritmo di Shor diventerà una minaccia reale e non più solo teorica.

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