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Interno del Pozzo di San Patrizio a Orvieto visto dall'alto, con la doppia scala elicoidale e le finestre ad arco scavate nel tufo

Pozzo di San Patrizio: perché diciamo così? La vera storia e la grotta che portava all’aldilà

Teresa Pitrola 2 settimane fa 0

“Mica sono il pozzo di San Patrizio!”. Quante volte l’abbiamo sentito dire da un genitore davanti all’ennesima richiesta di soldi, o letto in un editoriale sui conti pubblici? Sicuramente tante. Dietro questa espressione, così familiare da sembrare banale, si nasconde però una storia che attraversa l’Europa per quasi un millennio: parte da un’isola sperduta dell’Irlanda, passa per visioni medievali dell’aldilà, teatro spagnolo e poesia irlandese, e approda nel cuore dell’Umbria, in una delle opere di ingegneria più spettacolari del Rinascimento.

Cosa significa il modo di dire

In italiano “essere un pozzo di San Patrizio” indica una fonte di ricchezze, risorse o conoscenze apparentemente inesauribile. Lo si usa quasi sempre in chiave ironica o negativa, per ricordare che quella fonte in realtà non esiste: nessuno ha un pozzo senza fondo da cui attingere all’infinito. 

Curiosamente, però, all’origine del detto non c’erano né soldi né tesori, ma qualcosa di molto più inquietante: una voragine che conduceva nell’aldilà.

Il santo e la grotta dell’aldilà

San Patrizio, evangelizzatore dell’Irlanda vissuto nel V secolo, è il protagonista di una leggenda nata diversi secoli dopo la sua morte. Secondo la tradizione, per convincere gli irlandesi scettici della realtà delle pene ultraterrene, Cristo avrebbe mostrato al santo una caverna in un luogo deserto: chi vi fosse entrato pentito, trascorrendovi un giorno e una notte, avrebbe visto con i propri occhi i tormenti dell’Inferno e le gioie del Paradiso, uscendone purificato dai peccati. 

In sintesi, si raccontava che Patrizio fosse custode di una grotta senza fondo dalla quale, dopo aver visto le pene dell’Inferno, si poteva accedere al Purgatorio arrivando persino a intravedere il Paradiso.

Quella grotta aveva un indirizzo preciso: Station Island, un isolotto del lago Lough Derg, nella contea di Donegal. Il “pozzo” originario, dunque, era un Purgatorio terreno, e la sua caratteristica era la profondità insondabile. Solo col tempo, in italiano, l’idea di “senza fondo” è slittata dal piano spirituale a quello materiale: da abisso infinito a riserva infinita.

Il Medioevo e il successo europeo della leggenda

La leggenda esplose alla fine del XII secolo grazie al Tractatus de Purgatorio Sancti Patricii, scritto da un monaco cistercense inglese, Enrico di Saltrey. Il testo narra la discesa nella grotta del cavaliere Owein, che attraversa scenari di supplizi terrificanti prima di raggiungere un paradiso terrestre. Fu un bestseller medievale: tradotto e rielaborato in decine di lingue, venne messo in versi anche da Maria di Francia nell’Espurgatoire seint Patriz.

Il Purgatorio di San Patrizio divenne una meta di pellegrinaggio internazionale, frequentata anche da cavalieri e nobili italiani, spagnoli e ungheresi. La fama del luogo era tale che molti studiosi lo considerano uno dei tasselli dell’immaginario da cui attinse anche Dante per la Commedia, anche se il grado di influenza diretta resta dibattuto. Lo storico francese Jacques Le Goff, nel suo celebre saggio La nascita del Purgatorio, dedica ampio spazio al racconto irlandese come testimonianza chiave della formazione dell’idea stessa di Purgatorio nella cultura europea.

