Si racconta di un “triangolo misterioso” nel Canale di Sicilia, tra la costa sudoccidentale dell’isola, Pantelleria e la Tunisia: luci che emergono dall’acqua, sonar impazziti, strumentazioni di bordo che si comportano in modo strano. Una sorta di Triangolo delle Bermuda nostrano. La verità è che sotto quel tratto di mare c’è qualcosa di reale e spettacolare, ma non sono sommergibili fantasma: è uno dei sistemi vulcanici sottomarini più attivi del Mediterraneo, con un vulcano nascosto grande quanto l’Etna. Separiamo ciò che è scienza documentata da ciò che è leggenda.
In questo articolo
Cosa c’è davvero sotto il Canale di Sicilia
Partiamo dai fatti, perché sono più affascinanti della leggenda. Il Canale di Sicilia è una zona geologicamente molto attiva, dove la crosta terrestre è sottile e fratturata. Qui si trova la catena dei Campi Flegrei del Mar di Sicilia, un campo di vulcani sommersi al largo della costa agrigentina.
Il più imponente è l’Empedocle, un vulcano sottomarino la cui esistenza è stata confermata da esplorazioni scientifiche al largo di Capo Bianco, vicino a Sciacca. Secondo gli studi, la sua base ha una larghezza paragonabile a quella dell’Etna. Di questo gigante sommerso fa parte anche la celebre Isola Ferdinandea, la “isola che scappò via”: emerse dal mare nel 1831 con un’eruzione visibile da terra, formò un cono alto 65 metri e scomparve pochi mesi dopo, erosa dal mare. Oggi è un banco a pochi metri sotto la superficie.
Gas, colonne e “acqua in ebollizione”
Qui sta la spiegazione di molte presunte “stranezze”. L’area non è un vulcano spento, ma attivo sotto il profilo delle emissioni di gas.
Secondo l’INGV, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Ferdinandea ha ancora oggi un’intensa attività di degassamento, con colonne di gas di decine di metri di diametro che salgono dai fondali. Le cronache dell’eruzione del 1831 parlavano di “acqua in ebollizione” e di fumi che si alzavano dal mare. Un team dell’INGV ha inoltre mappato, a poche decine di chilometri da Sciacca, due campi vulcanici sommersi e numerosi pockmarks, cioè depressioni sul fondale causate dall’emissione violenta di gas accumulato nel sottosuolo. Negli ultimi anni sono stati individuati almeno sei vulcani sottomarini, battezzati con nomi mitologici come Actea e Climene.
E le “luci” e i sonar impazziti?
Veniamo alla parte leggendaria, quella del “triangolo dei sommergibili”, delle sfere luminose e dei tracciati sonar anomali. Qui la cautela è d’obbligo: non esistono rapporti ufficiali, della Marina o di altre autorità, che documentino fenomeni inspiegabili di questo tipo nell’area. Si tratta di racconti che circolano, non di fatti accertati.
Se davvero in quel tratto di mare si osservassero occasionalmente luci o anomalie strumentali, la spiegazione più probabile non chiamerebbe in causa oggetti misteriosi, ma proprio la geologia del fondale. Le intense emissioni di gas, comprese le risalite di metano, possono alterare localmente la densità dell’acqua e creare effetti visibili in superficie. A questo si aggiunge la bioluminescenza, il fenomeno naturale per cui alcuni organismi marini emettono luce. Sono ipotesi, non certezze, ma restano nel campo della fisica e della biologia, non del paranormale.
Perché la realtà batte la leggenda
La verità, in questo caso, non ha bisogno di misteri inventati per essere straordinaria. Sotto il Canale di Sicilia esiste davvero un mondo sommerso di vulcani attivi, un gigante paragonabile all’Etna che respira gas dal fondale, un’isola comparsa e scomparsa che quasi scatenò un incidente diplomatico internazionale.
Il vero punto interrogativo che gli scienziati si pongono non riguarda i sommergibili fantasma, ma la sicurezza: capire quanto siano attivi questi apparati e quali rischi comporti, per le coste della Sicilia sudoccidentale, la loro eventuale riattivazione. Un interrogativo molto più concreto, e molto più interessante, di qualsiasi triangolo misterioso.
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