Negli ultimi giorni la parola “woke” è tornata a occupare le prime pagine dei giornali italiani, innescata da un episodio tutto interno alla sinistra americana e rilanciata in Italia dal leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte. Non è la prima volta che il termine agita il dibattito pubblico, ma questa volta la novità sta nel fatto che a metterlo in discussione non sono i suoi tradizionali detrattori conservatori, bensì esponenti che fino a poco tempo fa venivano associati proprio a quel mondo. È il segno di una fase che molti osservatori definiscono di “inversione a U” sul politicamente corretto.
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Le origini negli anni Trenta nella comunità afroamericana
Per capire cosa sta accadendo oggi bisogna tornare indietro di quasi un secolo. L’espressione “stay woke” — letteralmente “rimani sveglio” — compare per la prima volta in forma scritta nel 1924 sulle pagine dello Houston Informer, giornale della comunità afroamericana, con il significato di restare vigili di fronte al pericolo. Nel 1938 il cantante folk e attivista Lead Belly la utilizzò parlando della sua canzone “Scottsboro Boys”, dedicata a nove ragazzi neri accusati ingiustamente di stupro in Alabama nel 1931: in quel contesto, “stay woke” era un avvertimento concreto, quasi un consiglio di sopravvivenza — stare all’erta perché essere neri poteva significare essere in pericolo.
Per decenni l’espressione rimase circoscritta al gergo afroamericano, un invito a mantenere alta l’attenzione di fronte al razzismo istituzionale e alla violenza della polizia. Una seconda vita del termine si ebbe nel 2008 con la canzone “Master Teacher” della cantautrice Erykah Badu, che ne rilanciò l’uso in chiave più esplicitamente politica.
La svolta del 2014: Black Lives Matter e la nascita della “cultura woke” contemporanea
Il salto decisivo avviene nel 2014, durante le proteste di Ferguson, in Missouri, seguite all’uccisione del diciottenne afroamericano Michael Brown da parte della polizia. Gli attivisti del movimento Black Lives Matter, nato proprio in quei mesi, adottano “stay woke” come slogan di mobilitazione, e il termine esce definitivamente dal recinto della cultura afroamericana per entrare nel lessico politico mainstream. Nel 2017 l’Oxford English Dictionary lo inserisce ufficialmente, sancendone la piena legittimazione linguistica.
Da qui in avanti “woke” smette di riferirsi solo al razzismo e comincia a designare una sensibilità più ampia verso le discriminazioni: sessismo, omofobia e transfobia, abilismo, ingiustizie legate al genere. Il movimento #MeToo, esploso nel 2017, si inserisce nello stesso solco, così come le mobilitazioni successive all’omicidio di George Floyd nel 2020, che riportano “stay woke” a circolare con forza in tutto il mondo occidentale. Attorno a questo nucleo si sviluppano concetti oggi familiari — privilegio, appropriazione culturale, microaggressione, spazio sicuro, intersezionalità — e nelle aziende si affermano le politiche di diversity, equity and inclusion, note con l’acronimo DEI.
Come si pratica: dal linguaggio inclusivo alla revisione dei classici
La cultura woke, nella sua declinazione più istituzionalizzata, si è tradotta in pratiche concrete diffuse soprattutto negli ambienti universitari, mediatici e aziendali di lingua inglese: adozione di un linguaggio inclusivo e attento alle identità di genere, programmi di formazione sui bias inconsci nei luoghi di lavoro, revisione dei curricula scolastici per dare maggiore spazio ad autori e prospettive storicamente marginalizzati, rimozione o ricontestualizzazione di statue e simboli legati al colonialismo e allo schiavismo. Musei, case editrici e industria dell’intrattenimento hanno progressivamente adottato criteri di rappresentazione più attenti alla diversità.
È in questa fase applicativa, però, che si annidano gli eccessi più contestati: dal cosiddetto trigger warning apposto a opere classiche, alla cancellazione di eventi e inviti a personaggi pubblici ritenuti problematici — la cosiddetta cancel culture —, fino a episodi arrivati anche in Italia nel dibattito recente, come la rilettura in chiave identitaria di autori antichi quali Omero e Cicerone, citati da Conte nella sua lettera come esempio di deriva. È proprio la distanza tra l’intenzione originaria — vigilanza contro le discriminazioni — e queste applicazioni estreme ad aver alimentato, negli ultimi anni, una crescente insofferenza, non solo a destra ma anche all’interno dello stesso campo progressista.
Perché se ne riparla ora: la miccia accesa da Alexandria Ocasio-Cortez
Il detonatore della nuova ondata di discussione va rintracciato nei giorni scorsi, quando la deputata democratica di New York Alexandria Ocasio-Cortez, storicamente considerata un’icona dell’ala progressista americana, interviene in un dibattito televisivo riportando — secondo la ricostruzione poi ripresa da gran parte della stampa — un giudizio critico sulla “prima stagione” del woke, definita da alcuni “crazy”, una follia. Va detto che diverse verifiche giornalistiche, hanno sollevato dubbi sulla effettiva attribuzione letterale di quella frase alla deputata, sostenendo che il virgolettato circolato sulla stampa italiana ed estera abbia distorto un’affermazione più sfumata, riferita da Ocasio-Cortez a un consigliere e a un episodio specifico, e non un giudizio generale e diretto sul movimento.