Non mancarono gli scandali: a fine Quattrocento, sospettando abusi e truffe ai danni dei pellegrini, le autorità ecclesiastiche fecero chiudere la grotta originale, che in seguito fu distrutta. Il pellegrinaggio, però, non si è mai interrotto.

In quali culture vive il detto

La leggenda del Purgatorio di San Patrizio è patrimonio di tutta l’Europa cristiana, dall’Irlanda alla Spagna, dalla Francia all’Ungheria. Il modo di dire nella sua accezione di “ricchezza inesauribile”, invece, è una specialità italiana, e deve molto al pozzo di Orvieto, che ha dato forma concreta e visibile all’idea del pozzo senza fondo.

Altre lingue esprimono concetti vicini con immagini diverse: l’inglese parla di bottomless pit, lo spagnolo di pozo sin fondo, ma nessuna associa il concetto a un santo. In Irlanda, invece, St Patrick’s Purgatory resta un nome di luogo sacro, senza alcuna sfumatura economica.

Orvieto, 1527: un papa in fuga e un pozzo geniale

Il pozzo “italiano” nasce da un evento drammatico: il Sacco di Roma del 1527. Papa Clemente VII fuggì dalla città devastata dai lanzichenecchi e si rifugiò a Orvieto, dopo esservi arrivato travestito da ortolano. La rupe di tufo era una fortezza naturale quasi perfetta, con un solo punto debole: l’acqua. Il pontefice temeva che, in caso di assedio prolungato, le riserve della città non sarebbero bastate.

L’incarico fu affidato all’architetto fiorentino Antonio da Sangallo il Giovane. Il pozzo fu costruito tra il 1527 e il 1537, quindi completato quando Clemente VII era già morto. Durante le assenze del Sangallo i lavori furono diretti da Giovanni Battista da Cortona, mentre le parti decorative sono di Simone Mosca. Il Papa aveva inizialmente pensato l’opera a servizio della fortezza dell’Albornoz, da qui il nome originario di “Pozzo della Rocca”, e successivamente fu coniata una medaglia, oggi conservata nei Musei Vaticani, con il motto “ut populus bibat”, “perché il popolo beva”.

La doppia elica: un’invenzione che stupisce ancora

Il vero colpo di genio è la struttura. Il pozzo scende per oltre 53 metri nella rupe di tufo, con un diametro di circa 13 metri, ed è caratterizzato da due rampe elicoidali indipendenti, una per la discesa e una per la risalita, che permettevano il passaggio continuo di uomini e animali senza mai incrociarsi. In pratica, i muli carichi di otri vuoti scendevano da una scala e risalivano con l’acqua dall’altra, senza intralci. Le misure riportate variano a seconda delle fonti: c’è chi, come il portale turistico regionale, indica una profondità di 62 metri, a seconda che si calcoli dal piano di calpestio o fino al fondo della falda.

Il sistema è illuminato da oltre 70 finestre che si aprono verso il vano centrale, e i visitatori percorrono 248 gradini fino al fondo. Sull’opera campeggia un’iscrizione latina che ne è quasi il manifesto: ciò che la natura aveva negato alla difesa, l’ingegno umano lo ha aggiunto.

Da “Pozzo della Rocca” a “Pozzo di San Patrizio”

Ma perché un pozzo umbro porta il nome di un santo irlandese? Il collegamento è tutto simbolico. Dopo una fase in cui fu chiamato anche “purgatorio di San Patrizio”, nell’Ottocento assunse il nome attuale per volere dei frati del convento dei Servi, ai quali era nota la leggenda del santo irlandese. La vertiginosa profondità, il buio, la discesa a spirale verso il fondo: tutto richiamava la grotta di Lough Derg. Da quel momento il pozzo, avendo perso la sua funzione primaria, divenne oggetto di curiosità e attrattiva per i visitatori.

