Non riuscire più a sentire il profumo del caffè al mattino, confondere l’odore del limone con quello dell’arancia, non accorgersi del gas lasciato acceso. Sono piccoli segnali che spesso attribuiamo all’età o a un raffreddore trascurato. Eppure, secondo un numero crescente di studi, potrebbero dire molto sullo stato di salute del cervello.
È questa l’ipotesi al centro delle ricerche condotte all’Università di Cagliari dalla professoressa Carla Masala, docente del dipartimento di Scienze Biomediche, che da anni studia il rapporto tra i sistemi sensoriali e i cambiamenti legati all’invecchiamento. L’obiettivo è capire se le alterazioni dell’olfatto possano aiutare a individuare per tempo situazioni di rischio cognitivo, prima che compaiano sintomi più gravi e difficili da contrastare.
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Il laboratorio di Monserrato e i test sugli odori
Il lavoro si svolge nella Cittadella universitaria di Monserrato, alle porte di Cagliari. Lo strumento principale è il cosiddetto Sniffin’ Sticks: una serie di pennarelli impregnati di sostanze odorose, ideato in Germania negli anni Novanta e oggi utilizzato in tutto il mondo. Il test misura tre capacità distinte: la soglia, cioè la concentrazione minima alla quale si percepisce un odore; la discriminazione, ovvero la capacità di distinguere odori diversi; e l’identificazione, cioè il saper riconoscere e dare un nome a un odore comune. La somma dei tre punteggi restituisce un indice complessivo della funzione olfattiva.

Il quadro emerso dalle ricerche cagliaritane è chiaro. In uno degli studi più recenti, pubblicato a marzo 2026 sulla rivista Nutrients, il gruppo ha esaminato 402 persone tra i 18 e gli 86 anni, valutando olfatto, gusto e capacità cognitive come attenzione, memoria, linguaggio e funzioni visuospaziali ed esecutive. Il dato più eloquente riguarda gli over 60: in questa fascia d’età l’anosmia, cioè la perdita totale dell’olfatto, ha raggiunto il 20,7%, mentre oltre la metà dei partecipanti, il 54%, mostrava un’iposmia, ovvero una riduzione della capacità olfattiva.
Perché la capacità di riconoscere gli odori è importante
Con il passare degli anni la sensibilità olfattiva tende fisiologicamente a diminuire. Le cause sono molteplici: secondo la letteratura scientifica citata dagli stessi ricercatori sardi, con l’età si riducono i recettori olfattivi e i processi di rigenerazione dei neuroni, mentre aumenta l’esposizione accumulata ad agenti ambientali tossici.
La domanda a cui il gruppo della professoressa Masala cerca di rispondere è quanto questa riduzione sia legata ai cambiamenti che coinvolgono le funzioni cerebrali. I risultati vanno in una direzione precisa: secondo lo studio del 2026, la funzione olfattiva potrebbe essere un potenziale indicatore precoce di disturbi dell’attenzione, della memoria, del linguaggio e delle funzioni visuospaziali ed esecutive. Tra le diverse componenti dell’olfatto, è soprattutto l’identificazione degli odori a mostrare il legame più forte con le prestazioni cognitive.
Il motivo ha una base anatomica. Le aree del cervello coinvolte nel riconoscimento degli odori e quelle legate alle abilità cognitive condividono percorsi comuni, che passano per la corteccia orbitofrontale, l’ippocampo e l’amigdala. Per questo, concludono i ricercatori, combinare test olfattivi e valutazioni cognitive potrebbe aiutare a individuare le persone più esposte al rischio di declino. L’obiettivo di lungo periodo è identificare possibili biomarcatori, ossia indicatori biologici capaci di segnalare alterazioni cognitive nelle loro fasi iniziali.
Le ricerche hanno toccato anche aspetti meno immediati. Uno studio precedente del gruppo, pubblicato su Frontiers in Neuroscience, aveva rilevato che il declino cognitivo legato all’età e il deficit nell’identificazione degli odori risultano associati a livelli più elevati di depressione.
Il fronte del Parkinson: gli studi sui pazienti sardi
Accanto all’invecchiamento fisiologico, l’olfatto viene studiato in relazione a malattie neurodegenerative come l’Alzheimer e, soprattutto, il Parkinson. In questo campo la professoressa Masala ha firmato diversi lavori in collaborazione con neurologi sardi e con il gruppo del professor Thomas Hummel, il ricercatore tedesco che ha ideato lo Sniffin’ Sticks.
