Menu
Il manoscritto Voynich

Il codice che nessun crittografo ha decifrato: il manoscritto Voynich, un enigma senza soluzione 

Teresa Pitrola 3 settimane fa 0

Un libro conservato nella Beinecke Rare Book & Manuscript Library dell’Università di Yale sfida la ragione da oltre sei secoli. Centosedici fogli di pergamena fitta di scrittura in un alfabeto sconosciuto, accompagnati da illustrazioni bizzarre e meravigliose che sembrano uscite da un sogno o, all’apposto, da un incubo alchemico. Si chiama manoscritto Voynich, ed è universalmente considerato il testo più misterioso mai prodotto dall’uomo.

Chi lo scoprì

Il nome si deve a Wilfrid Voynich, un antiquario di origini polacche che nel 1912 lo acquistò dal collegio gesuita di Villa Mondragone, a Monteporzio Catone, nei pressi di Roma. All’interno del manoscritto era presente una lettera del 1665 con cui il rettore dell’Università di Praga, Jan Marek Marci, chiedeva aiuto allo studioso gesuita Athanasius Kircher per la decifrazione del testo. Dalla lettera si evince che il codice era stato acquistato per una cifra ingente dall’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, che lo riteneva opera di Ruggero Bacone, filosofo del Duecento. Kircher — poligrafo di fama, appassionato di esoterismo e scienze alchemiche — non riuscì a cavarne nulla. E da allora, non ci è riuscito nessun altro.

La datazione al radiocarbonio del pergameno, condotta nel 2009, ha stabilito con una probabilità del 95% che il manoscritto risalga agli anni compresi tra il 1404 e il 1438. Un’epoca precisa, dunque. Un’origine materiale accertata. Ma tutto il resto — chi lo scrisse, perché, e soprattutto in quale lingua — rimane avvolto nel mistero.

Un bestiario dell’impossibile: le illustrazioni

Chi sfoglia il manoscritto Voynich — oggi integralmente digitalizzato e accessibile online — rimane immediatamente colpito dalle sue immagini, ancora prima di tentare di leggere una sola parola. Le illustrazioni sono il cuore visibile del mistero, e si dividono in sezioni tematiche ben riconoscibili, anche se il loro significato preciso è tuttora dibattuto.

La sezione botanica è la più estesa: raffigura piante di ogni tipo, con radici, steli, foglie e fiori descritti con una cura quasi scientifica. Il problema è che nessuna di queste piante corrisponde a specie realmente esistenti. Alcune ricordano vagamente erbe medicinali note, altre sembrano combinazioni di elementi vegetali diversi o pure invenzioni. Non un erbario nel senso tradizionale, dunque, ma qualcosa di più ambiguo.

Poi ci sono le figure femminili: donne nude immerse in vasche, tubature, sistemi di canali circolari. Alcune sembrano nuotare, altre sembrano collegate tra loro da tubi organici. Ricercatori come Brewer e Lewis hanno interpretato queste illustrazioni, note come “Rosette”, come potenziali simboli legati alla fisiologia femminile e alle pratiche mediche dell’epoca, identificando un possibile rimando alla comprensione medievale del sesso e del concepimento. Un’ipotesi affascinante, ma che non ha trovato consenso unanime.

Infine, le tavole cosmologiche: diagrammi circolari che ricordano mappe celesti o sistemi astronomici, con stelle, cerchi concentrici e annotazioni scritte nel consueto alfabeto indecifrabile. Qualcosa di simile agli strumenti usati dagli astrologi medievali, ma con una geometria che non corrisponde ad alcun sistema conosciuto.

Secoli di tentativi falliti

La storia dei tentativi di decifrare il manoscritto Voynich è, in fondo, una storia di sconfitte illustri. Esperti di fama internazionale come Herbert Yardley — colui che decriptò il cifrario tedesco durante la Prima guerra mondiale — e John Manly, a cui si deve la decifrazione del codice Wabersky, hanno miseramente fallito. Persino i più sofisticati calcolatori elettronici non hanno portato a nulla.

Negli anni Quaranta, i crittografi Joseph Martin Feely e Leonell C. Strong applicarono al documento sistemi di decifratura sostitutiva, cercando di ottenere un testo con caratteri latini in chiaro: il tentativo produsse un risultato che però non aveva alcun significato. Strong, in particolare, affermò anni dopo di aver tradotto un brano in cui veniva descritto un metodo anticoncezionale, ma nessuno fu mai in grado di verificare o replicare il suo lavoro.

Il manoscritto fu l’unico testo a resistere alle analisi degli esperti di crittografia della Marina statunitense, che alla fine della Seconda guerra mondiale studiarono alcuni vecchi codici cifrati per mettere alla prova i nuovi sistemi di decodificazione. Un primato che vale come epitaffio: se i migliori cervelli di un’intera nazione impegnata nella guerra non riuscirono a comprendere il Voynich, il problema è evidentemente di tutt’altra natura.

Le ipotesi principali: lingua morta, codice cifrato o grande beffa

Nel corso dei decenni si sono cristallizzate tre posizioni principali tra gli studiosi, nessuna delle quali ha ancora convinto definitivamente la comunità scientifica.

La prima è che il manoscritto contenga una lingua reale, sconosciuta o estinta, forse un dialetto regionale mai documentato altrove, forse una lingua artificiale costruita appositamente da un singolo autore. L’alfabeto che compare nel manoscritto è unico: sono state riconosciute tra le 19 e le 28 probabili lettere, che non hanno legami con alcun alfabeto conosciuto. Eppure la struttura del testo rispetta alcune leggi statistiche tipiche delle lingue naturali — come la legge di Zipf, che descrive la frequenza delle parole — il che suggerisce che dietro ci sia qualcosa di sistematico e non casuale.

