Quella notte Stanislav Petrov non doveva nemmeno essere lì. Sostituiva un collega che si era ammalato. Poco dopo la mezzanotte del 26 settembre 1983, nel bunker di Serpuchov 15 a sud di Mosca, il sistema di allerta satellitare segnalò il lancio di un missile intercontinentale americano. Poi di altri quattro. Petrov decise che era un errore.
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In servizio per caso
Il tenente colonnello aveva quarantaquattro anni e una carriera ordinaria alle spalle nell’Armata Sovietica.
Il suo compito, quella notte, era monitorare i dati dei satelliti Oko, la rete che sorvegliava i siti missilistici statunitensi, e avvisare i superiori in caso di attacco.
Non era il turno che gli spettava. L’ufficiale designato era indisponibile per malattia.
Il 1983, l’anno peggiore
Il contesto rende la scena meno astratta.
Le relazioni tra le due superpotenze erano ai minimi. L’8 marzo di quell’anno il presidente statunitense Ronald Reagan aveva definito l’Unione Sovietica un impero del male, in un discorso rimasto famoso.
Ma il fatto più pesante era di tre settimane prima. Il primo settembre la difesa aerea sovietica aveva abbattuto il volo Korean Air Lines 007, entrato per errore nello spazio aereo dell’Urss. A bordo c’erano 269 persone.
La tensione, quando Petrov entrò in turno, era al massimo.
Poco dopo la mezzanotte
L’allarme non arrivò tutto insieme, ed è un dettaglio che conta.
Il sistema segnalò prima un singolo missile balistico intercontinentale, partito secondo i dati dalla base di Malmstrom, in Montana.
Poi, in sequenza, ne comparvero altri quattro.
La dottrina sovietica in vigore era quella della distruzione mutua assicurata. In caso di attacco accertato, la risposta prevista era il lancio immediato di un contrattacco nucleare su vasta scala.
Perché non ci credette
Petrov aveva pochi minuti e nessuna conferma indipendente.
Il ragionamento che fece è rimasto il cuore della vicenda: un primo attacco condotto con cinque soli missili non aveva senso.
Chi decide di aprire una guerra nucleare non manda cinque testate. Ne manda centinaia, contemporaneamente, per azzerare la capacità di risposta avversaria.
Su quella base classificò l’allarme come falso allarme e lo comunicò ai superiori come tale.
Cosa era successo davvero
L’analisi successiva confermò il malfunzionamento.
I sensori a infrarossi dei satelliti Oko avevano scambiato per scie termiche di missili la luce solare riflessa dalle nubi ad alta quota, in una geometria stagionale rara, combinata con la particolare orbita dei satelliti sovietici.
Per questo l’episodio è passato alla storia come Incidente dell’equinozio d’autunno.
Va detto che la spiegazione tecnica, pur solida e accettata, non è mai stata accompagnata dalla pubblicazione di un rapporto ingegneristico sovietico.
Quanto pesò davvero quella decisione
Qui serve una precisazione, perché la versione più diffusa semplifica.
Petrov non era seduto accanto a un pulsante. Occupava una posizione interpretativa iniziale all’interno di una catena che comprendeva altri livelli decisionali, militari e politici.
Il suo giudizio contava, e molto, ma non era l’unico anello. La scelta di segnalare l’evento come falso allarme evitò però che l’informazione salisse lungo quella catena in una notte in cui nessuno era disposto a concedere il beneficio del dubbio.
Cosa gli accadde dopo
Petrov aveva disatteso il protocollo. Formalmente non fu punito, perché l’intuizione si era rivelata corretta.
Fu però redarguito, ufficialmente per altre ragioni. Nella ricostruzione più citata, il rilievo riguardava la mancata compilazione del diario di servizio durante le ore dell’allarme.
La sua carriera si fermò lì.
Il silenzio durato anni
La vicenda rimase riservata a lungo.
Divenne di dominio pubblico soltanto negli anni Novanta, quando l’Unione Sovietica non esisteva più.
Petrov visse il resto della propria vita in condizioni modeste, in una cittadina della regione di Mosca, ricevendo riconoscimenti internazionali solo nell’ultima parte della sua esistenza.
Come è finita
Stanislav Evgrafovič Petrov era nato il 7 settembre 1939 vicino a Vladivostok. Suo padre aveva pilotato caccia durante la seconda guerra mondiale.
È morto il 19 maggio 2017 a Frjazino, a settantasette anni, per una polmonite.
C’è un ultimo particolare che chiude il cerchio. La notizia della sua morte è diventata pubblica soltanto quattro mesi dopo.
L’uomo che nel 1983 decise di non far partire una segnalazione se n’è andato senza che nessuno se ne accorgesse.
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