In uno di questi studi, pubblicato sul Journal of Neurology, i ricercatori sottolineano che il deficit olfattivo è considerato il sintomo non motorio più comune del Parkinson e che può precedere di anni la comparsa di tremori e rigidità. Altri lavori hanno esplorato differenze più sottili: in una ricerca presentata al congresso internazionale della Movement Disorder Society, il gruppo ha individuato una differenza di genere nei disturbi olfattivi dei pazienti sardi, con una compromissione più severa negli uomini. Uno studio pilota ha invece rilevato una disfunzione olfattiva più marcata nei pazienti con la forma acinetico-rigida della malattia rispetto a quelli in cui prevale il tremore.
Non solo olfatto: il ruolo del gusto
Le indagini dell’Università di Cagliari non si fermano al naso. I ricercatori analizzano anche il sistema gustativo, che contribuisce alla percezione degli stimoli e interagisce strettamente con il riconoscimento degli odori: basta pensare a come un forte raffreddore renda insapore anche il piatto più elaborato e gustoso.
Per misurare il gusto viene utilizzato il test delle Taste Strips, strisce di carta impregnate di dolce, salato, acido e amaro a diverse concentrazioni. I dati raccolti mostrano che il gusto declina con l’età in modo diverso dall’olfatto: negli over 60 calano in modo significativo soltanto la percezione del dolce e quella dell’acido. È emerso anche un legame tra la sensibilità all’acido e le capacità cognitive, sebbene più debole di quello osservato per l’olfatto.
Un altro filone si è concentrato sulla popolazione femminile. In uno studio presentato al congresso dell’Associazione italiana di psicologia nel 2024, il gruppo ha esaminato 319 donne tra i 18 e i 92 anni, confermando che gusto, olfatto e funzioni cognitive diminuiscono con l’età, ma con modalità diverse.
Rosmarino e carvi: la ricerca sugli oli essenziali
C’è poi un terzo filone di ricerca, sviluppato in collaborazione con la professoressa Antonella Rosa, dedicato agli estratti naturali e agli oli essenziali. Gli studiosi stanno esaminando le loro possibili interazioni con la stimolazione olfattiva e con le funzioni cerebrali.
Nello studio del 2026 sono stati analizzati due oli in particolare: quello di rosmarino, pianta tipica della macchia mediterranea, e quello di carvi, una spezia simile al cumino molto diffusa nella cucina del Nord Europa. Entrambi contengono sostanze come l’1,8-cineolo, il limonene e il carvone, che stimolano non solo l’olfatto ma anche il nervo trigemino, responsabile di sensazioni come il fresco o il pungente.

Il risultato più interessante è che entrambi gli oli venivano percepiti senza un calo significativo di gradevolezza, intensità e familiarità con l’avanzare dell’età. Secondo i ricercatori, questo apre la strada a futuri studi sull’uso degli oli essenziali come strategia per promuovere un invecchiamento sano. Gli stessi autori, però, invitano alla cautela: si tratta di uno studio trasversale, con un campione ridotto per la parte dedicata agli oli, e serviranno ricerche a lungo termine per verificare un effetto reale sulle capacità cognitive.
Un campanello d’allarme e non una diagnosi
Su un punto i ricercatori sono netti: una riduzione dell’olfatto non equivale a una diagnosi di malattia neurodegenerativa. Le cause più frequenti dei disturbi olfattivi restano infatti le infezioni delle vie respiratorie superiori, le malattie dei seni nasali, i traumi cranici e le riniti allergiche, come ricordato già nei primi lavori del gruppo cagliaritano. Negli ultimi anni anche il Covid-19 ha lasciato a molte persone un olfatto alterato senza che questo avesse alcun legame con il declino cognitivo.
La comunità scientifica internazionale condivide questa prudenza. Una revisione sistematica dell’Università del Michigan, pubblicata su The Laryngoscope, ha concluso che esistono prove di un’associazione tra perdita dell’olfatto e demenza di Alzheimer, ma non ancora sufficienti per considerarla un predittore affidabile della malattia. Il test olfattivo, insomma, è un possibile tassello in un percorso più ampio di valutazione, non una sentenza.
Dalle Hawaii a Chicago: gli studi analoghi nel mondo
La ricerca di Cagliari si inserisce in un filone scientifico che ha radici lontane e coinvolge alcuni dei più importanti centri di ricerca del mondo.
