Margaret Hamilton, la pioniera dell’informatica che guidò al Mit lo sviluppo del software di bordo delle missioni Apollo è morta il 30 settembre a 90 anni. La notizia è stata resa nota dal Massachusetts Institute of Technology, l’istituto dove lavorò dal 1959 alla metà degli anni Settanta. In seguito divenne un’imprenditrice di successo nel settore informatico. Nella sua carriera firmò oltre 130 pubblicazioni e contribuì a fare dell’ingegneria del software una disciplina autonoma.
Il ricordo più sentito è quello di Olivier de Weck, direttore ad interim del dipartimento di Aeronautica e Astronautica del Mit: “Dire che Margaret Hamilton è stata una pioniera, che era in anticipo sui tempi, sarebbe un eufemismo clamoroso”. De Weck ha aggiunto che la sua è stata una carriera dedicata a prevenire gli errori e a quella che lei chiamava “gestione dell’ignoto”.
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Una cerimonia commemorativa si terrà in primavera a Cambridge, in Massachusetts, con la partecipazione della famiglia: la figlia Lauren, il genero Richard Selesnick, due nipoti, quattro pronipoti e i fratelli John, David e Kathryn.
Dall’Indiana a Boston
Margaret Hamilton nacque a Paoli, nell’Indiana, il 17 agosto 1936. Nel 1955 iniziò a studiare matematica all’Università del Michigan, poi si trasferì all’Earlham College, dove nel 1958 si laureò in matematica con una specializzazione in filosofia. L’anno successivo si spostò a Boston con il marito, che frequentava la facoltà di legge di Harvard.
L’ingresso nel mondo della programmazione avvenne quasi per caso, con un impiego temporaneo al dipartimento di meteorologia del Mit. Lì lavorò con il professor Edward Lorenz su un software per le previsioni del tempo. Quel lavoro contribuì alle successive pubblicazioni di Lorenz sulla teoria del caos, quella del celebre “effetto farfalla”.
Nel 1961 passò al Lincoln Laboratory del Mit, dove scrisse software per il progetto SAGE, il primo sistema computerizzato di difesa aerea degli Stati Uniti, pensato per individuare velivoli ostili. È in questi anni che iniziò a interessarsi all’affidabilità del software, un concetto allora quasi inesplorato.
L’annuncio sul giornale: “Mandare l’uomo sulla Luna”
La svolta arrivò nel 1965. Hamilton si preparava a riprendere gli studi quando il marito vide un annuncio sul giornale: l’Instrumentation Lab del Mit cercava persone per sviluppare il software che avrebbe portato l’uomo sulla Luna. Il laboratorio aveva vinto il contratto della Nasa per il software di bordo del programma Apollo. Hamilton fece domanda e fu assunta come prima programmatrice del progetto al Mit, e anche come prima donna.

Lavorò prima sul software delle missioni senza equipaggio, poi passò a guidare il team che sviluppava quello delle missioni con astronauti a bordo. Nel 1968 era vicedirettrice responsabile del team del modulo di comando. A quel punto sul software Apollo lavoravano più di 400 persone, mentre il nucleo di ingegneri da lei diretto contava un centinaio di persone.
C’era anche la sfida delle macchine. I due computer di bordo, uno nel modulo di comando e uno nel modulo lunare, pesavano circa 32 chili ciascuno ma avevano appena 72 kilobyte di memoria, una minima parte di quella di un normale smartphone.

L’allarme 1202: tre minuti che cambiarono la storia
La sfida più celebre arrivò il 20 luglio 1969. Pochi minuti prima che il modulo lunare Eagle toccasse il suolo, il computer di bordo lanciò l’allarme 1202: era sovraccarico e rischiava di non riuscire a gestire la complessa procedura di atterraggio. Il radar di rendezvous, lasciato acceso come previsto in caso di interruzione della missione, stava inondando il computer di dati inutili per la discesa.
Neil Armstrong e Buzz Aldrin erano a un passo dall’abort. Il team di Hamilton, però, aveva progettato un software basato sulle priorità: il programma accantonò i compiti secondari per concentrare tutte le risorse su quelli vitali per l’allunaggio. Houston si fidò del software e diede il via libera. Poco dopo due uomini camminarono per la prima volta sulla Luna.
La Nasa ha sintetizzato così quell’intervento: il software “ha permesso alla missione di proseguire in sicurezza”. Il principio di gestire i compiti per priorità resta ancora oggi centrale in quasi tutti i sistemi informatici.
“Ingegneria del software”, una definizione che all’inizio faceva ridere
Hamilton combatté per anni perché il software fosse riconosciuto come una vera disciplina. “Ho lottato per dare legittimità al software”, raccontò nel 2018 a El País. Per questo iniziò a usare l’espressione “ingegneria del software”, per distinguerla dall’ingegneria dell’hardware.
All’inizio l’idea fu accolta con ironia. Hamilton stessa ricordava che la definizione era considerata piuttosto divertente e che per molto tempo i colleghi la prendevano in giro per le sue idee radicali. Alla fine, però, il software ottenne lo stesso rispetto delle altre discipline.
La seconda vita da imprenditrice
Finito il programma Apollo, l’Instrumentation Lab si staccò dal Mit e divenne l’attuale Draper Laboratory. Hamilton fu consulente della Nasa anche per i programmi Skylab e Space Shuttle, poi passò al settore privato.
Nel 1976 fondò la sua prima azienda, Higher Order Software, basata sulla prevenzione degli errori e sulla tolleranza ai guasti. Dieci anni dopo creò Hamilton Technologies, il cui prodotto di punta è l’Universal Systems Language (USL). È un linguaggio per progettare sistemi software complessi che punta a eliminare gli errori fin dalla fase di progettazione.
Tra i tanti riconoscimenti spicca la Presidential Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile americana, consegnata da Barack Obama nel novembre 2016. La motivazione ricordava che la sua architettura software aveva portato a “passi da gigante per l’umanità”. Ricevette anche il Nasa Exceptional Space Act Award nel 2003, il Computer History Museum Fellow Award nel 2017 e nel 2022 entrò nella National Aviation Hall of Fame.

