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Shahed-136, il drone kamikaze iraniano: come funziona, quanto costa e perché è difficile intercettarlo

Cose dell'Altro Mondo 1 mese fa 0

Tre metri e mezzo di lunghezza, un motore a quattro cilindri da 37 kilowatt, quaranta chili di esplosivo nella testa e un sistema di navigazione GPS acquistabile nei negozi di elettronica. Lo Shahed-136 — il drone kamikaze sviluppato dall’Iran e usato massicciamente in Ucraina dal settembre 2022 e nell’attuale Guerra del Golfo Persico — non è un’arma sofisticata. È un’arma economica, producibile in serie e abbastanza difficile da intercettare da avere costretto le principali potenze militari a ripensare le proprie dottrine di difesa aerea. Il suo costo stimato oscilla tra i 20.000 e i 50.000 dollari per unità. Abbatterlo con un missile Patriot costa dai 2 ai 4 milioni di dollari. Questo squilibrio è la ragione per cui, oggi, lo Shahed-136 è considerato da analisti militari tra i sistemi d’arma più destabilizzanti degli ultimi vent’anni.

Come è fatto: struttura, motore e testata

Lo Shahed-136 è una munizione circuitante progettata dall’azienda aeronautica iraniana Shahed e costruita dalla HESA — Iran Aircraft Manufacturing Industries. Pesa circa 200 kg, di cui 40 costituiti dall’esplosivo trasportato, ed è in grado di volare per 2.500 km a una velocità massima di 185 km/h.

La forma è quella di un’ala delta — triangolare, come certe carte di aeroplano dei bambini — con due pinne stabilizzatrici posteriori. La fusoliera a forma di delta può trasportare una testata da 36-40 kg, vola principalmente a bassa quota ed è raramente rilevabile dai radar.

Il motore è uno degli elementi più rivelatori dell’intera architettura. L’unico componente di spinta è il motore due tempi a quattro cilindri MD-550 da 37 kW, di manifattura cinese o iraniana: una probabile copia del tedesco Limbach L550E, ottenuta attraverso reverse engineering. È lo stesso tipo di propulsore che si trova su certi ultraleggeri da diporto. Il risultato è un rumore caratteristico, spesso descritto dai testimoni ucraini come quello di un motorino — riconoscibile, ma non sempre abbastanza in anticipo da consentire l’evacuazione o l’intercettazione.

La bassa firma termica del motore rende il drone praticamente invulnerabile ai missili spalleggiabili MANPADS come lo Stinger, lo Strela o l’Igla. Sistemi pensati per cacciare jet militari con motori ad alta temperatura si trovano di fronte un velivolo lento, piccolo, che vola basso e non emette quasi calore rilevabile.

Come funziona: dal lancio all’impatto

Il meccanismo operativo dello Shahed-136 è volutamente semplice. Prima del lancio vengono inserite le coordinate del bersaglio e il velivolo vola autonomamente fino a raggiungerlo grazie alla navigazione satellitare. Non c’è un pilota in remoto che lo guida in tempo reale: una volta impostate le coordinate, il drone procede da solo. Questa autonomia riduce al minimo le infrastrutture di controllo necessarie e rende il sistema operabile anche da personale con addestramento limitato.

Gli Shahed-136 vengono lanciati con un’inclinazione iniziale di pochi gradi rispetto al suolo; il decollo avviene grazie alla spinta ausiliaria fornita da piccoli razzi che vengono sganciati immediatamente dopo il lancio. La piattaforma di lancio non richiede infrastrutture fisse: i velivoli vengono lanciati da una piattaforma stilizzata come un normale container, e un’installazione può ospitare fino a 5 UAV. In pratica, un camion commerciale può trasportare e far decollare cinque droni senza richiedere alcun aeroporto o rampa specializzata.

È progettato per volare a bassa quota e a bassa velocità, eludendo i radar ottimizzati per individuare minacce più rapide e in alta quota. Questa caratteristica lo rende paradossalmente più difficile da intercettare rispetto a un missile balistico, che viaggia più veloce ma segue traiettorie prevedibili ad alta quota.

Shaded-136 iraniano© cosedellaltromondo.it | CC0 1.0 Universal
Shaded-136 iraniano

La tattica dello sciame: saturare le difese

Secondo analisi militari citate dal Guardian, l’Iran è in grado di produrre centinaia di droni al giorno e di lanciarne molti contemporaneamente, creando quello che i militari chiamano effetto sciame. La logica è brutalmente matematica: se ogni intercettore costa dieci o cento volte di più del drone che abbatte, saturare le difese nemiche con sciami di Shahed diventa un moltiplicatore economico a favore dell’attaccante.

Gli ayatollah ne avrebbero circa 80.000 a disposizione, anche grazie all’aiuto della produzione russa. Nei primi quattro giorni del conflitto Iran-paesi del Golfo del marzo 2026, l’Iran ha lanciato verso i paesi del Golfo 2,5 volte più missili e 20 volte più droni rispetto a quelli sparati contro Israele, secondo dati pubblicati dall’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale israeliano.