Uno degli studi pionieristici sul Parkinson è stato condotto alle Hawaii, nell’ambito dell’Honolulu-Asia Aging Study. Il gruppo guidato dal neurologo G. Webster Ross ha sottoposto a test olfattivi 2.267 uomini di origine giapponese, seguendoli fino a otto anni. Pubblicati nel 2008 sugli Annals of Neurology, i risultati hanno mostrato che il deficit olfattivo può precedere di almeno quattro anni la diagnosi di Parkinson, con un rischio circa cinque volte più alto per chi aveva i punteggi peggiori.
Sul fronte delle demenze, uno dei lavori più citati arriva dall’Università di Chicago. Il team del professor Jayant M. Pinto ha seguito quasi 3.000 adulti tra i 57 e gli 85 anni: chi non riusciva a riconoscere almeno quattro odori su cinque aveva più del doppio delle probabilità di sviluppare demenza nei cinque anni successivi. Lo stesso Pinto ha precisato che il test, più che una diagnosi, serve a “segnalare qualcuno a cui prestare maggiore attenzione”.
Risultati simili sono arrivati dall’Università della California a San Francisco, dove la professoressa Kristine Yaffe ha guidato uno studio su oltre 2.400 anziani bianchi e afroamericani: chi otteneva risultati scarsi in un test di identificazione di dodici odori aveva un rischio di demenza da due a tre volte più alto nove anni dopo. Negli Stati Uniti, inoltre, l’Harvard Aging Brain Study ha messo in relazione i test olfattivi con la risonanza magnetica e con la PET per misurare l’accumulo di amiloide, la proteina associata all’Alzheimer, in persone cognitivamente sane.
Le ricerche più recenti puntano a rendere questi test accessibili a tutti. Nel marzo 2025 un gruppo del Massachusetts General Hospital, guidato dal neurologo Mark Albers, ha presentato su Scientific Reports un test olfattivo da eseguire a casa, l’AROMHA Brain Health Test, rilevando i punteggi più bassi nelle persone con lieve deterioramento cognitivo. Va segnalato che Albers ha contribuito a fondare l’azienda che produce il test.
Sul Parkinson, infine, sono in corso grandi progetti internazionali. La Parkinson’s Progression Markers Initiative, sostenuta dalla Fondazione Michael J. Fox, ha reclutato persone over 60 con un olfatto ridotto per studiare i segnali della malattia prima della comparsa dei sintomi motori. Nel Regno Unito, lo studio PREDICT-PD, finanziato da Parkinson’s UK, indaga il rapporto tra la perdita inspiegata dell’olfatto e il futuro sviluppo della malattia.
Sullo sfondo resta il contributo della scuola tedesca di Dresda guidata da Thomas Hummel, che ha fornito al mondo lo strumento oggi più usato per misurare l’olfatto, lo stesso adottato nei laboratori di Cagliari.
È in questa rete globale di ricerche che si colloca il lavoro di Carla Masala e del suo gruppo: un contributo che parte dalla Sardegna e prova ad aggiungere un tassello a una delle sfide più grandi della medicina contemporanea, cioè riconoscere il declino del cervello quando c’è ancora tempo per intervenire.
Domande frequenti
Perdere l’olfatto è un segnale di Alzheimer o Parkinson?
Può esserlo, ma non sempre. Diversi studi collegano un olfatto ridotto a un rischio maggiore di declino cognitivo e di malattie neurodegenerative. Le cause più frequenti restano però infezioni respiratorie, sinusiti, riniti allergiche e traumi cranici. Un olfatto ridotto non equivale a una diagnosi.
Cosa studia l’Università di Cagliari sull’olfatto?
Il gruppo della professoressa Carla Masala, al dipartimento di Scienze Biomediche, analizza il rapporto tra olfatto, gusto e funzioni cognitive durante l’invecchiamento. L’obiettivo è individuare possibili biomarcatori per riconoscere precocemente il rischio di declino cognitivo.
Come si misura l’olfatto?
Con test come lo Sniffin’ Sticks, una serie di pennarelli odorosi che valuta tre capacità: la soglia di percezione, la discriminazione tra odori diversi e l’identificazione di odori comuni.
Quanto è diffusa la perdita dell’olfatto negli anziani?
Nello studio cagliaritano su 402 persone, pubblicato nel 2026, oltre il 20% degli over 60 presentava anosmia, cioè perdita totale dell’olfatto, e più della metà un’iposmia, cioè una riduzione della capacità olfattiva.
Gli oli essenziali possono aiutare il cervello?
È un’ipotesi ancora da verificare. A Cagliari sono stati studiati gli oli di rosmarino e carvi, che vengono percepiti bene anche con l’avanzare dell’età. Secondo i ricercatori, serviranno studi a lungo termine per capire se abbiano effetti reali sulle capacità cognitive.
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