Le curiosità e gli aspetti meno noti
Dietro la scienziata c’è una storia personale ricca di dettagli sorprendenti.

- Il “bug di Lauren”: l’aneddoto più famoso riguarda la figlia. Hamilton la portava spesso con sé in laboratorio la sera e nei fine settimana, in un’epoca in cui una madre lavoratrice era guardata con sospetto. Un giorno Lauren, che aveva quattro anni, giocando con il simulatore del modulo di comando avviò per sbaglio il programma pre-lancio P01 durante un volo simulato, mandando in crash tutto il sistema. Hamilton propose subito una protezione nel software, ma le fu negata: gli astronauti, le dissero, erano troppo addestrati per commettere un errore simile. Nel 1968, durante la missione Apollo 8, l’astronauta Jim Lovell fece esattamente quello, cancellando i dati di navigazione. Il team di Hamilton fu chiamato a risolvere il problema e da allora le sue modifiche entrarono nel programma. È considerato uno dei primi esempi di programmazione “difensiva”, quella che prevede l’errore umano invece di ignorarlo.
- Il programma con i commenti in latino e greco: al Lincoln Lab ai nuovi arrivati veniva affidato, quasi come un rito d’iniziazione, un programma considerato impossibile, pieno di commenti scritti in greco e latino dal suo autore. Hamilton fu la prima a farlo funzionare.
- La foto più famosa: l’immagine che l’ha resa un’icona la ritrae nel 1969 accanto a una pila di tabulati alta quanto lei; cioè la stampa del codice del modulo lunare e del modulo di comando. Per decenni la foto rimase quasi dimenticata. Poi, negli anni Duemila, cominciò a circolare in rete e la trasformò in un simbolo per le donne pioniere nella scienza e nella tecnologia.
- Il codice su GitHub e i commenti ironici: nel 2015 l’intero software Apollo è stato pubblicato su GitHub, la piattaforma dove i programmatori condividono il codice. Gli appassionati vi hanno scoperto commenti sorprendentemente spiritosi lasciati dagli ingegneri, come “BURN, BABY, BURN” accanto alla routine di accensione del motore. Segno che anche nella corsa alla Luna c’era spazio per l’ironia.
- Il software “cucito a mano”: all’epoca il codice non si caricava su un disco. Veniva letteralmente tessuto nella cosiddetta core rope memory: operaie specializzate facevano passare a mano sottilissimi fili di rame attraverso minuscoli anelli magnetici. Un filo che passava dentro l’anello valeva 1, uno che passava fuori valeva 0.
- Una minifigure Lego: nel 2017 Hamilton è diventata un personaggio Lego, nel set “Women of NASA” ideato da Maia Weinstock, divulgatrice scientifica del Mit, insieme ad altre pioniere della Nasa.
- Il ricordo della figlia: Lauren l’ha descritta come una matematica appassionata di astrazione, sempre impegnata a capire come trasformare il pensiero in software. Al Boston Globe ha raccontato che la madre le aveva trasmesso fin da piccola l’idea di poter fare qualsiasi cosa, senza barriere di genere.
La sua eredità vive in ogni computer
Lo Smithsonian National Air and Space Museum ha sottolineato che Hamilton ha creato le basi logiche di molti sistemi critici con cui oggi si gestiscono le infrastrutture e che fanno funzionare in silenzio l’aerospazio moderno. Ogni volta che un programma gestisce un errore senza bloccarsi, o assegna priorità diverse alle operazioni, usa un’intuizione nata in quel laboratorio del Mit negli anni Sessanta.
La stessa Margaret Hamilton, guardando indietro, riassumeva così quella stagione: “Siamo stati le persone più fortunate del mondo. Non c’era altra scelta che essere pionieri”..
Domande frequenti
Chi era Margaret Hamilton?
Era un’informatica statunitense, nata a Paoli, nell’Indiana, nel 1936. Al Mit guidò il team che sviluppò il software di bordo delle missioni Apollo della Nasa ed è considerata una delle fondatrici dell’ingegneria del software.
Quando è morta Margaret Hamilton?
È morta il 30 settembre 2026, a 90 anni. Il Mit ha dato la notizia il 7 ottobre.
Che cosa fece durante l’allunaggio dell’Apollo 11?
Pochi minuti prima dell’atterraggio il computer del modulo lunare segnalò l’allarme 1202, perché era sovraccarico. Il software progettato dal suo team, basato sulle priorità, accantonò i compiti secondari e si concentrò su quelli vitali. Così la missione poté proseguire e Armstrong e Aldrin scesero sulla Luna.
Cos’è il “bug di Lauren”?
È l’errore provocato dalla figlia di Hamilton, Lauren, che a quattro anni mandò in crash il simulatore Apollo avviando per sbaglio un programma pre-lancio durante un volo simulato. Hamilton propose una protezione, ma le fu negata. Lo stesso errore lo commise poi l’astronauta Jim Lovell durante la missione Apollo 8.
Quali riconoscimenti ha ricevuto?
Tra i tanti, la Presidential Medal of Freedom consegnata da Barack Obama nel 2016, il Nasa Exceptional Space Act Award nel 2003 e l’ingresso nella National Aviation Hall of Fame nel 2022. Nel 2017 è diventata anche una minifigure Lego nel set “Women of NASA”.
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