Al di là della querelle sulle fonti, il segnale politico è comunque arrivato forte e chiaro: una delle figure simbolo della sinistra radicale americana ammette che l’ossessione identitaria ha allontanato l’elettorato popolare e invita a spostare il baricentro sulle questioni economiche, anche in vista di una possibile corsa alla Casa Bianca nel 2028.
Cosa ha scritto Giuseppe Conte su Repubblica
In Italia, a raccogliere e rilanciare quello spunto è stato Giuseppe Conte, che il 21 agosto ha affidato a un lungo intervento su la Repubblica una sorta di lettera-manifesto sul rapporto tra sinistra e cultura woke. L’ex premier racconta di essere rimasto “più volte fortemente perplesso di fronte ad alcuni eccessi della cultura ‘woke'”, eccessi che a suo giudizio hanno prodotto in alcuni casi “conformismo ideologico” e persino “repressione della libertà di opinione”. Conte non liquida però l’intero fenomeno: riconosce al movimento il merito di aver “promosso una più vigile attenzione sui dispositivi culturali che marginalizzano specifiche identità”, di aver contribuito a contrastare razzismo, sessismo e discriminazioni, e di aver allargato il concetto di giustizia e il linguaggio pubblico verso un maggiore rispetto.
Il nodo, secondo il leader M5S, è che per larga parte della sinistra il woke sia diventato “una sorta di religione morale autoreferenziale”, un “filtro unico” attraverso cui distinguere i buoni dai cattivi, rischiando di trasformarsi nella “ossatura ideologica” di una forza politica che dovrebbe invece occuparsi d’altro. La vera priorità, scrive Conte, devono essere le “radici materiali delle diseguaglianze”: salari, casa, sanità, istruzione, politiche industriali, equità fiscale, la condizione di sottopagati, operai, piccoli imprenditori e classi medie. Nel mirino finiscono anche la finanziarizzazione dell’economia e il predominio delle grandi piattaforme tecnologiche.
La conclusione ha un taglio apertamente politico, con un affondo contro il centrodestra italiano, accusato di aver “fallito” nel dare risposte concrete a quelle stesse inquietudini sociali.
L’intervento ha aperto un fronte scomodo dentro il centrosinistra italiano, in vista delle primarie di settembre per la leadership della coalizione: se alcuni esponenti del Pd, come Matteo Renzi (pur di un partito diverso, Italia Viva), si sono detti d’accordo nel superare “gli eccessi woke”, altri, come la deputata dem Lia Quartapelle, hanno accusato Conte di opportunismo, ricordando come per anni non avesse mai speso una parola critica sul tema. La segretaria Elly Schlein, il cui profilo politico è più direttamente associato alle battaglie identitarie, ha per ora mantenuto un silenzio prudente.
Come viene vissuta la cultura woke nel resto del mondo
Il fenomeno, pur nato e radicato negli Stati Uniti, ha avuto traiettorie diverse a seconda dei contesti nazionali. Nel Regno Unito il dibattito è esploso con particolare intensità nel 2020, quando le proteste di Black Lives Matter sono sfociate in atti simbolici come l’abbattimento della statua dello schiavista Edward Colston a Bristol, alimentando negli anni successivi una reazione conservatrice molto forte, culminata in un uso ricorrente del termine “woke” come insulto politico da parte della destra britannica e di larga parte della stampa tabloid.
In Francia il termine ha trovato un terreno più ostile fin dall’inizio: la tradizione repubblicana e universalista francese, storicamente diffidente verso le politiche identitarie di matrice anglosassone, ha visto figure istituzionali di ogni orientamento — inclusi esponenti di governo — criticare apertamente quello che viene chiamato “wokisme”, accusato di importare categorie comunitariste estranee al modello francese di cittadinanza.
Negli Stati Uniti, dove tutto ha avuto origine, il termine ha vissuto la parabola più netta: da rivendicazione orgogliosa delle comunità afroamericane e progressiste è diventato, a partire dal 2019-2020, uno dei bersagli polemici principali della destra repubblicana, fino alle politiche dell’amministrazione Trump esplicitamente rivolte a smantellare i programmi di diversità, equità e inclusione nella pubblica amministrazione e nelle università, con lo stesso presidente che ha rivendicato pubblicamente di aver “ucciso la dittatura woke”. In diversi Stati americani, la Florida in testa, sono state approvate leggi come lo “Stop WOKE Act” per limitare l’insegnamento di temi legati a razza e discriminazione nelle scuole pubbliche.
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Crediti fotografici
- Cultura Woke: © cosedellaltromondo.it | CC0 1.0 Universal
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