La seconda ipotesi è quella di un codice cifrato: il testo conterrebbe un messaggio reale, scritto in una lingua nota ma reso irriconoscibile attraverso un sistema crittografico sofisticato. Questa è la strada battuta dai crittografi militari, e anche quella che ha prodotto più delusioni. Il problema è che nessuno schema di cifratura conosciuto applicato al testo ha mai prodotto risultati leggibili.

La terza, più radicale, è quella della bufala: il manoscritto sarebbe un documento privo di contenuto semantico, costruito per sembrare reale e ingannare un acquirente facoltoso — come appunto l’imperatore Rodolfo II. Un hoax sofisticatissimo, capace di resistere per secoli anche grazie alla propria assenza di senso. Questa tesi ha trovato qualche sostenitore tra i linguisti computazionali, anche se l’estrema coerenza interna del testo rende difficile immaginarla come il frutto di una invenzione casuale.

Il 2019 e gli anni successivi: un’illusione dopo l’altra

Nel 2019 lo studioso Gerard Chesire dell’Università di Bristol annunciò con grande clamore di aver decifrato il manoscritto: secondo lui, sarebbe stato scritto in una lingua “proto-romanza”, una forma di latino volgare anteriore alle lingue neolatine moderne. Questa ipotesi fu però confutata rapidamente da Lisa Fagin Davis, direttrice della Medieval Academy of America. La comunità accademica fu pressoché unanime nel considerare le presunte traduzioni di Chesire inconsistenti e non verificabili.

Gli anni successivi hanno visto moltiplicarsi i pretendenti al titolo di decifratore. Nel 2018 la famiglia Ardiç aveva sostenuto di aver decifrato il 30% del codice, identificando la lingua come turco antico scritto in alfabeto fonetico. L’ipotesi è stata ripresa e sviluppata fino al 2025, con il supporto di studi statistici e persino dell’intelligenza artificiale, ma non ha ancora ottenuto un riconoscimento accademico diffuso.

La svolta più recente porta la firma di un’italiana. Eleonora Matarrese, filologa, etnobotanica e docente dell’Università di Bari, ha annunciato nel 2023-2024 di aver risolto l’enigma: il manoscritto sarebbe scritto in un dialetto medio-alto tedesco ancora oggi parlato a Timau, nella Carnia friulana. La chiave per la decifrazione sarebbe stata trovata confrontando il testo con l’erbario “Gart der Gesundheit” del 1486, conservato al Museo Gortani di Tolmezzo. Secondo Matarrese, il codice racchiude quattro trattati: un erbario, un lunario, un trattato di scienza idraulica e uno agronomico.

L’annuncio ha avuto una certa eco mediatica, ma — come quasi tutti i predecessori — non ha ancora superato il vaglio del peer review internazionale. Nel frattempo, la ricerca continua su altri fronti: nel 2024 nuove indagini con imaging multispettrale hanno rivelato colonne di lettere precedentemente nascoste sulla prima pagina del manoscritto — probabili tentativi di decifrazione effettuati da Johannes Marcus Marci già nel XVII secolo. Perfino 350 anni fa, menti brillanti si cimentavano con lo stesso identico problema.

Nel 2021, intanto, un gruppo di ricercatori affiliati a Yale aveva applicato modelli computazionali come LDA, LSA e NMF per esaminare i pattern di vocabolario attraverso le pagine del manoscritto. Questi modelli, invece di cercare una lingua d’origine o costruire frasi, si erano concentrati sulla struttura, raggruppando pagine che mostravano comportamenti lessicali simili. I risultati suggeriscono una certa organizzazione interna del testo, compatibile con l’idea che si tratti di un vero documento e non di un nonsense costruito a tavolino — ma questo, naturalmente, non basta a tradurlo.

Perché probabilmente non lo sapremo mai

C’è un paradosso al cuore del mistero Voynich: più strumenti sofisticati vengono applicati al manoscritto, più la sua resistenza si rivela strutturale e non contingente. Non si tratta di mancanza di risorse o di metodi: si tratta di una caratteristica intrinseca del documento.

Qualsiasi sistema di decifrazione, per funzionare, ha bisogno di un punto di ancoraggio: un nome proprio riconoscibile, una frase nota, una struttura grammaticale identificabile. Con il Voynich, questi appigli semplicemente non esistono. Non c’è alcuna “stele di Rosetta” che ci dica: questa scrittura corrisponde a questo significato. L’alfabeto è unico, la lingua è sconosciuta, e non esistono testi paralleli con cui confrontarla.

Nonostante l’intelligenza artificiale e i moderni approcci di natural language processing abbiano affrontato il manoscritto con strumenti potentissimi, il testo continua a resistere a qualsiasi decifrazione. E ogni nuova “soluzione” che viene annunciata — puntualmente seguita da un’altrettanto puntuale smentita accademica — finisce per confermare l’impressione che il Voynich non stia nascondendo un segreto decifrabile con gli strumenti della ragione, ma qualcosa di più scivoloso: forse il segreto di una mente medievale che non ha lasciato nessun’altra traccia di sé nel mondo. O forse, molto più semplicemente, un vuoto semantico rivestito di bellezza, uno specchio perfetto in cui ogni studioso finisce per vedere quello che vuole vedere.

Ti è piaciuto? Votalo!

🌍 Le notizie di Cose dell'Altro Mondo direttamente sul tuo telefono

Iscriviti al nostro canale WhatsApp o Telegram — gratis, senza spam, puoi uscire quando vuoi.

Crediti fotografici


Scopri di più da Cose dell'Altro Mondo

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Scritto da

Lascia un commento

Rispondi