Si è spento nel sonno, in una casa di cura del Connecticut, l’uomo che i media americani indicano come il detenuto più longevo nella storia degli Stati Uniti. Francis Clifford Smith aveva 101 anni ed era finito in carcere nel 1950, a soli 25 anni, condannato per l’omicidio di Grover Hart, guardiano notturno di uno yacht club nel Connecticut. Da allora aveva trascorso oltre settant’anni da recluso, sopravvivendo per otto volte alla data fissata per la propria esecuzione, prima che la pena capitale gli venisse commutata in ergastolo.
Secondo David Skoczulek, portavoce della struttura sanitaria “60 West” dove Smith trascorreva gli ultimi anni sotto supervisione giudiziaria, l’uomo “è morto essenzialmente di vecchiaia” e il personale si è assicurato che il decesso avvenisse “in modo appropriato, dignitoso e rispettoso dei suoi desideri”.
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Il “Birdman di Osborn”: settant’anni di reclusione e un’innocenza gridata e mai riconosciuta
Smith si è sempre proclamato innocente, e negli anni le prove a suo carico si sono progressivamente sgretolate: alcuni testimoni hanno ritrattato le loro dichiarazioni originarie, un altro detenuto ha confessato di essere lui il vero autore dell’omicidio, e persino il maggiore Leo Carroll — uno degli agenti che lo avevano interrogato all’epoca — ha dichiarato davanti alla Commissione per la grazia di “non essere nemmeno sicuro che fosse presente sulla scena del delitto”. Nonostante questi elementi, per decenni nessun giudice ha riaperto il caso: un magistrato che respinse uno dei suoi appelli definì “non credibile” la confessione dell’altro detenuto, David Blumetti, e “un personaggio degradato” la testimone Edith Springer che aveva ritrattato. All’interno del penitenziario Smith era diventato una figura quasi leggendaria, soprannominato “il Birdman di Osborn” per la sua abitudine di nascondere pane tra i vestiti e sfamare gli uccelli nel cortile: una pratica tollerata dagli agenti, che — come ha raccontato un portavoce del Connecticut Department of Correction — “chiudevano un occhio perché sapevano che lo faceva solo per gli uccelli”.
Tre brevi assaggi di libertà, poi il ritorno dietro le sbarre
Nella sua lunghissima detenzione, Smith conobbe la libertà solo in tre brevi occasioni: un’evasione durata dodici giorni nel 1976, un Natale trascorso in famiglia nel 1974 e dieci mesi di libertà vigilata nel 1975, conclusi con un nuovo arresto per un furto minore e il possesso di un’arma da fuoco. Per anni rifiutò lui stesso le opportunità di scarcerazione condizionata, forse proprio a causa di quella “istituzionalizzazione” totale descritta da Richard Sparaco, ex direttore della Commissione per la grazia del Connecticut, che ricordava di essersi chiesto già nel 2012, guardando il suo fascicolo: “Perché quest’uomo è ancora qui dentro?”. Solo nel 2020 Smith accettò infine la libertà vigilata, venendo trasferito “sotto supervisione” in una casa di cura per anziani all’interno del sistema giudiziario, tra i primi beneficiari del programma MissionCare Health dedicato ai detenuti anziani e malati.
“Sarebbe dovuto essere libero da tempo”: le voci a favore della sua innocenza
Già negli anni Cinquanta, subito dopo la condanna, alcune voci si erano levate in sua difesa. L’attivista contro la pena di morte Aaron Cohen lo aveva definito, nel 1951, “un ragazzino, uno di quelli che la società ha tradito”. Decenni dopo, quando si discusse di trasferire ex detenuti anziani in strutture residenziali, fu Michael Lawlor, all’epoca sottosegretario per la giustizia penale dello Stato, a confermare che i timori della comunità locale non si erano mai concretizzati: “Nessuno degli scenari da incubo immaginati dalla gente si è poi verificato”. Alla sua morte, a rompere il silenzio è stata soprattutto una nipote lontana, Jessica Mancini, di Ridgefield, che ha scoperto solo di recente di avere un prozio in carcere: la nonna, sorella di Smith, non ne aveva mai parlato in famiglia. “Avrei voluto che avesse avuto più famiglia — ha detto Mancini —, invece di dover considerare le sue infermiere come la sua unica famiglia”.
Un’America ancora spaccata sulla pena di morte
La scomparsa di Smith arriva in un momento in cui gli Stati Uniti restano profondamente divisi sul tema della pena capitale, e il suo caso si inserisce in un dibattito già acceso. Solo poche settimane fa la Florida ha eseguito la condanna a morte del suo detenuto più anziano nel braccio della morte, riaccendendo le polemiche sul senso di giustiziare persone ormai anziane e spesso malate; da tempo ci si interroga, negli ambienti giuridici americani, se esista “un’età oltre la quale non si dovrebbe più eseguire una condanna a morte”.
Sul fronte opposto, le famiglie delle vittime di alcuni condannati graziati o la cui pena è stata commutata — come accaduto in passato con le commutazioni di massa concesse dall’amministrazione Biden a decine di detenuti nel braccio della morte federale — hanno espresso rabbia, denunciando quello che considerano “un disprezzo per il loro dolore e per i verdetti della giustizia”. È in questo contesto polarizzato che la vicenda di Smith — un uomo che ha rischiato la sedia elettrica per un crimine che forse non ha mai commesso, per poi invecchiare e morire da detenuto quasi centenario — viene ora citata da entrambi gli schieramenti: da chi la considera la prova vivente dei rischi di errori giudiziari irreversibili legati alla pena capitale, e da chi la usa per interrogarsi sul senso stesso di tenere in carcere, per settant’anni, una persona che con ogni probabilità non ha più nulla da “scontare” alla società.
Il nodo etico: l’invecchiamento delle carceri americane
Il caso di Smith riporta al centro dell’attenzione un fenomeno strutturale che negli Stati Uniti sta assumendo proporzioni sempre più rilevanti: secondo uno studio del 2025, il numero di detenuti di 55 anni o più è cresciuto di quasi il 400% tra il 1991 e il 2021, e lo US Census Bureau stima che entro il 2030 almeno un terzo dell’intera popolazione carceraria americana avrà superato i 50 anni. Giuristi e attivisti parlano ormai apertamente di “smart decarceration”, chiedendo soluzioni simili a quella adottata per Smith — la scarcerazione per motivi umanitari o la libertà condizionale legata all’età e alle condizioni di salute — anche alla luce dei costi sanitari crescenti e dei rischi specifici dell’ambiente carcerario per gli anziani, dalle cadute all’incontinenza fino ai disturbi dell’udito. È la domanda di fondo che la storia di Francis Clifford Smith lascia in eredità al dibattito pubblico americano: se abbia ancora senso, dal punto di vista sia etico sia pratico, continuare a detenere fino alla morte persone ultracentenarie, specie quando — come nel suo caso — restano aperti dubbi fondati sulla loro effettiva colpevolezza.
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