Il 14 luglio 1518 una donna uscì di casa a Strasburgo e cominciò a ballare in mezzo alla strada. Non c’era musica, non c’era una festa, non c’era un motivo. Continuò per ore, ignorando il marito che la pregava di smettere, finché non crollò a terra tremante. Il giorno dopo ricominciò. Nel giro di poche settimane furono centinaia a fare lo stesso: la cosiddetta peste dei ballerini.
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Il 14 luglio 1518
La donna, secondo la maggior parte delle cronache, si chiamava Frau Troffea e viveva in una casa a graticcio nel centro della città.
Su questo punto le fonti non sono unanimi. Delle sei cronache che raccontano l’episodio, quattro indicano lei come prima danzatrice. Le altre parlano genericamente di una donna senza nome.
Quello su cui concordano tutte è la dinamica: una persona iniziò a ballare, e altri la seguirono.
Quanti erano davvero
Il numero che circola più spesso è quattrocento. È la cifra riportata da Britannica e ripresa dalla maggior parte delle ricostruzioni.
Le stime storiche, però, oscillano in un intervallo molto più largo: tra cinquanta e quattrocento persone al culmine dell’epidemia.
L’episodio durò all’incirca un mese, secondo alcune ricostruzioni due, prima di esaurirsi da solo.
La cura fu peggiore del male
Qui arriva il passaggio che rende la storia difficile da dimenticare.
Le autorità cittadine si consultarono con i medici. La diagnosi dell’epoca fu che si trattasse di sangue surriscaldato, e la terapia indicata fu la più controintuitiva possibile: far ballare ancora di più.
Il consiglio comunale mise a disposizione musicisti. Aprì le sale delle corporazioni. Fece allestire uno spazio dedicato ai danzatori.
L’idea era che l’unico modo per liberarsene fosse arrivare allo sfinimento. Secondo lo storico John Waller, autore della ricostruzione più accreditata, il risultato fu opposto: la città stava di fatto comunicando ai propri abitanti che il fenomeno era reale, che si manifestava ballando e che ballare era la risposta.
I morti che nessuno ha contato
Su questo punto va fatta una precisazione, perché circola molta approssimazione.
Diverse ricostruzioni parlano di persone morte per infarto, ictus o sfinimento. Alcune arrivano a quantificare le vittime.
Il problema è che tutte le fonti che riportano decessi sono posteriori ai fatti. Nelle cronache coeve non c’è un conteggio. Waller considera i morti plausibili, dato quanto a lungo e quanto violentemente si protrasse il fenomeno, ma il numero esatto resta ignoto.
La versione più onesta non è che gli archivi dimostrino un numero preciso di vittime. È che l’episodio durò abbastanza a lungo perché i cronisti successivi lo ricordassero come mortale.
L’ipotesi del pane avvelenato e perché non regge
La spiegazione a cui la mente moderna corre per prima è chimica.
Nel Novecento alcuni studiosi ipotizzarono l’ergotismo, l’avvelenamento da segale cornuta. Il fungo Claviceps purpurea cresce sui cereali umidi, soprattutto la segale, e produce composti psicoattivi capaci di provocare convulsioni e allucinazioni. La malattia era nota come fuoco di Sant’Antonio.
La teoria è stata però ridimensionata, e per tre motivi precisi.
Il primo: l’ergot restringe il flusso sanguigno verso le estremità. Chi ne è avvelenato non riesce a ballare per giorni consecutivi, semmai si indebolisce.
Il secondo: l’avvelenamento produce cancrena, con annerimento di braccia e gambe. A Strasburgo non risulta segnalato nulla del genere.
Il terzo: la segale non era l’alimento base in tutte le zone in cui furono registrati episodi di coreomania.
L’ipotesi che convince di più
L’interpretazione oggi più accreditata è quella della malattia psicogena di massa, cioè una forma di disturbo collettivo innescato da uno stress estremo.
Strasburgo nel 1518 non era un posto in cui stare bene. La città usciva da carestie ripetute, inondazioni, temperature anomale, epidemie di vaiolo e sifilide, e aveva conosciuto la peste bubbonica.
La popolazione era denutrita, provata e altamente suggestionabile. In quelle condizioni un disturbo individuale può diffondersi seguendo i codici culturali disponibili.
San Vito, il santo che faceva ballare
E il codice culturale, nella Strasburgo del Cinquecento, c’era già.
San Vito, martire cristiano e patrono dei ballerini e degli epilettici, era ritenuto capace sia di infliggere sia di togliere una maledizione della danza. Nella regione esistevano santuari a lui dedicati.
Episodi analoghi erano stati registrati in precedenza in Renania e nelle zone circostanti. Il copione, insomma, era noto: una persona poteva essere colpita dalla maledizione, e altri potevano seguirla.
I danzatori furono infine condotti proprio a un santuario di San Vito.
L’ipotesi minoritaria
Esiste una terza lettura, sostenuta dal sociologo statunitense Robert Bartholomew.
Secondo la sua ricostruzione i danzatori sarebbero stati aderenti a sette eretiche, e la danza un rito per attirare il favore divino.
È l’interpretazione meno seguita, ma continua a comparire nella letteratura sul tema.
Paracelso arrivò otto anni dopo
A occuparsi del caso fu anche uno dei nomi più noti della medicina rinascimentale.
Il medico e alchimista Paracelso visitò Strasburgo otto anni dopo i fatti e ne rimase affascinato. Ne scrisse nell’Opus Paramirum, ed è anche grazie a lui che il nome di Frau Troffea è arrivato fino a noi.
Cinque secoli dopo, la domanda resta aperta. Non sul se sia accaduto, perché le cronache concordano. Ma sul perché una città intera abbia deciso, per un mese, di non smettere di ballare.
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