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Sorelle recluse

Recluse per 24 anni in una stanza d’hotel: la vera storia delle sorelle Mayfield

Teresa Pitrola 2 mesi fa 0

C’è una vicenda, ambientata nella New York a cavallo tra Otto e Novecento, che ancora oggi lascia senza parole per la sua assurdità: quella di tre donne — ufficialmente due sorelle e una figlia — che scelsero di sparire dal mondo, rinchiudendosi per 24 anni in una suite d’albergo nel cuore di Manhattan. Una reclusione volontaria che si concluse solo nel 1931, quando una delle tre, ormai morente, costrinse le altre a chiedere aiuto.

Chi era davvero Ida Mayfield Wood

La protagonista principale della vicenda si chiamava Ida Mayfield Wood, ma il suo vero nome era un altro: nata Ellen Walsh da immigrati irlandesi e cresciuta in Massachusetts, la donna si era reinventata completamente da giovanissima. Da ragazza sosteneva di discendere da un ricco piantatore di canna da zucchero della Louisiana, Henry Mayfield, e da una madre appartenente alla nobile famiglia scozzese dei Crawford, un’origine aristocratica del tutto inventata, dato che non aveva mai nemmeno messo piede in quello Stato.

Fu proprio con questa identità fittizia che, giovanissima, riuscì a farsi notare dal deputato e editore newyorkese Benjamin Wood, avviando con lui una relazione durata circa dieci anni prima del matrimonio, celebrato nel 1867. Attraverso questo legame, Ida entrò a far parte dell’alta società di New York: frequentò eventi mondani ed ebbe modo persino di ballare con il Principe di Galles e di incontrare Abraham Lincoln, allora presidente eletto.

Da regina dei salotti a reclusa

Il destino di Ida cambiò radicalmente dopo la morte del marito, avvenuta nel 1900, e con il progressivo assottigliarsi del suo patrimonio. Nel 1907 la donna prese una decisione tanto drastica quanto definitiva: chiuse il proprio conto in banca, ritirando quasi un milione di dollari in contanti (una cifra equivalente a decine di milioni di dollari attuali), e si trasferì in una suite di due stanze dell’Herald Square Hotel, insieme alla sorella Mary Mayfield e a Emma, la donna che tutti conoscevano come sua figlia ma che in realtà era un’altra sorella.

Da quel momento, le tre donne interruppero praticamente ogni contatto con il mondo esterno, comprese le persone impiegate nell’hotel stesso: non permettevano nemmeno alle cameriere di entrare per pulire le stanze. Le ragioni di questa scelta restano in parte avvolte nel mistero, ma gli studiosi che si sono occupati della vicenda concordano su alcuni fattori concomitanti: la paura della povertà dopo aver conosciuto il lusso, il terrore che la vera identità di Ida — costruita su una menzogna durata decenni — potesse venire a galla, e probabilmente anche un progressivo isolamento sociale legato all’età e alla diffidenza verso l’esterno, che con il tempo si trasformò in una forma di reclusione quasi patologica.

Oltre vent’anni di silenzio dietro una porta chiusa

Per oltre due decenni, nessuno seppe più nulla delle tre donne. Non uscivano, non ricevevano visite, non comunicavano con nessuno se non tra loro. La suite si trasformò gradualmente in un piccolo mondo autosufficiente e caotico: una cucina improvvisata venne allestita persino nel piccolo bagno della stanza. Nel 1928, la prima delle tre a morire fu Emma, all’età di 71 anni, in ospedale.

Ida e Mary continuarono a vivere isolate ancora per tre anni, fino a quando, il 5 maggio 1931, le condizioni di salute di Mary peggiorarono drasticamente, costringendo finalmente Ida a chiedere aiuto e ad aprire quella porta rimasta chiusa per 24 anni.

L’aspetto fisico e il carattere di Ida

Quando gli estranei entrarono finalmente nella suite, si trovarono davanti una donna anziana, ormai novantatreenne, piegata dall’artrosi e ridotta a un peso di poco superiore ai 30 chili. Nonostante il fisico fragile e gli anni di isolamento, il suo viso conservava ancora tracce dell’antica bellezza: una carnagione chiara e priva di rughe, che secondo i racconti dell’epoca doveva molto alle lunghe sessioni quotidiane di massaggio con la vaselina. Erano invece anni che non faceva un bagno.

Del suo carattere emergono i tratti di una donna intelligente, calcolatrice e capace di reinventarsi con determinazione — qualità che le avevano permesso, da giovane, di risalire la scala sociale partendo da origini umilissime — ma che negli ultimi decenni di vita si erano trasformate in un’ossessiva diffidenza verso il mondo esterno.

La fine della reclusione

La morte di Mary, il 5 maggio 1931, segnò la fine della lunga reclusione. Il corpo della donna venne trovato disteso su un divano, coperto da un lenzuolo. Ad accorrere nella stanza furono il direttore dell’hotel, un medico, un becchino e infine due avvocati, chiamati per fare chiarezza sulla situazione. Ciò che trovarono li lasciò sbalorditi: la suite era stipata di pile di vecchi giornali ingialliti, grandi bauli e centinaia di scatole di cracker accumulate nel corso degli anni.

Ida Mayfield Wood sopravvisse alla sorella meno di un anno: morì il 12 marzo 1932, all’età di 93 anni, dopo aver finalmente rivelato al mondo, negli ultimi mesi di vita, i segreti di un’esistenza costruita quasi interamente sulla finzione. Fu sepolta al Calvary Cemetery di Woodside, a New York.

Un’eredità inaspettata

A rendere la vicenda ancora più incredibile fu ciò che emerse dopo la sua morte: nonostante l’apparente povertà in cui le tre donne sembravano vivere, tra gli effetti personali di Ida vennero ritrovati contanti e titoli per un valore considerevole, frutto proprio di quel milione di dollari ritirato dalla banca nel 1907 e mai più speso. Un’eredità che scatenò anni di battaglie legali tra decine di presunti parenti, desiderosi di rivendicare un pezzo della fortuna nascosta per decenni dietro la porta della stanza 552 dell’Herald Square Hotel.

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