Il pozzo oggi

Oggi è la seconda attrazione di Orvieto dopo il Duomo, con l’accesso in Viale Sangallo / Piazza Cahen, accanto alla stazione superiore della funicolare. Gli orari variano con le stagioni: da marzo ad aprile e da settembre a ottobre l’apertura è dalle 9 alle 19, mentre nei mesi estivi si arriva fino alle 20. Tra i visitatori resiste l’usanza di lanciare una moneta sul fondo, gesto scaramantico che, ironia della sorte, riempie di denaro proprio il pozzo che nel modo di dire rappresenta la ricchezza infinita.

Anche il “pozzo” originale irlandese è vivissimo. Lough Derg resta meta di un rigoroso pellegrinaggio di tre giorni, fatto di digiuno, veglia notturna e preghiera a piedi nudi sulle pietre. Nel 2026 la diocesi di Derry ha organizzato il suo tradizionale pellegrinaggio di tre giorni dal 24 al 26 luglio, e in occasione del Giubileo 2025 i vescovi irlandesi avevano designato il sito come uno dei tre luoghi di pellegrinaggio nazionali, insieme a Knock e Croagh Patrick.

Libri, teatro, poesia e cinema

La leggenda ha ispirato una produzione culturale sorprendente. Oltre al Tractatus medievale e alla versione di Maria di Francia, il Purgatorio di San Patrizio compare nel Guerrin Meschino di Andrea da Barberino, romanzo cavalleresco del primo Quattrocento amatissimo in Italia, in cui l’eroe scende nella grotta irlandese. Nel Seicento il grande drammaturgo spagnolo Pedro Calderón de la Barca gli dedicò un’opera teatrale, El purgatorio de San Patricio.

Nel Novecento sono stati soprattutto i poeti irlandesi a raccontare Lough Derg: Patrick Kavanagh scrisse il poemetto Lough Derg, mentre il premio Nobel Seamus Heaney ambientò sull’isola la sua raccolta Station Island, un viaggio interiore in cui il pellegrino incontra i fantasmi del proprio passato, in un’eco evidente della Commedia dantesca. Sul versante saggistico, il già citato Le Goff resta la lettura di riferimento. Non esiste invece un grande film dedicato al pozzo o alla leggenda: il pozzo di Orvieto compare soprattutto in documentari, programmi di divulgazione e reportage di viaggio.

Teorie curiose e misteri

Attorno ai due “pozzi” sono fiorite diverse ipotesi affascinanti. La prima riguarda le visioni dei pellegrini medievali: diversi studiosi ritengono che il digiuno prolungato, la privazione del sonno e il buio totale della grotta potessero indurre stati alterati di coscienza, capaci di generare esperienze vivide dell’aldilà. Un’altra ipotesi suggerisce che Station Island fosse già un luogo sacro in epoca precristiana, poi “battezzato” dalla nuova fede, come accadde a molti siti celtici.

A Orvieto, invece, ci si interroga sull’origine della doppia elica. Soluzioni a scale intrecciate compaiono negli studi di Leonardo da Vinci e nella celebre scala del castello di Chambord in Francia, e c’è chi ipotizza una circolazione di idee tra questi progetti, anche se non esistono prove di un legame diretto con Sangallo. Infine, lo scavo riservò una sorpresa archeologica: nel 1532, alla profondità di duecento piedi, fu trovato un sepolcro pre-etrusco, a conferma del fatto che la rupe di Orvieto custodisce strati di storia molto più antichi del Rinascimento.

Un abisso che non smette di parlarci

Dal Purgatorio irlandese al capolavoro di Sangallo, il Pozzo di San Patrizio racconta una parabola affascinante: un luogo di penitenza è diventato sinonimo di abbondanza, un’opera nata per la sopravvivenza in tempo di guerra si è trasformata in meta turistica, e un santo evangelizzatore ha finito per dare il nome a un modo di dire sui soldi. Forse il segreto della sua fortuna sta proprio qui: nell’attrazione, antica e sempre attuale, per ciò che sembra non avere fondo.

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