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Dennis Nilsen

Dennis Nilsen, il “serial killer gentile” di Londra: la storia che sconvolse il mondo

Teresa Pitrola 4 settimane fa 0

Nel febbraio 1983 un banale intervento idraulico in un condominio del nord di Londra fece emergere una delle vicende criminali più raccapriccianti della storia britannica del dopoguerra. Dietro la porta di un anonimo appartamento all’ultimo piano si nascondeva un impiegato statale dai modi cortesi, capace per anni di uccidere senza destare il minimo sospetto tra vicini e colleghi.

Chi era Dennis Nilsen

Nato il 23 novembre 1945 a Fraserburgh, in Scozia, da Betty Whyte e dal soldato norvegese Olav Nilsen, in un matrimonio mai davvero felice, Dennis Andrew Nilsen ebbe un percorso di vita apparentemente ordinario: servizio militare, poi un impiego come funzionario pubblico, prima nell’esercito e poi negli uffici di collocamento londinesi. Nulla, all’apparenza, lasciava presagire la sua doppia vita. Tra il 1978 e il 1983 uccise almeno dodici giovani uomini e ragazzi, quasi tutti senzatetto o in difficoltà, spesso omosessuali, adescati nei pub o per strada con la promessa di un pasto caldo o di un tetto per la notte.

La prima vittima nota fu il quattordicenne Stephen Holmes, il 30 dicembre 1978: Nilsen lo portò nel suo appartamento di Melrose Avenue, a Cricklewood, lo strangolò con una cravatta e infine lo annegò in un secchio d’acqua. Da quel momento lo schema si ripeté con inquietante regolarità: vittime scelte tra gli emarginati della città, persone la cui scomparsa difficilmente sarebbe stata notata o denunciata.

La scoperta: uno scarico intasato che fece luce sull’orrore

Il punto di svolta arrivò nel febbraio 1983. Nilsen si era trasferito l’anno precedente in un appartamento all’ultimo piano al 23 di Cranley Gardens, a Muswell Hill: un immobile privo di giardino e di spazi dove nascondere i resti, a differenza della casa precedente. Nonostante questo, tra il trasloco e l’inizio del 1983 uccise altre tre persone, identificate poi come John Howlett, Archibald Graham Allan e Stephen Sinclair. Per disfarsene, ricorse a un metodo agghiacciante: faceva bollire teste, piedi e mani, sezionava i corpi in pezzi più piccoli e li faceva sparire nel water, oltre a conservarne parti in sacchi di plastica.

Fu proprio questo smaltimento “casalingo” a tradirlo. Nel febbraio 1983 un inquilino del palazzo di Cranley Gardens si lamentò che i bagni erano intasati, e venne chiamata la ditta specializzata Dyno-Rod per verificare. Quando il tecnico aprì il tombino sul retro dell’edificio, trovò frammenti di ossa e tessuto umano che bloccavano la conduttura. Accortosi del pericolo, Nilsen tentò goffamente di rimediare: quella notte stessa provò a rimuovere i resti dagli scarichi, ma fu notato dall’inquilino del piano di sotto, che insospettito diede l’allarme.

La sera del 9 febbraio 1983 gli investigatori, guidati dal Detective Chief Inspector Peter Jay, si presentarono alla sua porta per interrogarlo sui resti umani ritrovati nelle fogne. Entrato nell’appartamento, Jay notò subito un odore nauseante e chiese a Nilsen cosa fosse: con calma disarmante, l’uomo confessò che ciò che cercavano era conservato in sacchi sparsi per casa, comprese due teste smembrate e altre parti del corpo. Un agente presente, secondo alcune ricostruzioni, chiese se si trattasse di uno o due corpi: la risposta di Nilsen fu “sedici”.

La confessione e il processo

Ciò che sorprese fin da subito investigatori e opinione pubblica fu l’atteggiamento di Nilsen dopo l’arresto: nessuna negazione, nessun tentativo disperato di difendersi. Fornì immediatamente dettagli esaustivi sulla sua serie di omicidi, ammettendo di aver ucciso quindici giovani uomini, nonostante gli fosse stata comunicata la facoltà di non rispondere. Descriveva le uccisioni con un distacco quasi clinico, come se raccontasse eventi ordinari.

