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Giapponese: le 3 parole per dire “io” e cosa rivela la scelta sbagliata

Cose dell'Altro Mondo 2 mesi fa 0

In giapponese la parola “io” non esiste. O meglio: esistono almeno una decina di modi per dirla, ognuno con un utilizzo preciso, e sceglierne uno a caso equivale a mandare un segnale su chi sei, quanti anni hai, con chi credi di stare parlando e quanto rispetti il tuo interlocutore. Un errore in questo sistema può risultare buffo, imbarazzante o direttamente scortese — a seconda del contesto. I giapponesi stessi lo commettono, al punto che esiste un termine specifico per l’eccesso di formalità sbagliata: kajō keigo, la “corruzione del linguaggio onorifico”.

Per chi ha imparato che in italiano “io” è “io”, indipendentemente da tutto, l’idea che una sola sillaba possa rivelare la tua posizione sociale, il tuo genere, il tuo stato d’animo e il tuo rapporto con chi ti ascolta è già abbastanza sorprendente. Eppure è esattamente quello che accade, ogni giorno, nelle strade, negli uffici e nelle case del Giappone.

Tre parole, tre mondi diversi

Il pronome più conosciuto è watashi (私). È quello che si insegna per primo nei corsi di giapponese, perché è il più sicuro: formale, neutro, usabile in quasi tutti i contesti. Le donne lo usano sia in situazioni formali che informali; gli uomini lo riservano principalmente ai contesti lavorativi o ai rapporti con persone poco conosciute. Secondo i dati disponibili sull’uso dei pronomi, circa il 70% delle donne giapponesi usa watashi regolarmente, mentre tra gli uomini la percentuale scende al 30%.

Questo perché gli uomini, nelle situazioni informali, usano quasi sempre altro. Il candidato più comune è boku (僕), pronome maschile che segnala un registro intermedio: non c’è la distanza formale del watashi, ma nemmeno la familiarità estrema della terza opzione. Boku è la scelta di chi vuole essere amichevole senza abbassare completamente le difese. Vale la pena sapere che il kanji con cui si scrive aveva in origine il significato di “servo” — un dettaglio che spiega perché la parola abbia una sfumatura di umiltà che watashi non possiede.

Poi c’è ore (俺). E qui le cose si complicano.

Ore è la forma più informale e, per molti aspetti, più maschile. Lo usano gli uomini adulti con gli amici intimi, in famiglia, in contesti dove la gerarchia è del tutto assente o abbondantemente ignorata. Il problema — e questo è il punto dove il sistema si fa veramente interessante — è che ore suona arrogante, brusco, quasi aggressivo fuori da quei contesti ristretti. Usarlo in ufficio, in un colloquio, con una persona appena conosciuta o con un superiore non è un semplice errore grammaticale: è come alzare la voce o appoggiarsi allo schienale quando qualcuno ti sta parlando.

I dati sull’uso tra studenti universitari raccontano qualcosa di preciso: il 76% dei ragazzi usa ore come pronome principale nella vita quotidiana. Ma quella percentuale crolla nel momento in cui parlano con un professore o con qualcuno di status superiore, e lì torna boku o direttamente watashi.


PronomeScritturaChi lo usaQuandoRischio se usato male
WatashiEntrambi i sessiFormale, neutroPuò sembrare distaccato in contesti molto informali
BokuUomini (e bambini)Informale-medioSe usato da una donna adulta, può sorprendere
OreUomini adultiMolto informalePercepito come arrogante o maleducato fuori dal contesto giusto
AtashiあたしDonneInformaleSuona strano o affettato detto da un uomo
WatakushiわたくしEntrambiCerimonie, documenti ufficialiFuori luogo in conversazione normale

Nota: i pronomi giapponesi sono tecnicamente sostantivi, non pronomi in senso grammaticale stretto. Il sistema è molto più ampio di quanto mostrato — esistono almeno una decina di varianti, alcune dialettali, alcune arcaiche, alcune riservate agli anziani.

Quando la prima persona incontra la gerarchia

Quella dei pronomi è solo la superficie. Sotto c’è un sistema molto più vasto che i giapponesi chiamano keigo (敬語), letteralmente “lingua di rispetto”. Il keigo non riguarda solo come ci si riferisce a sé stessi, ma cambia l’intera struttura del discorso — i verbi, i prefissi, le desinenze, il vocabolario — a seconda di chi si ha davanti.

Esistono tre livelli principali. Il teineigo è la forma cortese di base, quella con le desinenze -masu e -desu, simile concettualmente al “lei” dell’italiano. Il sonkeigo serve a “innalzare” l’interlocutore, a parlare di lui con verbi e forme che ne enfatizzano lo status. Il kenjōgo fa l’opposto: abbassa il parlante, che usa forme umili per riferirsi alle proprie azioni, creando per contrasto un effetto di elevazione nell’altro. Il verbo “andare”, in giapponese ordinario iku, diventa il più umile mairu quando si usa il kenjōgo.

