Più di un americano su tre, a volte o sempre, va a dormire in un’altra stanza per non disturbare il partner, o per non essere disturbato. Tra i Millennials la quota sale al 43%. Lo rileva un sondaggio dell’American Academy of Sleep Medicine, la società scientifica statunitense di medicina del sonno. Il fenomeno ha anche un nome a effetto, «divorzio del sonno», che però non c’entra niente con la fine della coppia. Per molti è il modo di salvare la notte e, con lei, l’umore del giorno dopo.
In questo articolo
I numeri del divorzio del sonno
Il sondaggio dell’AASM è stato condotto online a marzo 2023 su 2.005 adulti statunitensi. Oltre un terzo ha dichiarato di dormire, occasionalmente o regolarmente, in una stanza diversa da quella del partner. Le differenze per età sono marcate:

- Millennials: 43%;
- Generazione X: 33%;
- Generazione Z: 28%;
- boomer: 22%.
Lo fanno anche più uomini (45%) che donne (25%). Il dato descrive un’abitudine diffusa, ma non dice se il fenomeno stia crescendo, perché il sondaggio fotografa un solo momento. Per l’Italia non esistono, al momento, rilevazioni paragonabili.
Secondo la pneumologa Seema Khosla, portavoce dell’AASM, l’espressione può sembrare dura, ma indica semplicemente persone che hanno deciso di dare priorità al sonno.
Perché il sonno condiviso può diventare un problema
Le ragioni più comuni sono note a chiunque abbia diviso il letto con qualcuno:
- il russare;
- orari diversi, perché uno è mattiniero e l’altro nottambulo;
- risvegli notturni, movimenti, luci dello smartphone e temperature diverse.
Il russare merita attenzione. Secondo Khosla, se è la causa della separazione conviene che il partner ne parli con un medico per escludere un’apnea ostruttiva del sonno, un disturbo che riguarda sia gli uomini sia le donne. In questi casi dormire in un’altra stanza risolve il problema di chi ascolta, non quello di chi russa.
Poi c’è l’effetto sul giorno dopo. Uno studio dell’Università della California a Berkeley, coordinato da Amie Gordon e Serena Chen, ha seguito le abitudini di sonno di oltre cento coppie. Il giorno dopo una notte dormita male, i partecipanti riferivano più conflitti con il partner, anche quelli che di solito dormivano bene. In laboratorio, le coppie che avevano riposato peggio provavano emozioni più negative durante una discussione. Facevano anche più fatica a capire le emozioni dell’altro e a risolvere il disaccordo.

Dormire separati ha un prezzo?
Qui la storia si complica. Uno studio pubblicato nel 2020 su Frontiers in Psychiatry, guidato da Henning Johannes Drews, ha registrato con la polisonnografia il sonno di 12 coppie giovani e sane, sia quando dormivano insieme sia quando dormivano da sole. Nelle notti condivise il sonno REM, la fase legata alla regolazione delle emozioni e alla memoria, era più abbondante e meno interrotto. I partner tendevano anche a sincronizzare le fasi del sonno, tanto più quanto più giudicavano importante la relazione. Si muovevano di più, ma la struttura del sonno restava invariata.

Il campione è piccolo, e gli stessi autori invitano a studiare anziani e persone con disturbi del sonno. Il risultato però è un contrappeso utile: per una coppia che dorme bene insieme, separarsi non è automaticamente un vantaggio.
Il compromesso: separati, ma non lontani
La scelta non deve essere tutto o niente. Molte coppie trovano soluzioni intermedie:
- Separarsi solo quando serve, per esempio nelle notti prima di un impegno importante o quando uno dei due è malato.
- Condividere il momento di andare a letto e spostarsi solo dopo, per mantenere un tempo di intimità.
- Letti o materassi separati nella stessa stanza, quando il problema sono i movimenti o la temperatura.
- Affrontare la causa: far valutare il russare, adattare gli orari, usare tappi per le orecchie o mascherine.
La parola più importante resta un’altra: parlarne. Una scelta presa insieme, per dormire meglio, è molto diversa da una porta chiusa per evitare l’altro.
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