Scheda tecnica Shahed-136: dati a confronto

ParametroShahed-136Missile Patriot PAC-3 (intercettore)
Costo unitario20.000–50.000 $2.000.000–4.000.000 $
Lunghezza3,5 m5,2 m
Peso totale~200 kg~312 kg
Carica esplosiva40–50 kgn/a (testata per frammentazione)
Portata massima2.500 km~35 km (raggio di ingaggio)
Velocità185 km/hMach 4,1
GuidaGPS commerciale preprogrammatoRadar attivo con guida terminale
RumorositàAlta (motore a combustione)Nulla in fase di volo
Intercettabilità MANPADSMolto bassa (firma termica minima)N/A

Fonti: Wikipedia HESA Shahed 136, Il Sole 24 Ore, RUSI, Tgcom24

Quanto costa: il paradosso economico che cambia la guerra

Il costo di uno Shahed è stimato tra i 20.000 e i 50.000 dollari, una cifra molto più bassa rispetto a quella di molti altri sistemi d’arma. Per dare un riferimento concreto: un missile da crociera Tomahawk costa circa 1,5 milioni di dollari. Un caccia F-35 supera i 100 milioni. Uno Shahed-136 ha lo stesso prezzo di un’auto di media gamma.

Questo dato genera quella che gli analisti della difesa chiamano asimmetria del costo: gli Shahed sono così economici che è possibile lanciarne molti di più rispetto ai missili, e possono distruggere armamenti molto più costosi. Un deposito di munizioni, una centrale elettrica, un radar di difesa: bersagli che hanno un valore militare enorme possono essere colpiti da un’arma il cui costo è trascurabile rispetto al danno prodotto.

Dove è costruito: componenti occidentali nell’arma iraniana

Uno degli aspetti più imbarazzanti per i governi occidentali riguarda la filiera produttiva dello Shahed. Russia e Iran possono produrne decine di migliaia al mese utilizzando componenti commerciali disponibili, la cui fornitura è scarsamente o per niente controllata. A commerciare con l’Iran sarebbero Turchia, India, Kazakistan, Uzbekistan, Vietnam e Costa Rica.

Secondo il database aperto della Direzione dell’Intelligence della Difesa ucraina, nel drone Shahed-107 sono stati identificati almeno 31 componenti elettronici stranieri: microcontrollori, chip di memoria, dispositivi logici programmabili, processori di segnale digitale, moduli di navigazione satellitare, sensori inerziali, convertitori di potenza. La maggior parte dei componenti proviene da produttori statunitensi come Texas Instruments, Analog Devices, Xilinx (AMD) e Maxim Integrated.

Nelle carcasse recuperate in Ucraina sono stati trovati anche componenti svizzeri, taiwanesi, cinesi e tedeschi. Stando a rottami recuperati dagli ucraini, gli Shahed-136 hanno al loro interno il processore TMS320 e la pompa del carburante prodotta da un’azienda polacca per conto della britannica TI Fluid Systems. Non si tratta di forniture illegali nel senso stretto del termine: sono componenti commerciali dual-use, venduti attraverso intermediari in paesi terzi che non applicano controlli sulle destinazioni finali.

Come si difendono: il problema che nessuno ha ancora risolto

La soluzione potrebbe arrivare dall’Ucraina. Kiev ha dovuto imparare a sopravvivere agli Shahed sin dal 2022, e negli anni ha sviluppato droni intercettori — piccoli velivoli guidati da operatori che inseguono i droni nemici e li distruggono in volo. Molti di questi sistemi sono basati su tecnologia FPV, la stessa usata nei droni civili da gara, e il loro costo è molto più basso: alcune migliaia di dollari, secondo diverse analisi citate da Reuters.

Per contrastarli, alcuni paesi stanno adottando sistemi di jammer GPS, laser anti-drone, armi a microonde e cannoni radar-guidati. Il principio è lo stesso che ha portato Kyiv a sviluppare i droni FPV: rispondere a un’arma economica con una difesa altrettanto economica. Il problema è che nessuno di questi sistemi è ancora distribuito in quantità sufficiente da garantire una copertura estesa.

Come sottolineato dal Royal United Services Institute, la pericolosità dello Shahed non risiede nel singolo impatto ma nel numero: un sistema di difesa aerea che abbatte il 90% degli Shahed in arrivo continua a subire il 10% degli impatti — e quando si parla di sciami da cento o duecento droni, quel 10% corrisponde a dieci o venti colpi andati a segno.

FAQ

D: Lo Shahed-136 è un drone o un missile?

R: Tecnicamente è definito “munizione circuitante” (loitering munition): si comporta come un drone nella fase di volo autonomo, ma come un missile nell’impatto, distruggendosi sull’obiettivo senza possibilità di recupero. Non ha pilota né sistemi di rientro.

D: Quanto esplosivo trasporta uno Shahed-136?

R: La testata contiene tra i 36 e i 50 kg di esplosivo, a seconda della versione. Per confronto, una bomba da aereo FAB-100 sovietica trasporta circa 40 kg di esplosivo: gli esperti militari li considerano paragonabili in termini di potere distruttivo su bersagli fissi.

D: Perché è difficile abbatterlo con i sistemi di difesa aerea tradizionali?

R: Vola a bassa quota (sotto i livelli di allerta radar ottimizzati per aerei e missili), a velocità bassa (185 km/h), con una firma termica minima che lo rende immune ai MANPADS termici. Per abbatterlo con un Patriot PAC-3 si spende fino a 4 milioni di dollari contro un’arma da 50.000.

D: L’Iran può costruirne molti?

R: Secondo analisi militari citate dal Guardian, l’Iran è in grado di produrne centinaia al giorno. Il numero totale disponibile nell’arsenale iraniano è stimato intorno agli 80.000 esemplari, tra produzione propria e quella russa su licenza (Geran-2).

D: Quali componenti occidentali contiene lo Shahed?

R: L’analisi delle carcasse recuperate in Ucraina ha identificato processori Texas Instruments (TMS320), componenti Analog Devices, Xilinx (AMD), Maxim Integrated, più elementi di aziende svizzere, taiwanesi e tedesche. La pompa del carburante era prodotta in Polonia per conto della britannica TI Fluid Systems.

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Crediti fotografici


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