La difficoltà non sta nell’imparare le forme. Sta nel capire quando applicarle. Non basta sapere che una persona ha uno status superiore: bisogna valutare se è “dentro” o “fuori” dal proprio gruppo (uchi vs soto), se il contesto è formale o informale, se la gerarchia è verticale o orizzontale. Studi accademici sull’argomento — tra cui quello di Francesco Vitucci e Stefano Lo Cigno pubblicato sulla rivista LEND. Lingua e Nuova Didattica nel 2022 — sottolineano che i giapponesi stessi commettono spesso errori di keigo, al punto che il fenomeno ha un nome: keigo no midare, la “corruzione del keigo”.

La parola che rivela anche il genere

Un aspetto che sfugge quasi completamente nelle traduzioni italiane di manga, anime o letteratura giapponese è che la scelta del pronome rivela anche il genere del parlante — e che questo ha conseguenze sociali reali.

Una donna adulta che usa boku comunica qualcosa di preciso: un carattere ribelle, anticonvenzionale, volutamente distante dalla femminilità attesa. Non è un errore, ma è un segnale. Nei personaggi dei videogiochi e degli anime, la scelta del pronome è un elemento di costruzione del carattere tanto quanto il timbro della voce. In giapponese, sapere quale parola usa un personaggio per riferirsi a sé stesso già prima che apra bocca su qualsiasi altro argomento.

Questo spiega anche perché i sottotitoli e i doppiaggi in italiano di produzioni giapponesi perdano quasi sempre una quantità enorme di informazioni: dove il testo originale usa ore e comunica immediatamente mascolinità marcata, informalità e confidenza, la versione italiana dice semplicemente “io”. Senza aggiunte, senza sfumature, senza il peso sociale che quella sillaba porta con sé nell’originale.

Cosa succede davvero quando si sbaglia

La risposta breve è: dipende. Tra stranieri che imparano il giapponese, gli errori di pronome sono attesi e spesso perdonati. Tra madrelingua, la situazione cambia. Usare ore con un superiore durante una riunione di lavoro non è paragonabile a un insulto diretto, ma segnala — chiaramente — che si ignora o si disconosce la gerarchia in corso. In un sistema sociale dove la gerarchia si comunica continuamente e con grande precisione, ignorarla linguisticamente non passa inosservato.

L’eccesso funziona allo stesso modo. Usare watakushi — la forma più formale in assoluto, oggi quasi in disuso — in una conversazione normale tra colleghi suona anacronistico o esageratamente distaccato, quasi come se qualcuno rispondesse a un messaggio su WhatsApp con una lettera formale firmata in calce. Il sistema funziona come un sensore continuo: troppo informale, troppo formale, entrambe le direzioni sbagliate segnalano la stessa cosa — che non si padroneggia il codice.

Quante parole esistono davvero per dire “io” in giapponese?

Almeno una decina, tra varianti standard e regionali. Le più usate nella vita quotidiana sono cinque: watashi, watakushi, boku, ore e atashi. Esistono poi forme arcaiche come sessha (usata dai samurai), washi (tipica degli anziani nei dialetti regionali) e maro, pronome del periodo Heian praticamente scomparso dalla lingua parlata.

Perché in italiano le traduzioni dal giapponese sembrano sempre piatte?

Perché il sistema dei pronomi giapponesi trasmette informazioni su genere, età, status sociale e rapporto tra gli interlocutori che in italiano non hanno equivalenti diretti. Dove l’originale usa ore e comunica mascolinità marcata e informalità assoluta, la traduzione scrive semplicemente “io”. Un livello intero di caratterizzazione del personaggio — e di contesto sociale — viene perso nella conversione.

Il keigo viene insegnato a scuola in Giappone?

Sì. Il keigo fa parte del curriculum scolastico giapponese, ma la sua padronanza completa richiede anni di esposizione nei contesti reali. Anche i madrelingua adulti commettono errori frequenti, al punto che il fenomeno ha un nome — keigo no midare — e viene studiato da linguisti come segnale di evoluzione (o “corruzione”) della lingua in relazione ai cambiamenti sociali.

La scelta del pronome cambia anche tra regioni giapponesi?

Sì. Il pronome uchi (うち), che significa letteralmente “interno” o “casa”, è usato soprattutto nel dialetto del Kansai — l’area di Osaka e Kyoto — come equivalente informale di watashi al femminile. Esistono altre varianti dialettali nel Kanto e nel nord del paese. Ascoltare il pronome usato da qualcuno può quindi rivelare anche l’origine geografica del parlante.

Un uomo straniero che studia giapponese quale pronome dovrebbe usare?

Watashi è la scelta più sicura in qualsiasi contesto. Boku è accettabile in situazioni informali. Ore andrebbe evitato salvo contesti di estrema familiarità: per un non madrelingua, usarlo nel momento sbagliato rischia di risultare arrogante senza che il parlante se ne renda conto, poiché mancano le sfumature contestuali necessarie per calibrarne l’uso correttamente.

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