Il processo si aprì il 24 ottobre 1983 all’Old Bailey, la storica corte penale londinese. Emerse che i resti di tre corpi erano stati trovati nell’abitazione di Cranley Gardens, mentre ossa riconducibili ad almeno altre otto vittime provenivano dal precedente indirizzo di Melrose Avenue. Fu proprio la scoperta del suo ultimo omicidio — quello del ventenne Stephen Sinclair, senzatetto e tossicodipendente, strangolato con una cravatta dopo che Nilsen lo aveva incontrato su Oxford Street e gli aveva offerto un hamburger — a fargli formalizzare l’accusa di omicidio. Nilsen fu condannato all’ergastolo, con “whole life tariff”: non sarebbe mai più uscito di prigione.

Perché questa storia sconvolse il Regno Unito

Il caso Nilsen colpì profondamente la società britannica per una serie di ragioni che vanno oltre il numero delle vittime. Innanzitutto il profilo dell’assassino: un impiegato pubblico, sindacalista, descritto da colleghi e vicini come educato e persino disponibile — da qui il soprannome mediatico di “kindly killer”, il killer gentile. Non un mostro riconoscibile, ma un volto rassicurante e comune, capace di condurre una doppia vita per anni senza destare sospetti.

In secondo luogo, la scelta delle vittime rivelò una falla drammatica nel tessuto sociale dell’epoca: molte delle persone uccise erano senza fissa dimora, senza un impiego stabile, spesso senza nemmeno una denuncia di scomparsa alle spalle. L’identificazione dei resti fu complicata proprio da questo: mancavano documenti, contatti familiari, tracce burocratiche. 

Il caso mise a nudo quanto fosse facile, all’epoca, “sparire” senza che nessuno se ne accorgesse: un tema che negli anni successivi ha spinto le autorità britanniche a rafforzare i sistemi di monitoraggio delle persone vulnerabili e la comunicazione tra i vari enti sociali e di polizia.

Infine, ci fu la componente più cruda e mediaticamente dirompente: la necrofilia. Nilsen ammise di aver conservato i cadaveri delle vittime nel proprio appartamento per settimane o mesi, dormendoci accanto, lavandoli, vestendoli, prima di procedere allo smembramento. Un dettaglio che alimentò per mesi le prime pagine dei tabloid britannici e che ancora oggi resta uno degli elementi più agghiaccianti della vicenda.

Perché se ne parla ancora oggi

A oltre quarant’anni dai fatti, la vicenda di Dennis Nilsen continua a esercitare un fascino morboso e a essere oggetto di analisi. Il libro Killing for Company: The Case of Dennis Nilsen, scritto dal biografo Brian Masters nel 1985 sulla base di lunghe interviste con il killer stesso in carcere, resta un testo di riferimento nella letteratura true crime e ha ispirato adattamenti televisivi, tra cui la miniserie Des con David Tennant (2020) e successivi documentari, incluso un lavoro targato Netflix che ha riportato la vicenda all’attenzione di un pubblico globale attraverso le testimonianze degli investigatori originali.

Il caso viene inoltre citato regolarmente in ambito criminologico e nella formazione delle forze dell’ordine come esempio di come indagini di enorme portata possano scaturire da un episodio apparentemente banale — un tubo intasato — e come la vulnerabilità sociale delle vittime possa, per anni, mascherare crimini di questa gravità.

Nilsen morì da detenuto il 12 maggio 2018, a 72 anni, all’ospedale di York, per complicazioni successive a un intervento chirurgico all’addome, senza aver mai mostrato un reale pentimento per le sue azioni. Ma la sua storia, con le sue implicazioni sociali, investigative e psicologiche, continua a interrogare il pubblico britannico e non solo, ben oltre il clamore giudiziario dell’epoca.

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